Quel disegno strategico che tenta di sdoganare i “fasci”. Editoriale di Riccardo De Gennaro

Pubblichiamo qui in integrale l’editoriale che apre Reportage numero 33 (gennaio-marzo 2018) scritto dal direttore Riccardo De Gennaro

 

Più se ne parla, più viene fuori. Non vorremmo esserne corresponsabili ma qualche parola va detta. Al fascismo culturale, di cui abbiamo scritto nell’editoriale del numero scorso, facendo riferimento a Trump, agli stupri e alla questione migranti, si sovrappone ora in Italia – con sempre maggiore visibilità – un neofascismo “politico”, che tenta di ottenere con i più diversi mezzi una legittimità “democratica”. Il suo scopo finale è la partecipazione alla competizione elettorale con l’ingresso in Parlamento, attraverso – come si disse per Fini ai tempi del primo Berlusconi – il definitivo sdoganamento. Forti della crescita dei nazionalismi xenofobi in quasi tutta Europa e negli Stati Uniti, i neofascisti nostrani tentano – intessendo legami con i fascisti britannici, Putin e la Le Pen – quello che negli anni Settanta riuscì all’Msi di Almirante, il partito del manganello e del doppiopetto. Con una differenza sostanziale: che i nuovi fascisti dimostrano una cultura storica pari allo zero (molti aderenti forse non sanno nemmeno chi fosse Mussolini e che cosa fece) e non hanno alcuna intenzione di vestire il doppiopetto.

Ma la novità è un’altra. Ai tempi di Almirante, l’Msi – sebbene sedesse in Parlamento –
era considerato da tutti i partiti, compresi i liberali e la Dc, fuori dell’arco costituzionale e il governo gli era precluso. Oggi c’è, invece, un disegno strategico da parte delle derivazioni storiche di quegli stessi partiti per consentire all’estrema destra l’accesso nell’alveo della “discussione democratica”, come piacque dire all’illustre giornalista televisivo Corrado Formigli, che non perse tempo a invitare nella sua trasmissione Piazzapulita il capo, oltremodo ignorante, di Casa Pound nei giorni successivi al pestaggio di Ostia. Il disegno è presto detto: se Casa Pound, o addirittura Forza Nuova, avessero la possibilità di presentarsi come soggetti “democratici” sarebbero comodamente reclutati nelle coalizioni di centrodestra. La qual cosa garantirebbe al Pd di Renzi l’opportunità di sbandierare lo spauracchio della presenza dei fascisti nella compagine avversaria e convincere gli elettori a votarlo perché unica alternativa ai populisti Grillo, Salvini, Berlusconi. Non solo: l’ingresso dei neofascisti nello scenario parlamentare sposterebbe l’asse della politica a destra, permettendo uno slittamento di tutti nella stessa direzione, compreso il Pd, naturalmente, che pare non aspettare altro per ridefinire i suoi programmi in un’ottica più pienamente liberista.

A forza di inviti in televisione, di interviste sui giornali e di inchieste passa l’idea di una coesistenza possibile con i neofascisti, agevolando in questo modo l’ingresso di molti giovani nelle loro file, a dimostrazione che l’unica ideologia crollata con il Muro di Berlino è quella comunista. Non lo è quella fascista, come vediamo, e non lo è mai stata quella capitalista (o, per meglio dire, liberista). Il problema è che con l’ideologia di sinistra (che non era soltanto quella comunista) sono venuti meno uno schema di valori morali e un modo di fare politica nel senso migliore del termine. Questo ha comportato: 1) la scomparsa di una classe politica degna di questo nome; 2) il più totale disorientamento dei giovani, che non avendo più un serio appiglio culturale possono facilmente aderire a gruppi che gridano gli slogan più aberranti. Di quale “educazione” politica può giovarsi, oggi, un ragazzo che entra nell’età elettorale? Non certo quella di Matteo Renzi, che pure ha tentato il partito della rottamazione e giovanilista, attraverso il ricorso all’inglese (che peraltro non conosce) e alle applicazioni dello smartphone. Insomma, l’estrema destra sta facendo breccia nel panorama politico.

Ci riesce grazie al disegno che abbiamo detto e al diffuso sentimento di insicurezza della gente rispetto a un flusso migratorio che richiede non l’istigazione all’odio, ma politiche di integrazione intelligente (nella prima metà del Novecento eravamo noi italiani a suscitare identica paura quando approdavamo negli Stati Uniti, in Germania e in Belgio fuggendo anche in quel caso da una dittatura e dalla miseria; poi con gli anni il lavoro e la produzione hanno cambiato le cose).

Ci sono errori che qualcuno commette per servire qualcun altro e garantirsi il posto ed errori di chi non sa ciò che sta facendo. Per certi versi lo “sdoganamento” dell’estrema destra assomiglia molto ai disastri della serie televisiva Gomorra che portano gli spettatori a identificarsi con i criminali, i quali sono tratteggiati come degli eroi. Più di un magistrato ha denunciato il fatto che, affascinati dai personaggi immaginari della serie, molti giovani nutrono simpatia anche per i camorristi reali e plaudono alle loro gesta. E, per tornare ai “neri”, forse qualcuno, a questo punto, si sarà anche comprato un paio di quegli stivali di gomma messi in vendita da un negozio di calzature di Bologna con il nome di Balilla. Perché, mentre aumenta il numero di fasciopellegrini in visita a Predappio, rischiamo anche che il fascismo diventi anche una moda (a Porta Portese i busti del Duce, d’altronde, non sono mai scomparsi).

C’è da avere paura? No, per ora. Sono pochi. Ma si sa come vanno queste cose, sappiamo l’effetto contagio delle malattie dei topi (non a caso “La peste” di Camus era una metafora del propagarsi del nazismo tra la popolazione). Sabato 9 dicembre scorso, dopo la ridicola manifestazione di Forza Nuova sotto il suo palazzo, la Repubblica aprì il giornale con questo titolo: “Fascisti, un italiano su due ha paura”. Era l’esito di un sondaggio. Per l’esattezza era il 46 per cento, ma il dato era la somma di coloro che avevano risposto molto (11 per cento) o abbastanza (35 per cento) alla domanda: secondo lei oggi quanto è diffuso il fascismo in Italia? Il che, evidentemente, non significa avere paura, come si sosteneva nel titolo, ma la richiesta alle istituzioni di fare più argine, nel momento stesso in cui a Varese si festeggiava la data di nascita di Hitler e Facebook censurava i nudi del Rinascimento ma non centinaia di gruppi social che inneggiano al fascismo.

La cosa più importante è mantenere la guardia alta e ribattere colpo su colpo: ad esempio, la manifestazione antifascista di Como contro gli skinheads dovrà avere una replica in tutte le città nelle quali un gruppo, ma anche politico, un sindaco, un assessore, un imprenditore esprima simpatia nei confronti dei neofascisti disinnescando, nell’idea di fascismo, il suo potenziale criminoso. Ad esempio, è condivisibile la posizione dello storico Filippo Focardi, che ha dichiarato al Manifesto: “Magari la stampa enfatizza e crea allarmismo, magari c’è un uso strumentale di questi allarmi, ma è innegabile che ci sia un salto di qualità nelle azioni delle formazioni neofasciste italiane”.

Il problema è che chi è fascista (e addirittura chi inneggia al fuhrer) non si vergogna più di manifestarlo pubblicamente (non ci dimentichiamo la bandiera nella stazione dei carabinieri di Firenze visibile dalla strada). Carla Nespolo, presidente dell’Anpi, non ha esitazioni: “Bisogna sciogliere le organizzazioni fasciste: ci sono delle leggi e dei precedenti storici, penso a quando negli anni ’70 fu messo fuori legge Ordine nuovo”. Analoga e puntuale preoccupazione viene da Laura Boldrini, presidente della Camera: “Siamo di fronte a una sottovalutazione di quello che sta accadendo, ci sono gruppi neofascisti che si stanno riorganizzando nel nostro Paese e non si può restare a guardare”. Ma la gran parte di coloro che hanno un potere decisionale sdrammatizzano, perché i fascisti gli servono. Ed è una fortuna che il terrorismo nero sia ancora soltanto un brutto ricordo.

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