“Giornalista non sparire” – di Angelo Mastrandrea

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Questo articolo, che parla del libro di Ignacio Ramonet sul futuro del giornalismo (“L’esplosione del giornalismo”, coedizione Intra Moenia-Democrazia Km. Zero), è stato pubblicato su il Manifesto del 6 gennaio 2013.

di Angelo Mastrandrea

«Il giornalismo scritto è un lavoro di équipe, con forti condizionamenti: ma concede un minimo di autonomia e di riflessione. Quando scrivi puoi fermarti, correggerti, riflettere, correggere e una volta che bene o male sei in pagina sei quello che hai scritto», scriveva Giorgio Bocca in un libro-inchiesta sulla fine del ‘giornale dei giornalisti’, “Il padrone in redazione”, quando già la belle époque della carta stampata pareva arrivare inesorabilmente al capolinea, minata dalla televisione. Nello specifico italiano, dalla tv berlusconiana che per Bocca riassumeva una duplice tendenza, a modellare la modernità e a esserne a sua volta modellata.

Non che tutto filasse liscio neppure nell’età aurea dei giornali di carta. Ermanno Rea definisce senza mezzi termini la redazione del settimanale “Vie Nuove, al suo arrivo da Napoli alla fine degli anni ’50, ‘un mortorio’. «Anzi, peggio: un luogo pieno di veleni, risentimenti, reticenze», scrive in “Io reporter”. E Denis Jeambar, direttore del settimanale francese “L’Express”, demolisce senza troppi giri di parole il giornale che ha diretto dal 1996 al 2006: «Un groppo di cattive abitudini, l’obesità di una redazione pachidermica, il cattivo umore permanente di una assemblea di riottosi che cercano per tutta la giornata dei capri espiatori, una coorte tragicomica di passacarte senza molta anima, la maggior parte per di più poco capaci e poco desiderosi di indagare e di scrivere».

ramonet1Ne dobbiamo desumere, con Ignacio Ramonet che riporta queste ultime affermazioni nel suo L’esplosione del giornalismo. Dai media di massa alla massa dei media (coedizione Intra Moenia-Democrazia km zero, tradotto da Pierluigi Sullo, pagg. 155, euro 18), che non bisogna dolersi più di tanto se la redazione in quanto ‘intellettuale collettivo’ è oggi minacciata di ‘sparizione silenziosa’ come i dinosauri nell’era del Cretaceo, rimpiazzata da ‘free lance da macello’ e con i pochi giornalisti sopravvissuti alle ristrutturazioni aziendali spremuti come limoni in alienanti lavori da catena di montaggio vetero-fordista, succubi di un’agenda dettata da altri – siti web neogeneralisti, agenzie di stampa e tutto il resto del mainstream informativo – e condannati, anche nei giornali indipendenti, a una normalizzazione di quella funzione di contropotere che la storia ha assegnato loro?

E’ questo il rischio che mi pare si nasconda dietro quello che Ramonet definisce come un vero e proprio ‘cambiamento di ecosistema’, determinato dalla trasformazione radicale indotta dalla rivoluzione del web – il cui effetto principale è stato quello di disintegrare il modello economico tradizionale dei giornali – in un periodo di crisi economica devastante e prolungata.

Già direttore di “Le monde diplomatique dal 1990 al 2008 – e attualmente a capo dell’edizione spagnola del mensile – Ramonet, dal suo punto di osservazione privilegiato di giornalista critico dell’industria editoriale, riesce a mostrarci con nitidezza dove sta andando a finire la carta stampata. Che non è destinata a finire – almeno non subito, come accadde perfino ai dinosauri che impiegarono qualche migliaio di anni a estinguersi – ma semplicemente a rifondarsi radicalmente e a trovare un nuovo modello di redditività, visto che quello attuale non regge più. Paradossalmente, ci fa sapere Ramonet, il pubblico della stampa scritta non è mai stato così imponente come oggi: in rete l’80% dei link rinviano ai media tradizionali, e circa il 70% di chi naviga finisce sulla versione telematica dei giornali cartacei, perché ritenuti più affidabili. Non solo. Se si svuotasse Internet dei contenuti forniti dai professionisti dell’informazione, rimarrebbe ben poco.

Quella che si sta disintegrando senza possibilità di ritorno al passato è la figura tradizionale del giornalista. Meglio, la sua identità, messa in discussione dal processo di democratizzazione dell’informazione. E’ questo, io credo, il vero sconvolgimento epocale: i giornalisti non detengono più il monopolio dell’informazione e, spogliati della loro identità di ‘preti secolari’, rimangono nudi e indifesi di fronte alle infinite possibilità di accesso a essa che la Rete consente. Come ai tempi di Gutenberg i detentori della scrittura furono costretti a ridefinirsi, o quando l’invenzione della televisione – ancor più che il cinematografo – tolse alla fotografia il primato dell’immagine costringendo quest’ultima a ripensarsi, oggi tocca con ogni probabilità ai giornalisti affrontare un cambio radicale di paradigma.

Purtroppo per loro, le regole del capitalismo non coincidono affatto con la missione giornalistica: i media ricercano l’audience – per recuperare pubblicità – e il cosiddetto citizen journalism va a sostituire i più costosi reportage e inchieste sul campo; i supplementi letterari cadono come nespole mature e la cultura si ridimensiona fin quasi a scomparire sotto la mannaia dei ridimensionamenti aziendali e di un presunto adeguarsi ai gusti del pubblico. Non è tutto: se è vero che già Albert Camus scriveva, nel 1944, che «si vuole informare velocemente invece di informare bene» e che così «la verità non ci guadagna», oggi il peggioramento delle condizioni di lavoro fa a pezzi la qualità giornalistica. Rimangono solo le opinioni, meno costose e spendibili sul mercato della politica.

Non che tutto sia deleterio e che i ‘sacerdoti dell’informazione’ vadano tutelati a tutti i costi: abbiamo detto di come una redazione possa trasformarsi da ‘intellettuale collettivo’ a ‘coorte di passacarte’, e la rivoluzione democratica del web ha il merito di produrre a sua volta un’ ‘intelligenza collettiva’ che modifica in continuazione i contenuti dell’informazione, in un processo dinamico che può permettere, per Ramonet, «l’elaborazione di una saggezza collettiva o un abbrutimento generalizzato». E’ vero anche che non sempre la carta stampata ha brillato per indipendenza e obiettività: in un saggio del ’94 sull’informazione planetaria – “Sotto la notizia niente” – l’allora direttore del settimanale “Avvenimenti” Franco Fracassi ricordava come la stampa mondiale aveva raccontato il massacro mai avvenuto di Timisoara nel 1989 – «sparavano anche dagli elicotteri», titolò il “Corriere della Sera” con una precisione non suffragata da alcun fatto – e Ramonet ci ricorda come ai giornalisti del “New York Times” e del “Washington Post” veniva richiesto di sostenere la guerra in Iraq, per patriottismo. E non di raccontare con onestà quello che i loro occhi riuscivano a vedere.

Dovremo rimpiangere, dunque, la morte delle vecchie redazioni di una volta – con i loro pregi e difetti – o possiamo finalmente festeggiarne la fine? E che sorte toccherà a noi, giornalisti privati del nostro potere di informare e condizionare l’opinione pubblica, ‘preti secolari’ senza più una tonaca da indossare e di un pulpito da cui officiare? Assodato che la carta stampata non scomparirà, almeno nel medio periodo, alla luce di queste considerazioni non possiamo non porci una domanda suppletiva: che tipo di informazioni fornire perché i giornalisti senza tonaca riescano a distinguersi nell’affollata piazza della comunicazione a buon mercato? Per Ramonet c’è, nel giornalismo di oggi, una discrasia tra la domanda e l’offerta: meno del 15% di ciò che i giornali pubblicano interessa davvero ai loro lettori. Il crollo della credibilità dei giornali è una delle cause della loro crisi, la loro perdita di centralità nella formazione dell’opinione pubblica che dalla rivoluzione industriale ne era stata la missione principale – la metafora hegeliana del giornale come preghiera laica del mattino – genera un devastante senso di inutilità.

Lo scrittore-giornalista argentino Tomàs Eloy Martìnez ha scritto che «la gente non acquista più i giornali per informarsi. Li acquistano per capire, per mettere a confronto, per analizzare, per esaminare il dritto e il rovescio della realtà». La via d’uscita è dunque dalla parte opposta rispetto a quella imboccata. Conclude Ramonet: «I lettori continuano a reclamare il loro diritto a una informazione affidabile e di qualità. Ma non dimenticano l’essenziale: amano leggere delle storie. Il giornalismo non consiste solamente nel fornire delle statistiche, delle cifre e dei fatti, ma nell’elaborare e costruire, a partire da questa materia prima, una narrazione ricca di tutti gli ingredienti – lessicali, retorici, grammatici –  delle grandi storie di sempre. Il giornalismo ha a che fare, lo si dimentica spesso, con l’arte letteraria».

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