“Beirut stories” – Vivere in una prigione senza sbarre – di Maria Camilla Brunetti e Susan Dabbous

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di Maria Camilla Brunetti e Susan Dabbous

Nel carcere di Qobbe in Libano sono oltre mille i prigionieri, un terzo sono siriani trattenuti per lo più perché irregolari in territorio libanese. Dentro, senza nessuna accusa o per piccoli furti, i carcerati non hanno alcuna forma di protezione legale, non esiste l’avvocato d’ufficio e un privato costa, minimo 5.000 dollari, un prezzo che nessuno si può permettere.

Sedici nomi. Sedici siriani, sedici carcerati senza sentenza. Otteniamo il permesso di visitare il carcere di Qobbe a Tripoli in Libano nel marzo 2013, sei mesi dopo la formale richiesta. Entriamo con un’organizzazione, Restart center, che si occupa della riabilitazione dei detenuti attraverso servizi paramedici, come la fisioterapia e attività psico-sociali, come il laboratorio sartoriale e il teatro.

Bashar Arabia, un ragazzo siriano di 28 anni, ha tutti i segni delle torture sul suo corpo, coperto da grandi cicatrici ma quelle che restano più vive sembrano depositate nel suo sguardo assente. Bashar ha gli occhi di una tristezza pregnante e contagiosa, le torture sembrerebbero riuscite ad andare ben oltre la barriera fisica demolendo quella che lui chiama la sua “anima persa”. «Hanno inserito oggetti nel mio corpo, hai capito? Non gli bastava violentarmi, hanno usato anche altri arnesi» dice. «Non mi vergogno di dirtelo anche se sono un uomo, perché queste violenze hanno lasciato un segno indelebile e non riesco più ad avere una vita sessuale normale, non riesco a fare l’amore con la mia donna serenamente». La moglie di Bashar è una signora tedesca di 50 anni, Regina Gerken, che lui definisce ancora molto attraente nonostante l’età. Contattiamo Regina, a Berlino, per capire se riesce ad avere contatti con il marito, «solo tramite la Ong Restart – denuncia – a lui non è concesso telefonare né avere un cellulare».

Beirut's New IconRegina racconta lo strano modo in cui si sono conosciuti, in strada, come spesso accade a Beirut, «mi chiese se sapevo di stanze in affitto perché si stava trasferendo dalla Siria, in Libano. Lo aiutai a trovare casa, io ero già vedova da diversi anni e iniziammo a uscire insieme. Capii che aveva bisogno di affetto e protezione, che aveva una calamita nel cacciarsi nei guai. Nell’estate lo arrestarono per rissa, a causa di una sua ex fidanzata, lo tennero dentro per più di tre mesi, senza nessuna prova, avevano solo la testimonianza di questa ragazza che andò a denunciarlo tre settimane dopo l’accaduto. Dopo quell’episodio pensai che sposandoci avrei potuto aiutarlo più facilmente se si fosse rimesso nei guai. Così ci sposammo a marzo del 2012, ma il matrimonio non è stato ancora riconosciuto in Germania per via di molti documenti mancanti di Bashar». A causa del suo legame con Bashar, Regina subisce diverse perquisizioni da parte della polizia libanese, non sentendosi più al sicuro a Beirut, a settembre del 2012, dopo vent’anni in Libano, prepara le valige e torna a Berlino. A gennaio del 2013 Bashar viene arrestato con l’accusa di aver rubato l’incasso del ristorante di Junieh, ricca periferia di Beirut, dove lavorava. «Fui proprio io a chiamare la polizia la sera del furto – spiega Bashar – ma poi quando è arrivata hanno visto che ero un siriano con dei precedenti penali e mi hanno messo di nuovo dentro».  Impossibile avere accesso alle carte del processo, anche perché non esiste nessun processo, e non si ha idea neanche di quando il caso arriverà a un giudice. I dati che abbiamo potuto constatare, invece, anche grazie alla ong Restart è che Bashar ha contratto l’epatite in carcere, certificato da un test effettuato dalla croce rossa internazionale, e non ha accesso alle cure mediche, non può, come il resto dei carcerati, telefonare in nessun modo e in nessun momento ai suoi cari. Chiediamo a Regina perché non ha un legale: «Un avvocato chiede 5.000 dollari solo per prendere in carico un cliente, ma non finisce qui, il vero problema è che poi chiede soldi per ogni singolo passaggio burocratico che, considerati i tempi e il grado di corruzione dell’amministrazione libanese mi potrebbe costare una fortuna, che purtroppo non ho». Per aver scelto di aiutare questo ragazzo Regina è stata emarginata dal suo contesto sociale, diseredata dalla famiglia del suo primo marito. Di fatto è anche lei in difficoltà economiche. «Gli mando tramite una signora che conosco un po’ di soldi che vanno al proprietario dell’unico negozio che c’è nel carcere». Lì i soldi vengono quantificati in pacchetti di Marlboro, l’unica moneta di scambio concessa dentro il carcere. «Così compra ciò di cui ha bisogno, vestiti, schiuma da barba, snack, piccole cose». Regina non ha soldi per un legale ma sta battendo altre strade; recentemente ha scritto una lettera in cui lamenta le condizioni disumane nella prigione al presidente della Repubblica Michel Sleiman, alla quale ha risposto il suo portavoce, il generale Bassam Bustros. In una seconda missiva chiede, allo stesso Bustros, di non deportare Bashar in Siria visto che lì è stato già arrestato e torturato.  «Il rischio esiste, anche se hanno varato la legge che impedisce le deportazioni dei siriani, possono sempre trovare il cavillo giuridico per farlo» spiega Regina. «Il problema è poi politico, la sentenza di Bashar dipenderà da chi esaminerà il suo caso: un giudice pro o anti Assad».

Chiediamo a Noelle se nelle carceri libanesi si praticata la tortura, dice di sì e precisa: «Ci sono alcune tecniche diverse da quelle siriane alcune uguali come quella del pollo – dice simulandola – vengono legati insieme mani e piedi per giorni. Poi ci sono i metodi più comuni come le frustate sotto i piedi e l’uso dei cavi elettrici». Il corpo di Bashar appare come una mappa delle atrocità subite: ha una lunga cicatrice all’altezza dell’ugola che risale «a quando hanno minacciato di sgozzarmi», poi cicatrici rimaste dagli elettrodi introdotti sulla testa dove i capelli sono radi e semi rasati. «Ha subito scariche anche nelle zone genitali «conferma sua moglie Regina. Come conferma anche Wadih al Asmar del Lebanese center of human rights, la tortura nel paese è considerata come una semplice tecnica di interrogatorio, la presenza di molti gruppi terroristici inoltre non fa altro che giustificarne l’utilizzo da parte delle autorità.

L’ambasciatore libanese presso le Nazioni Unite, Nawaf Salam, in una recente audizione ha chiesto al Consiglio di Sicurezza di condividere il peso dei profughi siriani nel Paese dei Cedri, vista la politica di accoglienza che il piccolo Stato ha deciso di adottare. Fermare le deportazioni ha un costo, che in qualche modo va sostenuto.

Bashar, dal 9 novembre 2013, è un uomo libero. Quando lo incontriamo a Beirut è spaesato, esausto, dopo più di nove mesi di detenzione.

I suoi occhi esprimono tutto ciò che ha passato. Un velo di angoscia profonda che mina la sua salute dalle fondamenta. Non è più abituato a camminare. Ogni qualche passo deve fermarsi per riprendere fiato. Ha dimenticato cosa significhi avere gente intorno a sé, il rumore delle auto, i suoni della città. Gli odori. Quando saliamo sul taxi abbassa il finestrino, reclina la testa, chiude gli occhi. «Non pensavo avrei più provato questa sensazione. Il profumo del vento sul viso».

Chiede se possiamo accompagnarlo in un luogo in cui ci siano tavolini all’aperto. Ha voglia di guardare le persone sedute attorno a sé, di vederle chiacchierare, in un venerdì pomeriggio come gli altri. Ci sediamo e ordina un dolce al cioccolato, ma al secondo boccone deve interrompere. Soffre di repentini sbalzi di pressione, dovuti in questo caso all’improvviso eccesso di zuccheri dopo mesi di privazione, aritmie cardiache, un senso costante di oppressione «un macigno sul petto che mi impedisce di respirare».

building beirutA qualche giorno dal suo rilascio Bashar viene regolarmente registrato come rifugiato agli uffici dell’Unhcr di Beirut, nella speranza di potere essere trasferito in Germania dove potrà ricongiungersi a Regina. Il suo caso è particolarmente complesso, per le carcerazioni subite in Siria e in Libano e perché mancano all’appello ancora troppi documenti. Il Ministero degli Esteri tedesco ha bisogno di certificati identificativi ufficiali per poter avviare la pratica di trasferimento. La procedura burocratica potrebbe richiedere un lungo periodo di accertamento, altri mesi di oblio in uno spazio di mezzo, un transito lunghissimo.

La salute di Bashar è fortemente compromessa, a causa dell’epatite contratta in carcere e per una seria fragilità cardiaca. A una settimana dal suo rilascio è ricoverato una prima volta per complicazioni  respiratorie all’Ospedale San Joseph e una seconda volta viene visitato da un cardiologo all’ospedale Al Makassed, che gli fissa una terza visita di controllo specialistica ospedaliera.

«La cosa che mi spaventa di più è pensare al tempo che dovrò aspettare qui, in questo limbo, prima che tutti i documenti siano pronti. Il non avere più niente. Non un lavoro, nessuno che mi aspetti, nessun posto in questo Paese. Vivere con un senso costante di paura, con l’angoscia che qualcosa possa ancora succedermi, ogni giorno cercare di sopravvivere all’impotenza e alla frustrazione. Il giorno in cui potrò andarmene da qui e ricominciare tutto sarà il più felice della mia vita».

Ha seri problemi d’insonnia e tachicardie continue, «la notte è un incubo, nel buio e nel silenzio i fantasmi tornano e ho ancora paura di potere morire».

Ci mettiamo in contatto con il Centre Nassim di Beirut, l’associazione libanese che si occupa di diritti umani e di supporto a vittime di tortura. Per ricominciare a vivere Bashar ha bisogno di supporto medico, legale e psicologico. È lui stesso ad ammetterlo, in più di un’occasione. «Da solo non ci riesco, ciò che mi sommerge è più potente di me». Qualche giorno fa Bashar ha avuto il primo appuntamento con il team di specialisti del Nassim che d’ora in avanti seguirà il suo caso.

Deve ricominciare a occupare il suo tempo, soprattutto, per cercare di ricostruire una sorta di quotidianità in questo vuoto d’attesa che ora si trova a vivere. Tornare a essere in relazione con gli altri, sentire che la sua vita ha ancora un senso e un valore. Tramite un amico che lavora per un progetto educativo a sostegno dei bambini siriani profughi in Libano, Bashar ha iniziato a lavorare come insegnante volontario di inglese e di musica. Suona il pianoforte molto bene.

Chiediamo a Regina, a Berlino, come sia la situazione del marito e quali siano le criticità per l’espatrio in Germania. «L’ostacolo principale è che a Bashar mancano ancora molti documenti identificativi, necessari per potere avviare le pratiche del trasferimento. Dalla Siria è impossibile recuperare sia i documenti relativi al nostro matrimonio, che tutti i documenti personali di mio marito. In mancanza di queste certificazioni all’Ambasciata tedesca mi hanno fatto sapere che non è possibile richiedere una Visa per il ricongiungimento su base familiare e tantomeno fornire a Bashar un documento con il quale possa lasciare il Libano. Inoltre ho cercato di fare rientrare mio marito all’interno del programma del Governo tedesco per l’accoglienza temporanea di 5000 profughi siriani. Ho avuto conferma dall’Unhcr che hanno ricevuto questa richiesta e che la stanno discutendo con il Consiglio tedesco, che si sta occupando dell’intero programma, ma ci hanno dato flebili risposte e ci hanno consigliato di considerare altre opzioni. L’unica speranza che ho, in questo momento, è che l’Unhcr voglia riconsiderare la posizione di mio marito non come rifugiato semplice ma come rifugiato politico richiedente asilo. Questa, una volta ottenuta, gli consentirebbe almeno di chiedere asilo in un Paese europeo. Stiamo cercando in ogni modo di fare arrivare dalla Siria i documenti ancora mancanti ma potrebbero volerci mesi. Sono molto preoccupata per la sua salute, che continua a peggiorare. Cerco di mandargli soldi quando posso, per le spese mediche e per le visite ospedaliere, ma è complicato. È una condizione di limbo estenuante, durissima. Stare qui, senza nulla in mano, senza nessuna certezza, in attesa di una risposta con la speranza che qualcosa succeda».

Vivere in un tempo dilazionato, in una prigione a cielo aperto, con la speranza che un giorno possano tornare a essere una famiglia.

 

 

Fotografie di Maria Camilla Brunetti

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