Rachad e l’arca di Noè – di Laura Silvia Battaglia

Cronache della Mezzaluna, la rubrica di Laura Silvia Battaglia per il sito di Reportage

 

Rachad ha l’Iraq nelle mani e nella testa. Anche qui a Londra, dove vive da anni. Si è appena trasferito in un quartiere per nulla borghese, Brixton village, dove è possibile barattare scampoli di Africa subsahariana con lacerti di Maghreb ad ogni angolo, e dove ha preso in affitto un pied-a-terre con laboratorio d’arte annesso. Qui, la sua vane seconda moglie cresce il frutto del suo amore tardivo, una bimba biondissima che carambola dal soggiorno alla cucina, agguantando, con la curiosità dei suoi 12 mesi, ogni oggetto a tiro di infante. Rachad è un uomo bellissimo ma soprattutto la sua storia contiene milioni di anni di storie dall’Iraq. Padre pittore, madre artista, Rachad si è trasferito in Europa ai tempi di Saddam. Prima in un Paese dell’Est, poi in Germania dove ha messo su la sua prima famiglia. Da lì e poi, successivamente, dall’Inghilterra, ha continuato a lavorare come artista e artigiano, affiancando questa attività a quella di attivista per i diritti umani. Finché non le ha saldate insieme, ritornando in Iraq nel 2010, dopo l’exit strategy americana. Rachad sa tutto della cultura mesopotamica e dell’arte della navigazione. E così si è messo a servizio della NGO The Nature Iraq, alcuni anni fa, e ha costruito le imbarcazioni tradizionali (la guffa e la karrada) per una spedizione eccezionale: la navigazione del Tigri e dell’Eufrate dalla sorgente alla foce. Con Rachad abbiamo condiviso parte di questo viaggio straordinario, nell’ottobre 2013, per un mese, da al Kut, a Sud di Baghdad, fino allo Shatt al Arab. Di Rachad ho sempre ammirato il fair play, e la nobiltà di pensieri e azioni, anche in contesti difficili, anche quando tutto sembrava crollare. Rachad è un sognatore e un guerriero, allo stesso tempo. E quando è tornato in Iraq ha combattuto per la memoria di questo Paese, nonostante intorno ci fosse solo distruzione. Come sulla spiaggia di al Kut, davanti al Tigri, quando costruiva una zattera per guadare il fiume mentre ancora non si sapeva se le autorità locali ci avrebbero fatto navigare e la tensione era alle stelle. Lui intrecciava liane e corde con i legni, con massima precisione, come un Robinson Crusoe al contrario piombato da Londra a Baghdad senza lo stress della rush hour, e sorrideva sornione. Ogni tanto, diceva “sabr”, pazienza” e si consultava con abu Haider, il nostro capitano-barcaiolo, un uomo dall’età indefinibile. Rachad non è un artigiano improvvisato: per raggiungere l’obiettivo di rimettere in piedi delle imbarcazioni tradizionali, si è chiuso per mesi nel suo laboratorio di Baghdad e ha fatto venire alla luce un certo numero di guffa, piccole barche circolari a forma di padella, costruite secondo le regole della tradizione. Le guffa hanno navigato per davvero, dopo che per anni non se ne vedeva mezza sulle rive mesopotamiche e Rachad ci ha preso gusto: è rimasto in Iraq per tutto il tempo in cui è riuscito a farsi finanziare la sua attività, ossia fino al 2015 e si è messo in testa una cosa impossibile: lavorare sull’arca di Noè. Perché un progetto così grandioso, gli ho chiesto. Lui, candidamente, ha replicato: “L’Iraq è la terra di Abramo, la culla dove Noè ha conservato le specie umana da un evento climatico devastante. Se è esistita storicamente, quest’arca va immaginata allo stesso modo con cui, si suppone, l’avrebbe potuta costruire un iracheno allora”. Così Rachad si è inventato il “Safina project. Ark re-imagined” che consiste in un finanziamento per la produzione di 21 tipologie di scala delle guffa (dai 55 ai 155 centimetri di diametro) per ricostruire l’unica arca di Noè che sia stata logicamente progettabile a quei tempi: “Un complesso sistema di guffa e kelek architettonicamente combinate tra loro, in una forma che ricorda un mandala, e che avrebbero costituito il prototipo per la safina, ossia il veliero che garantire la salvezza a Noè e alla sua famiglia”. Mentre guardo il modellino nella sua casa di Brixton penso che quest’uomo è un genio e che questo progetto, se andasse in porto, è una di quelle creature che solo i matti-savi possono avere mai pensato. Rachad vuole ricostruire la “safina” e non  la vuole ricostruire da solo. “Voglio coinvolgere 12 comunità irachene che vivono ancora sulle rive del Tigri e dell’Eufrate per ridare loro sostegno e forza, per rivivificare la tradizione e la manifattura”. Ma non è tutto. La safina viaggerebbe ancora dentro l’Iraq, da Hilla a Basra per raccogliere sulle sue navi i prodotti delle manifatture irachene sul fiume. “Ho pensato che poi tutti questi materiali possono diventare oggetto di una mostra a Londra. Perché non trasferire dunque la Safina sul Tamigi e ricostruire in una installazione qui in Inghilterra l’idea della Mesopotamia?”. Rachad ha gli occhi che pulsano e brillano, mentre la sua figlioletta salta dentro le microscopiche guffa del soggiorno di casa, che fungono da piccole piscine senz’acqua.  Rachad già vede quel grande mandala fatto di guffa galleggiare sul Tamigi, vicino casa sua. In fondo, se Maometto non va alla montagna, la montagna va a Maometto. Da Brixton al ponte sul Tamigi, ci sarebbero solo poche fermate di metropolitana, per Rachad,  per respirare di nuovo aria di casa.  Per salvare la sua memoria sulla barca della salvezza, sulla sua safina.

 

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Yayia e la casa di famiglia a Gerusalemme vecchia

Yahia non ne può più ma non lo dà a vedere. Quel mattino del luglio 2017 ha perso il suo aplomb. Lui, arabo palestinese della città vecchia, un lavoro buono a Ramallah per la Croce Rossa Internazionale, una moglie sempre amata e tre figli, di cui una sposatissima a Istanbul, non si dà pace. Due giorni prima è scoppiata la protesta dei palestinesi per l’installazione dei metal detector davanti all’ingresso della moschea al Quds e sua sorella Taghreed è stata ferita incidentalmente. All’appuntamento alla Porta di Damasco si fa trovare con il rosario islamico in mano. “Così conto, prego e mi calmo”, dice. Yahia non è un guerrafondaio, un sostenitore di fazioni estremiste. Quando Hamas ha vinto a Gaza e ha scalzato al Fatah anche nei Territori Occupati, non ha fatto salti di gioia. “Non approvo gli eccessi, la violenza, le Intifade ma certe volte penso che sbaglio, forse ho torto io. Essere accondiscendenti, in questa terra, non paga comunque”. Yahia ci accompagna, nel dedalo di vie della città vecchia, verso la casa della sua famiglia. E’ all’ultimo piano di un cortile minuscolo, dove altre due famiglie palestinesi occupano il primo e il secondo piano. Salendo le scale, si vede che non hanno grandi prese d’aria e di luce e sono tanti in casa. Casa di Yahia invece è al piano nobile ed è molto luminosa, anche se piccolissima. La moglie Rima ci accoglie con caffè e dolci, i capelli sale e pepe corti e l’energia delle donne palestinesi che non si fermano mai e che, nel suo caso, ci tengono a mostrarsi laiche e moderne, in jeans e maglietta. Yahia non ha molto tempo: sua sorella Taghreed, schiacciata nella calca davanti all’ingresso della porta dei Leoni, è ancora in ospedale. “Quello che abbiamo visto è indicibile. La polizia entrava nell’ospedale e arrestava persone in barella. Abbiamo dovuto opporci fisicamente, nel caso di due persone, ma non ci siamo riusciti. La situazione sta diventando insostenibile”. Yahia e la moglie non vivono più a Gerusalemme da anni ma questa è la casa di famiglia. La moglie Rima spiega, mentre Yahia continua a dare un occhio alle news e con le dita snocciola il rosario. “Bisogna presidiare le case in città vecchia. Se non vieni mai e nessuno si vede intorno, pensano che siano vuote, disabitate, di proprietà di nessuno. Qui intorno, alcune case in queste condizioni sono state messe all’asta da una società internazionale e vendute a ebrei russi di seconda generazione”. Il giro del quartiere è eloquente. Tra una scalinata e l’altra, si distinguono abitazioni con portoni automatici all’ingresso, videocitofoni, display di digitazione di codici di sicurezza. Basta alzare lo sguardo un po’ sopra la testa di appartamenti simili, che sempre sventola una bandiera israeliana. Yahia vorrebbe essere equilibrato, ma non ci riesce. “Quando parliamo di occupazione, parliamo di questo. Possibile che succeda tutto questo? Noi non abbiamo alcuna intenzione di farci gabbare, perciò il venerdì siamo sempre qui. Arriviamo il giovedì sera, e stiamo qui il venerdì mattina. Andiamo in moschea, mangiamo e torniamo indietro”.  Laura non si lamenta: questo menage le consente di vedere famiglie e vecchi conoscenti. Ma mostra parecchio disappunto per la situazione in corso. “La mia vicina ha 50 anni, non fa una gran vita. La moschea al Quds, con i suoi ampi spazi e il suo giardino è l’unico spazio libero per lei. Di solito oltre che per andare a pregare, ci siamo sempre recati lì per fare pic nic sulla spianata. Ed è ovvio, ti porti una forchetta, un coltello. Con questa storia dei metal detector e del divieto di entrare per persone sotto una certa età, è un problema. Una delle cose che non vengono raccontate abbastanza è che privarci, oltre delle case, dello spazio della moschea, significa davvero trattarci come inumani, topi di fogna, gente che merita di essere sepolta viva. Insomma, inaccettabile”. La coppia è unita da un visibile disappunto e da una certa fretta. Stasera arrivano figlia, genero e nipote da Istanbul. Bisogna tornare a Ramallah prima possibile. “Ci toccherà una notte in bianco”. Rima ride. Yahia ci ha fatto il callo: “Dovremo aspettare parecchio, prima che escano dall’aeroporto per i controlli e arrivino qui. Per i palestinesi l’attesa è sempre abbastanza lunga”. Poi, lancia un’occhiata di complicità alla moglie: “Un vantaggio c’è: abbiamo parrecchie ore davanti per preparare mansaf e maqluba”. Rima annuisce, ride ancora e beve il suo quinto caffè.

 

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Ghaboos, una yemenita in cerca di verità a Beirut

Ghaboos è minuta, delicata come una bambola da carillon. Il polso microscopico, le sopracciglia corte e ordinatissime, il nasino alla francese al centro di un ovale perfetto, da madonna del Cinquecento, incorniciato da un hijab a fiori, sulle nuance del rosa e del lilla. Ghaboos è a Beirut. Come Alice nel Paese delle meraviglie è appena arrivata  ad Hamra, nel quadrilatero della città libanese più caotica, pulsante e moderna che si possa immaginare, con i suoi grandi alberghi, le banche che nascono come funghi, l’housing di lusso per arabi del Golfo, i pub e i bar che distribuiscono alcool a tutte le ore.

Ghaboos è disorientata solo da quello, ma non dai quattro giorni di viaggio che l’hanno portata a Beirut dalla capitale dello Yemen, Sanaa, via terra, in un viaggio lungo e faticoso fino a Seyoun, da dove ha preso, finalmente, un aereo verso il Cairo. Poi, dal Cairo a Beirut.  Ghaboos ha avuto una certa reticenza a svestirsi dell’abaya e l’ha tenuta addosso per alcuni giorni, prima di cedere a jeans e maglietta. Ma di una cosa non si spoglia mai: della sua forza, del suo coraggio e della sua resistenza che non cede di fronte a nulla e a nessuno. Ghaboos è la sorella coraggio di Mohamed al Absi, il giornalista yemenita che ha scoperto i leaks del mercato del petrolio in Yemen e che è morto in circostanze misteriose, avvelenato.

Al Absi è morto nel dicembre 2016 e c’è voluta una grande fatica e soprattutto la determinazione di Ghaboos e del Sindacato dei giornalisti yemeniti per potere ottenere il permesso di eseguire l’autopsia sul corpo del fratello, morto dopo avere consumato una cena con il cugino di sangue. Ghaboos non ha dubbi: “ Lo hanno ucciso. L’autopsia lo dice chiaramente: avvelenato. E’ morto sul colpo. Mio fratello aveva troppi nemici”.

Al Absi non era nuovo a investigazioni, nei confronti dell’establishment yemenita, di qualsiasi colore esso fosse. Nel passato aveva investigato i link tra l’evasione dei detenuti qaedisti dal carcere di Sanaa nel 2014 e l’attacco terroristico all’ospedale militare dello stesso anno; la corruzione era il suo pallino e si era prefisso l’obiettivo di investigarla dappertutto: dal mercato delle armi all’industria degli idrocarburi. Prima della morte pubblicò uno solo delle decine di documenti compromettenti sui rapporti tra i leader locali delle milizie houti e la francese Total per la compra-vendita del petrolio. Una bomba informativa che era scoppiata nel pieno del consenso dei sanaani al partito Ansarullah e che inchiodava il portavoce del movimento, Mohammad Abdul Salam, dimostrando la sua proprietà di una compagnia petrolifera che rivendeva a sua volta il petrolio al mercato nero di Sanaa, controllato dagli stessi Houthi. Al Absi venne ucciso subito dopo la pubblicazione del documento. “Mio fratello – ricorda Ghaboos – era estremamente teso in quei giorni, cauto, sospettoso. Si diede parecchio da fare per nascondere adeguatamente quei files rimanenti. Sapevo che aveva paura e che lo seguivano”.

Per potere procedere alla ricerca della verità, Ghaboos ha smosso il mondo. Il corpo di suo fratello è stato smembrato: parte di esso è a Sanaa, parte ad Aden per una prima autopsia “di Stato”; una terza parte è in Giordania, dove Ghaboos ha preteso una autopsia aggiuntiva, per avviare una investigazione indipendente, supportata dalla Federazione Internazionale dei Giornalisti.

Ghaboos non versa una lacrima, quando parla di Mohamed. Mentre la abbracci sei certa che ne abbia versate già abbastanza e che non le sia rimasto il tempo di perdersi nel dolore. Ghaboos vuole la verità. “Lo devo a mio fratello, alla sua memoria; lo devo alla mia famiglia, perché io e mia sorella siamo rimaste orfane e mio padre è morto di crepacuore; lo devo al mio Paese perché mio fratello ha sempre lavorato per vedere  crescere uno Yemen più equo, trasparente e giusto”.

Ghaboos ha una forza tale che non le impedisce di prendere un aereo e arrivare a Beirut per incontrare un gruppo di internazionali che la possano aiutare a fare chiarezza. E’ in pericolo anche lei, lo sa. La sua email è stata hackerata. Ha ricevuto minacce di morte. Una motocicletta ha già simulato un investimento mentre attraversava la strada. Ma Ghaboos non si perde d’animo. E’ sempre lì lucida, presente, fintamente placida davanti al suo smoothie del Mac Donald di Hamra street. Fintamente, perché si avvicina a due millimetri dal mio naso e mi grida in faccia, sempre sussurrando, tutta la sua indignazione: “Me lo hanno ucciso . Bastardi.”

 


Ahlam, il candore e l’attesa in un ospedale di Sana’a

All’ospedale al-Thaura di Sana’a non c’è spazio per la pietà. Il personale medico si muove velocemente tra un corridoio e un altro, i parenti braccano il manager all’ingresso della segreteria dell’ospedale, i militari ciondolano stancamente davanti alle scale, cercando di arginare senza convinzione chi vuole salire ai reparti e non ha il permesso. Nella nostra visita in questi gironi di purgatorio dimenticati dagli uomini, dove i più aspettano la morte – e sono i più fortunati perché hanno abbastanza soldi per pagarsi da sé le cure mediche e non attenderla in casa – ho visto Ahlam fare capolino dal suo letto con un insolito hijab bianco nel nero imperante dei niqab, il viso dolcissimo e un po’ troppo gonfio scontornato dal cotone del fazzoletto, sulla luce del giorno che era già accecante. Ahlam è l’ultima paziente affetta da tumori che abbiamo visitato: stranamente composta, piena di speranza ma, allo stesso tempo, sottomessa al suo temporaneo destino di attesa. Prima di lei, nel cortile dell’ospedale, in uno scenario che somigliava in tutto e per tutto all’ora d’aria concessa in una prigione italiana, ne avevamo visti una ventina, di tutte le età. Arrabbiati e consapevoli che per loro, gli ammalati yemeniti di tumore, non c’è alcuna speranza. Né qui, perché mancano le medicine, né altrove perché non si può sperare di essere trasferiti, curati, salvati all’estero, in qualsiasi altro Paese. I più fortunati, con buoni legami familiari, sono riusciti a farsi curare in Oman. Ma sono pochissimi, paragonati all’altissima percentuale di chi ha bisogno. La madre di Ahlam, Um Hateeg al-Assuad, è una donna energica, dai fianchi larghi, alta e imponente: donne così in Yemen sono considerate rare e bellissime, proprio per la loro generosità, visto che il tipo di donna yemenita è sempre minuta ed esile. La sua voce è proporzionale all’ampiezza dei suoi polmoni: non è un essere umano che si arrende facilmente. “Mia figlia attende da un mese questo visto per l’India. Dobbiamo fare qualcosa”. Ahlam la guarda, il capo rivolto verso la madre: lo ruota come un girasole intorno alla fonte di luce, passo passo, ovunque la madre si giri, si alzi, gesticoli. Quando Um decide che Ahlam deve fare un’intervista video, ci allontana di un passo, si piega ad abbracciare la figlia e le sistema con decisione l’hijab e uno scialle sulle spalle. Chiediamo se preferisce che la figlia copra il volto con il niqab. “Non se ne parla neppure – si gira decisa -. Mia figlia deve mostrare il suo viso, non è possibile che la mia rosa sfiorisca così”. Sorride, forte e volitiva. Ahlam si è già posizionata in favore di camera, io apro l’obiettivo, scelgo l’inquadratura, applico il microfono sulla vestaglietta d’ospedale, cercando di essere il più delicata possibile. Quando dico “Jalla”, la madre la incoraggia e ripete “Jalla”, “Avanti”, più forte. Ahlam parla: “Mi chiamo Ahlam Ateeq al-Assuad. Mi fa tanto male la testa. Sono qui da un mese e cinque giorni. Devo fare un’operazione. Devo viaggiare ma aspetto ancora il visto per l’India”. Ahlam guarda in camera e il

suo viso si poggia fluido, bianco candido nel bianco più candido dell’hijab, sulla mia rètina e qui si imprime. Quando ci congediamo, per non stancarla troppo e non sfinirla di emozioni, Um Ahlam ci abbranca fuori dalla porta. Si attacca allo stipite, ci tira per le maniche, le ciglia asciuttissime: “Vi prego, fate girare l’intervista in televisione. Mia figlia non sa che ha un tumore al cervello, un tumore maligno”. Mentre sussurra “Wallahi, vi supplico”, Um Ahlam si tiene allo stipite ancora più forte.

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Maher e i sogni di gloria

Lo chiamerò Maher per non renderlo troppo riconoscibile, ma basti a tutti sapere che la prima lettera del suo nome proprio è quella giusta. Maher ha un tesoro immenso che non sa come usare e un portafogli che, quando è pieno, va via tutto in birre Corona.  Ho compreso la sua frustrazione la prima volta in cui ci siamo incontrati on line, su un gruppo segreto per giornalisti che operano in Iraq. Il suo messaggio non era usuale, per un fixer. Non era la solita frase zoppa e sgrammaticata in cui mi si proponevano servigi fantasmagorici, tra cui portarti direttamente in bocca a Daesh, oppure intervistare una dozzina di peshmerga, oppure prendere un tè con Barzani in persona o cenare con il generale che dirige la Joint Division. Nulla di tutto questo e che, regolarmente, mi irrita e indispone. Era un semplice “Buongiorno, hai qualche rimedio per le mie paure?”. No, Maher non ci stava provando. Un giorno prima aveva raccontato, in un impeto confidenziale e poco riservato a tutti i componenti del gruppo, i suoi frequenti incubi, le ansie e l’inadeguatezza di dovere giorno per giorno affrontare il pericolo di recarsi in aree di guerra, con scontri, mine, attentati suicidi. E di doverlo (e volerlo) fare ogni giorno al soldo dei colleghi stranieri. Le risposte che aveva ricevuto erano state leggere, scherzose, con qualche raccomandazione a bere più Corona o a farsi una bella scopata. Infine, pacche sulle spalle e inviti ad essere un vero uomo dagli altri uomini. Le donne lo incoraggiavano a riposarsi qualche giorno o a farsi una vacanza. Nessuno che lo prendesse sul serio. Ma a me non convinceva. Così parlai apertamente di sintomi da stress acuto, di psicologi, di percorsi di resilienza, di centri di recupero.  Ho lavorato a sufficienza con un centinaio di giornalisti locali in Iraq per sapere che il PTSD è una sindrome diffusa accompagnata da quella – non meno presente – per la quale gli iracheni stessi si attribuiscono uno stoicismo senza eguali e una naturale vocazione alle sofferenze. Per destino o per il cruccio di una qualche autorità divina. Con Maher parlammo a lungo e non c’era nulla da ridere. Allo stadio di allora avrebbe già avuto bisogno di assistenza. L’ho incontrato di persona un mese fa, a Erbil. E’ venuto a prendermi su una Toyota bianca, un’auto che ha acquistato con i guadagni di due anni di guerra. Ci siamo seduti in uno dei bar più frequentati dai giornalisti stranieri a Erbil, il “Barista”. Era visibilmente stressato. Il telefono bolliva: una chiamata breve ogni 3-4 minuti. Per resistere allo stress si faceva una sigaretta dopo l’altra.  Mi confessava l’impossibilità a procedere oltre, allo stesso ritmo. “Non ti preoccupare – gli ho detto impietosa – il circo sta per finire. Hanno liberato Mosul, nessuno si interesserà più di voi, una volta sgonfiata la propaganda anti-Stato islamico”. Maher lo sa: da una parte si sente sollevato, dall’altra gli manca la terra sotto i piedi. E il suo vero pensiero non tarda ad arrivare: “Sono nato e cresciuto con la guerra.  Lo so, è incredibile a dirsi, ma la guerra mi dà il pane. Come farò in tempo di pace?” Eccolo lì, lo stoicismo iracheno, il PTSD nazionale e generazionale. Mi permetto di dirgli che è ora di fare il salto, di provare a raccontare lui il suo Paese, visto che è bravo come fotografo, intelligente come persona. So bene che alla rassegnazione del vivere in questo lurido posto si accompagna la frustrazione di dare i pasto i propri contatti e le proprie idee ai media stranieri. Maher si illumina e viene fuori, finalmente, con un pensiero propositivo: “Ho più di 10mila scatti e video. Pensi che potrei mettere insieme un mini-documentario?”. Mi chiede di visionare i materiali e ci vedo qualcosa di speciale: un bambino in evidente stato di malnutrizione che, nonostante tutto, viene colto da Maher in una espressione di profonda, infantile pietà, mentre tende la manina verso un ipotetico intruso fuori camera. Un’espressione piena di dignità che lui ha saputo cogliere senza esitazioni. Non so se un altro avrebbe saputo. Un altro reporter, occidentale o anche iracheno. Maher ha uno sguardo che vede e sente quello che altri percepiscono appena. Dico a Maher che sì, che potrebbe. Che non deve farsi sopraffare dallo stoicismo ineluttabile perché lui vale. Nonostante noi reporter occidentali che, di fatto, mendichiamo storie che non sempre riusciamo a rendere al meglio e che più spesso rubiamo con abile cinismo.

 

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Mashaan, le ultime ore da miliziano di Isis

Se non avessi insistito col tenente al Malaki per sapere il suo nome, Mashaan, non lo avrei mai saputo. Gliel’ho chiesto di persona e mi ha risposto con un filo di voce, le pupille dilatate dal terrore. Rannicchiato nel suo angolo, tra lo sporco delle macerie e un cumulo di sigarette, quest’uomo che dice di essere tale, non è più un uomo: è un animale. E’ detenuto insieme ad altri due sospetti miliziani di Isis in una casa del centro di Mosul vecchia, adesso utilizzata dai soldati delle forze irachene come avamposto in battaglia, dopo averla strappata agli ultimi resistenti, i più duri e puri. Mashaan ha addosso una maglietta da calcio, blu, bianca e rossa. Ha scritto “France” sulla schiena, segno di una globalizzazione che ha certamente vinto la partita da queste parti, non importa se si tratti di quella del terrore. Come sempre in questi casi, mi chiedo chi gliel’abbia data, l’orrenda maglietta, come se la sia procurata: se era la solita fornitura di abiti in tessuto sintetico che i cinesi vendono ovunque in Medio Oriente oppure se qualche miliziano straniero gliene abbia fatto prestito. Di fatto, la maglia che Mashaan indossa contraddice del tutto quanto dichiara, ossessivamente, nel disperato tentativo di salvarsi la vita: “Io non sono di Daesh. Sono di Mosul. La mia famiglia è di Mosul. Ho accettato di stare con loro per coprire i miei familiari, per salvare loro la vita. Era una scelta obbligata”. Ha gli occhi fuori dalle orbite. Se non fosse per la posizione di contenzione obbligata Mashaan potrebbe compiere azioni e movimenti irrazionali, in questo momento. Sul suo volto leggi una paura fottuta. Il tenente al Malaki non crede a una sola sua parola: “L’abbiamo visto prima. Era uno dei cecchini. Tanto lui lo sa, è inutile andare per il sottile: morirà tra pochissime ore. Lo ammazzeremo noi. Lasciamolo sfogare”. Gli altri due prigionieri accanto a lui non lo tengono affatto in considerazione. Un altro uomo, accovacciato, tiene il volto fisso sul muro di fronte a lui, le palme delle mani rivolte verso l’alto. E’ l’ora del Maghreb: so che sta pregando. Ha uno sguardo impenetrabile, duro, rassegnato ma con fierezza. La barba lunga. Ha scelto il suo modo personale di passare il tempo che lo separa dalla sua morte, una morte che sarà atroce, senza misericordia. Il terzo appare il più provato da azioni coercitive preesistenti: si piscia addosso spesso. Nell’arco di un’ora della nostra presenza si sarà bagnato tre volte. Non una parola, non un movimento. Mashaan, invece, si sbraccia, si gira, si contorce, parla e grida. Sgrana gli occhi, guarda con atteggiamento supplice i giornalisti. Ridice, se non fosse stato chiaro: “Sono di Mosul, non c’entro niente. I nostri capi sono stranieri”. Con quella scritta France sulle spalle, quel che dice è doppiamente poco credibile. Meno di un chilometro da qui, accanto alla moschea al Nouri, la 16esima della Golden Division ha stanato una famiglia francese. “Pare fossero quadri di Isis: la moglie del miliziano e i suoi 4 figli sono stati arrestati. Vedremo cosa verrà fuori dall’interrogatorio”.  Il francese è morto da martire suicidandosi contro la seconda brigata. E invece Mashaan è qui e adesso, con la sua orrenda maglietta da calcio “France” e con tutti i morti sulle spalle – se è vero – fatti secchi da cecchino negli ultimi 15 giorni o da miliziano di Isis negli ultimi tre anni –  è vivo e captivo. Non solo gli ruga, questo destino di vergogna senza santità di guerra, ma si attacca disperatamente a ogni bugia per evitare di morire da martire e, codardamente, di morire comunque.

 

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Nawes, regina di piroette

Nawes è al centro della sala. Scuote un po’ i capelli neri, concentratissima. Respira profondamente: vedo appena un sussulto salirle dal petto, sotto la casacca bianchissima. Poi parte con i suoi gesti marziali, le gambe tese, le braccia armonicamente piegate in opposizione alle gambe. Geometria pura dei disegni che il corpo può fare nello spazio. E immediatamente tutte le altre ragazzine dietro di lei la imitano docili.

Qui, nella palestra improvvisata al piano superiore dell’edificio-campo di Shawes a Erbil, ci saranno 40 adolescenti in pochi metri quadri. L’odore è acre ma l’atmosfera è galvanizzante. La scuola di takewondo è una delle attività di questo progetto per l’inclusione sociale degli adolescenti, attivato dal 2016 dalla ong Terre des hommes, su una popolazione di 3mila persone ospiti del campo, appartenenti a tutte le etnie e religioni dell’Iraq e della Siria.

Nawes, curda irachena e nativa del posto, è un modello per tutti i neo-studenti di takewondo. E’ diventata campionessa nazionale irachena nella sua categoria, i 42 chilogrammi, ed è intenzionata ad andare avanti. Ha l’aria della prima della classe: posata, sorridente ma seria, determinata. Inglese perfetto e naturalezza davanti la telecamera, Nawes è religiosamente votata al suo destino di campionessa. “Il takewondo – dice –  è una disciplina molto seria: devi dimenticare tutto e tutti e dare la priorità al tuo corpo e alla concentrazione necessaria per praticarlo”.  Decisa, la ragazza. Sa proprio cosa vuole.

Con me non fa cenno alle questioni di genere. Ha solo 12 anni, forse è troppo presto. O, forse, è semplicemente una ragazza fortunata. Il maestro Azad, un curdo con la faccia da pugile, tanti anni vissuti in Germania e la voglia di farcela una volta ritornato in patria, la presenta come la sua pupilla, il frutto migliore della sua educazione spartana e corporale. Fa di tutto per farcela conoscere e intervistare, scomodando anche la famiglia di lei, direttamente da casa.

Nawes arriva scortata da padre e fratello, orgogliosi l’uno del suo giovane virgulto, l’altro della sorella maggiore regina di piroette potenzialmente invalidanti per chiunque voglia aggredirla. “Ho insistito io affinché praticasse e continuasse. Il maestro vuole portarla all’estero e noi la seguiremo”. dice con i lucciconi sulle pupille. Dietro una figlia di successo c’è sempre un padre che gliel’ha permesso, specie in società conservatrici come questa.

Heili, invece, la studentessa più adulta della classe di takewondo, con i suoi lunghi capelli color miele, e il seno abbondante già di impiccio ai volteggi, sa bene cosa voglia dire la misoginia da queste parti. E lo dice senza mezzi termini: “Questo non è uno sport per donne, ci dicono. Lo dicono anche a me. Ma non mi importa. Vado avanti perché mi piace”. Nawes, su questo punto, non ha ancora consapevolezza. Lei, come la maggior parte dei ragazzi e delle ragazze qui, praticano il takewondo più che per difesa, per benessere fisico, oltre che come strumento per  stare insieme e scaricare l’aggressività in una forma di contenzione armonica e positiva delle energie.

L’ora di ginnastica volge al termine. Le ragazze si mettono in fila indiana per misurarsi one-to-one con l’istruttore. Le più piccole saltano e gridano con tellurica energia. Nawes grida un po’ meno, ma non sbaglia un colpo. Elegante, volteggia senza dare l’impressione che ci metta un’energia viscerale. Se guardi bene Nawes, in realtà, non la faresti cosi sportivamente integralista. Ma il suo tendere la gamba in avanti per dare una legnata alla racchetta equivale a una dichiarazione di guerra. Uno statement del tipo: “Datemi un’arte marziale e vi solleverò il mondo”.

 

 

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Reem, le unghie, i tacchi e il colera

Reem Abdulkarim Saleh al-Ghazali ha un nome lungo quanto la via lattea. Lungo come le sue gonne fruscianti con la balza che non ti aspetteresti indossate da un dottore responsabile dell’unità intensiva per la quarantena da malattie infettive all’ospedale al Sabaeen di Sana’a. Eppure Reem le indossa e con una certa civetteria. Quando entriamo in questo prefabbricato dell’ospedale, separato dal corpo principale della struttura, il vice-dirigente amministrativo ce la annuncia con gli occhi che brillano: “Adesso andiamo dalla dottoressa al-Ghazali”. Non capisco se è sovraeccitato perché trattasi di donna di potere o di bella donna. Quando l’ho vista ho capito che la seconda opzione è certamente quella valida. Reem, con il camice bianco sull’abaya nera, ci accoglie nell’ufficio del responsabile. Sopra il niqab  che Reem indossa, sbattono delle ciglia lunghissime di fronte alle quali l’amministratore cede, esausto, sprofondando sulla prima sedia disponibile. Da questo momento in poi non sarà capace del becco di una interazione tra noi e Reem, se non qualche sorriso ebete piazzato qua e là. Reem, di primo acchito, è antipatica. Si dà le arie della puella docta, per giunta responsabile di una zona dell’ospedale cruciale: “Fino a primi di gennaio abbiamo avuto circa 10 casi al giorno, ma nessuno si rivelava positivo. Adesso, in pronto soccorso, ne arrivano 100 ogni ora”. Quando mi parla non riesco a non associarla agli specializzandi italiani che fanno ala al primario nelle prime visite del mattino: il naso un pochino in su, i tacchi degli stivaletti che segnano il passo, una certa sicumera palpabile dalle sue parole: “Sono la responsabile”, è la frase che ripete più o meno ad ogni domanda. Ci tiene a sottolinearlo. Ci fa da cicerone nei corridoi dell’unità, bianchissima e pulitissima, a confronto con le altre zone dell’ospedale. La stanza della quarantena ha un’anticamera che costituisce una rudimentale barriera all’isolamento del soggetto infetto: Reem fa capolino, facendoci indossare guanti e mascherina. Dentro ci sono due donne. Finito il giro, ritorna in ufficio e ci fa accomodare, mentre l’amministratore continua a guardarla adorante. E qui Reem parte con una filippica sindacale: la banca centrale yemenita è stata spostata ad Aden da 6 mesi, nessuno statale riceve lo stipendio, lei va ancora a lavorare per dovere morale ma è stufa di questa situazione, in più è responsabile di reparto, e deve affrontare lo scetticismo di famiglie, pazienti, dottori e dirigenti. Mentre parla scarabocchia il foglio con la penna ed è lì che noto unghie lunghissime e curatissime, senza smalto e senza henna, ma perfette. Mi metto nei panni dell’amministratore: per lui Reem è la regina di Saba dell’ospedale, l’emancipazione fatta potere, una sorta di hot girl (se così si può dire) in camice. Chissà che film si fa. Mentre Reeem snocciola il suo rosario di noie quotidiane, inizio a capire perché è così rigida: è bella, competente, ha una posizione e deve difendersi. E allora affondo: “Dottoressa, ci sente assediata in ospedale? E’ difficile lavorare da donna qui? E avere una posizione di responsabilità?”. Reem alza il capo superbo dal foglio degli scarabocchi. Adesso non se la tira più. Mi parla in tono confidenziale. Forse si sente compresa e abbatte le barriere. Mi dice, adesso in inglese, anche per non farsi capire da chi mi accompagna: “Non è difficile fare il medico ma è difficile dialogare con l’amministrazione”. L’occhio di lei non va nemmeno sul funzionario seduto a gambe larghe sulla sedia, il viso in terra, gli occhi di sguincio su di lei, ma con una certa timidezza.  Io capisco e sorrido. Reem sorride in risposta ma non riesco a vedere i suoi denti, che immagino bianchissimi, dietro il niqab.

 

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Moath e la shisha liberatoria

Lo incontrai nemmeno io ricordo bene dove. Ho un primo vago ricordo di lui vicino casa, tra la strada dell’hammam e quella dell’albergo Dawood, un mercenario affitta-camere nel Centro di Sana’a conosciuto da tutti i trafficanti del mercato nero di alcool. Credo ci intercettammo nel dukan di generi alimentari di fronte alla moschea di Qubata al Mahdi. Il solito schema: la donna non niqabata che parla arabo classico; il giovane parlante inglese che si approccia; la conversazione che parte; l’invito a fare una passeggiata o a vedere un monumento vicino; il tè, eccetera. Moath mi apparve subito come lo yemenita laico che rispetta la tradizione nella forma ma che ha molti dubbi sul fatto che essa sia perfetta come si dice o come appare; aveva fame di futuro; curioso come una scimmia di questo mondo occidentale tanto agognato e favoleggiato. Agile e magro come una gazzella, saltava i gradoni dell’hotel Dawood che portavano alla terrazza dell’ultimo piano, come un guerriero Masai tra le montagne del Kenya a cui fossero improvvisamente cresciuti capelli folti e ricciuti e che il vento sul tetto scompigliava a ondate. Seduti in terrazza, misi le cose in chiaro: sono fidanzata e promessa sposa. Non si sa mai che un giovane che non conosci si senta tradito nelle aspettative o scambi una conversazione per un approccio intimo. Ma, grazie a Dio, Moath non se ne curava punto. Mi parlava a raffica del padre, un padre intellettuale e poeta, docente universitario; della madre, dolcissima, morta troppo presto; di sé che scriveva poesie belle ma non belle come quelle del padre; del fatto che la situazione nel Paese si stesse deteriorando; dell’India e di questa mitica località, Goa, nella quale voleva emigrare e dove stava cercando disperatamente una borsa di studio. In tutte le nostre conversazioni, on line o di presenza, chiudeva la chiacchierata con questa domanda ossessiva: “Ma Goa, Goa, secondo te è bella? Com’è Goa? Mi conviene andare a Goa?” E io, altrettanto ossessivamente a rispondergli: “Non so dove stia e come sia, ‘sta Goa. Ma vai pure a Goa e vacci presto, qui si mette male”. Moath si comportava come qualcuno che cerchi un prete per confessarsi ma sia animato da una serie di dubbi e preoccupazioni prima di farlo. E allora cambia discorso o la butta a ridere. E così, daje e ridaje, tra un tè e l’altro, trovò il coraggio di farmi le sue rivelazioni. Un pomeriggio mi portò in un bar defilato, un po’ carbonaro, dove diversi giovani di Sanaa andavano per fumare il narghilè comodamente, giocare alla playstation e farlo in un’atmosfera promiscua: qualche ragazza si vedeva ogni tanto e ci si poteva appartare a parlare, con la porta rigorosamente aperta, in una delle sale, semplicemente un po’ in penombra. Fu qui che, dopo una bella aspirata al narghilè al gusto di mela, mi chiese: “Come funziona il sesso in Europa?” Ecco, lì mi sentii impreparata, manco fosse la domanda del proprio nipote ai primi bollori adolescenziali. La seconda domanda mi turbò di più: “Voglio dire il sesso, sai quello lì, quello diverso”. Fu allora che capii. Moath era ossessionato dall’omosessualità. Iniziò a raccontarmi storie di sheik che notoriamente allungavano le mani sulle cosce dei ragazzini, di massaggi con un po’ più di vigore nelle saune – roba discreta – e poi la storia di sua zia che avrebbe tentato di fargli perdere la verginità approfittando di un momento in cui erano rimasti soli a casa, quando lui aveva 16 anni ed era già capace ma che della zia giovane e formosa non gliene importava un fico. Mentre raccontava, fumava e fumava, parlava come un fiume in piena. Voleva sapere se a Milano ci sono giovani gay, cosa fanno, come si incontrano. Se li scoprono, se li arrestano, se li uccidono. Voleva farmi sentire la sua condizione sessuale tramite queste domande. E gli occhi gli brillavano, quando a ogni domanda gli dicevo no. “No, non li arrestano. No, non li uccidono”. Per un po’ rimanemmo in silenzio, quella sera, a fumare il narghilè senza dire niente. Ma non evitò la solita, ultima domanda: “Pensi che a Goa non li arrestano, non li uccidono, i gay?”. Non lo so, risposi, mentre passavo in rassegna le mie conoscenze sull’India, scarse, per la verità, anche se non mi rilanciavano indietro memorie di tolleranza. Moath oggi ha tagliato i capelli e mi scrive ancora su Facebook. Mi scrive da Goa, India, e non mi domanda più della comunità gay di Milano.

 

 

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La dottoressa Faiza e il paziente numero 12

C’è un momento in cui tutto l’odore di cloroformio ti sale alla testa. Lo hai annusato per giorni e per ore senza effetto. Poi, di colpo, ti getta in una nausea senza ritorno ed è difficile controllarsi.

Quando la dottoressa Faiza al-Ghada mi ha ordinato di mettere il camice e le protezioni per le scarpe, non sapevo che avrei incontrato un senza nome e non potevo sapere che avrei pianto, senza potere controllare l’emozione. Lei, invece, magra e nervosa, è già una vecchia quercia, in questo ambiente temprato dalla guerra che è l’ospedale al Sabaeen di Sanaa e si è imposta di frapporre un muro invisibile tra la sua operatività e le emozioni.

La dottoressa Faiza mi introduce al numero 12. Il bambino è attaccato alla macchina, isolato, in terapia intensiva. Ha gli occhi riversi verso destra, dalla parte opposta alla nostra. Sbava. Faiza lo accarezza e racconta la sua storia. La storia del paziente numero 12, arrivato una notte di sei mesi fa in questa mangiatoia ospedaliera, partorito da chissà quale quartiere, ferito da chissà quale bomba. Questo piccolo Cristo che ora giace crocifisso, inchiodato al suo lettino d’ospedale, aveva rischiato di perdere la vita ed era stato tirato per i capelli dalla terapia intensiva: troppe epilessie lo squassavano completamente.  Ma la causa di quell’effetto era il male peggiore: il numero 12 soffre di atrofia muscolare e, se non sarà possibile operarlo, nelle condizioni in cui versa l’ospedale, è già un disabile a vita. Ha addosso la meningite e questo basta ad applicare ai giorni che gli restano una condizionale aggravata.

Faiza spiega tutto davanti alla camera con estrema professionalità. Capisce che mi sto turbando ma non sa che ciò accade anche per motivi personali, per una tragedia conclusasi positivamente che ha riguardato due anni fa mio marito, che adesso traduce, senza fare una piega. Faiza si lascia andare, capisce che lo può fare. Aggiunge: “Nessuno è venuto a reclamare il paziente numero 12. Abbiamo fatto un appello tramite una televisione locale ma non si è presentato nessuno. Il suo trattamento costa: ho deciso di pagarlo io. Se nessuno gli darà asilo, lo adotterò io”. Faiza ha un lieve moto di tenerezza: accarezza il bimbo che rotea le pupille da sinistra a destra, stavolta, e sbava ancora.

Usciamo dalla stanza di isolamento con malessere. Mio marito scappa letteralmente: so che ha pensato che il bambino morirà, che anche lui era destinato a morire, se solo fosse rimasto in Yemen. Io crollo: piango senza contegno, copiosamente. Faiza mi stringe il braccio e mi guarda dritta negli occhi: “Non serve – dice -, non serve”. E aggiunge: “Salvare quante più vite possibile e non fermarsi mai, come davanti a una pietosa catena di montaggio. Faccia come me, Laura: faccia quel che deve fare e non si fermi. Gli yemeniti non hanno bisogno delle sue lacrime ma della sua testimonianza”. Ogni tanto, mentre metto in fila le parole, i suoni o le immagini che ho scattato, penso alla lezione di Faiza e capisco che ha ragione: il pragmatismo, in guerra, è una virtù.

 

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Mohsen, chi ha paura di un drone?

Aveva paura, una paura fottuta. Gliela leggevo nei suoi occhi spiritati, nella tensione estrema con cui abbrancava il finestrino abbassato della nostra auto. Ma chi poteva dargli torto. Andava a morire contro Isis. Oppure, ritornava a vivere, se quelle due settimane fossero passate.

Lui si chiamava Mohsen e, all’oggi, spero per lui di potere ancora utilizzare il verbo chiamare al presente. L’ho incontrato un paio di settimane fa sulla strada principale dopo l’incrocio con il ponte al Hurria, l’unico rimasto in piedi e posto in sicurezza dalle forze irachene a Mosul. Piantonava un incrocio verso la zona Est, devastato dalle macerie di una settimana prima. Un chilometro più in giù, c’erano ancora i corpi caldi di quattro attentatori suicidi. Nessuno si era degnato di dare loro sepoltura. Così, a fasi alterne, i cani sopravvissuti nella zona avevano trovato di che cosa sbranare per sopravvivere.

Mohsen era tutto un nervo. Bardato fino ai denti, come tutte le unità SQAT irachene antiterrorismo, altamente specializzate, dopo anni di training con i Navy Seals americani: le tasche del giubbetto infarcite di granate, il rosario dei proiettili per il fucile automatico inanellati con cura davanti e dietro la schiena, il berretto sulle ventitrè, l’occhiale a specchio per nascondere lo sguardo. Ci aveva fermato con fare perentorio.

“Chi siete, cosa volete, dove andate, perché siete qui, fuori i documenti”!: le quattro domande diventarono una e io e il mio fixer Ibrahim rispondemmo docili come cagnolini allungando carte, timbri, passaporti, documenti d’identità, press card internazionali. Il suo cipiglio era al massimo punto possibile: era così agitato che ho pensato avesse bisogno di scaricare la sua tensione e aggressività in qualsiasi modo, non importava quale. E’ in questi casi che l’uomo in guerra mi fa paura e i ceck point ancora di più.

Mohsen mi squadrava e squadrava Ibrahim. “Giornalista, eh?”, si rivolgeva a me con aria di sufficienza. “E tu?”, adesso gridava verso il fixer. “Sono il suo traduttore”. Ibrahim, che di solito ai ceck point gigioneggia, stavolta era serissimo. Mohsen ha deciso di concentrarsi su di me. Lo guardo fisso, cerco di porgergli un sorriso rassicurante ma che non sia troppo esplicito. Il momento è grave e lui ha tutta l’aria di volerlo rimarcare. “Italia, eh?”, continua. Io: “Sì, Italia. Milan e Inter”. Il gioco funziona sempre: Mohsen si illumina. Risponde: “Eh, Inshallah”. Poi torna furibondo: “Cosa ci fate qui? Attenzione, di là (e punta alle nostre spalle) continuano a sparare i cecchini di Isis, questi figli di puttana. Sparano a un chilometro, quindi toglietevi dai coglioni”. Si rigira verso di me: “Giornalista, giornalista, vuoi sapere cosa ho fatto oggi, eh? Vuoi sapere? Vuoi vedere? Ho una notizia per te”. Mi sembra improvvisamente sovraeccitato. Lo è, non sembra. E lo è parecchio.

Ibrahim è interdetto ma non muove un muscolo. Il militare fruga in tasca e tira fuori una telecamera tipo fish eye, non esattamente una go pro. Ha un colore beige chiaro, la base è spezzata ma i fili di connessione cono ancora visibili. “Vedi questa, giornalista?” mi grida ancora più forte. “La vuoi? E’ una telecamera di Isis. Te la vendo per 40mila iraqi dinar”.

Ibrahim, se lo conosco un po’, vorrebbe ridere. Ma si trattiene. Però interviene. Il momento lo richiede. “Scusa, ma da dove salta fuori?”. Mohsen adesso mette le mani sulle anche e diventa ancora più pettoruto, assai più di quanto glielo consentano le granate in serie dentro gli scomparti del suo giubotto. “Le ho sparato, ho sparato io. Era un drone, pezzi di merda. Ce lo avevano lanciato qui, due ore fa. Ho sparato prima che mi esplodesse sulle corna”. Mohsen è fiero ma trema tutto, trema di rabbia e di paura come una foglia. C’è rimasto male quando ho rifiutato la sua offerta bizzarra e folle: “Mi spiace, non voglio avere nulla in mano che abbia a che vedere con Isis. Stai scherzando, vero?”. Non gli ho detto “sei pazzo” ma l’ho pensato. Qualche minuto dopo, però, l’ha detto Ibrahim ad alta voce, dopo avere rifiutato gentilmente la profferta e rimesso in moto. “Questo è pazzo”. Ci siamo guardati e per un pezzo di strada non abbiamo parlato più.

 

 

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La regina di Saba abita ad al Ghaydah

Se non avessi saputo che non era vero, avrei creduto di essere sul set di un film di Hollywood. E invece era vero. Maledettamente e incredibilmente vero. Quel che non riesco a togliermi dalla mente è il suo odore. Un odore forte, persistente, di oud, la fragranza naturale dalla quale nascono molti dei profumi orientali, una fragranza facile da trovare e ricavare nella penisola arabica, in mezzo alle mirre, agli incensi, agli alberi di gomma naturale.

Ho viaggiato con lei accanto per circa cinque ore e avrei voluto chiederle tutto, anche le cose più inconfessabili. Ma non potevo. So solo che si chiama Rougheia, perché ho sbirciato nella sua carta d’identità al posto di blocco. Non avrei dovuto ma la curiosità è giornalista.

Eravamo appena saliti sul bus che, dalla città più a Sud-Est dello Yemen, al Ghaydah, ci avrebbe portato a superare il confine con l’Oman, fino a Salalah. Un bus piccolo, bianco all’esterno, lercio all’interno. Mosche che si appiccicano dappertutto, residui di cibo all’interno, spazi strettissimi. Lo avevamo preso sul piazzale esterno di un albergo che da quelle parti è considerato di lusso, ma che a stento avrebbe avuto una stella in Europa. Davanti all’albergo stazionavano famiglie di mendicanti; all’interno, in ascensore, c’era un via vai di prostitute di bassa categoria, che camminavano a piedi nudi, e vestivano un profumo nauseabondo che mi ricordava il deodorante per gli ambienti, il più scarso che puoi trovare al supermercato.

Sul bus, 11 passeggeri: 10 uomini e una donna, io. Il guidatore fa cenno alla truppa che perderà un minuto in più per recuperare un nuovo passeggero, anzi una passeggera, e mi fa cenno di prepararmi a cederle il posto accanto al mio. Quando mi dicono che sta per materializzarsi una donna al mio orizzonte sono abbastanza contenta. Finalmente un altro essere di sesso femminile. Il bus si ferma di fronte a una casa abbastanza signorile. L’autista strombazza. La porta si apre. Escono due uomini, uno più anziano, l’altro di mezza età. Ognuno regge un avere della signora che si suppone farà il suo ingresso sulla scena tra poco. Il vecchio regge una borsa leopardata. Il giovane un trolley di piccole dimensioni. Io e mio marito usciamo dal bus e attendiamo in piedi l’epifania della donna, facendo ala davanti la portiera del bus, affinché, entrando, la donna misteriosa occupi subito il primo posto a sinistra accanto al finestrino, il posto che le si conviene. A occhio e croce avremmo atteso una matrona. E invece no.

La diva appare e avanza. Sarà stata alta almeno un metro e 79-80. Avanza con un’ampia falcata, come una pantera, con un paio di zeppe nere alte 12 centimetri. L’abaya nera lascia intravedere un abito lungo, di colore blu cobalto. Il niqab è quasi solo un triangolo in mezzo alla fronte ma è possibile scorgere con chiarezza civettuola i capelli ramati. Il colore dell’iride modificato in azzurro dalle lenti a contatto è inequivocamente evidente.

La donna poggia i suoi lombi perfetti sul divanetto scassato del bus mentre io e mio marito riprendiamo posto accanto a lei come una dama di compagnia segue la sua signora, maggiordomo al seguito. La guardo curiosa ma lei mi scansa, concentrandosi sul suo I-phone 7 tempestato di cristalli Swaroski, tenendosi stretta la borsa Chanel.

Il bus è già in silenzioso subbuglio: di certo, le elucubrazioni su quel bel pezzo di gnocca se le sarà fatte ciascun passeggero. Il testosterone sale. Gli uomini sudano, qualcuno si sistema il cappello o lo scial. Tutti ostinatamente guardano avanti, nel vuoto. Impossibile non avvertire la presenza di una donna, adesso, nell’abitacolo: l’odore di oud è fortissimo e dà alla testa. Inebria anche me.

Ma lei non se ne cura punto. Per tutto il viaggio continua imperterrita a inviare cuoricini su whatsapp. Poi vira su una robusta lettura da cellulare, un decalogo sul vero amore di un certo numero di pagine, abbastanza famoso tra le donne yemenite. Nell’unica sosta del viaggio di cinque ore, non scende mai dal bus, come si conviene a una vera signora, mentre io, con le reni spezzate, mi butto per strada, cercando di fare stretching sommessamente infagottata tra abaya e niqab. E mi chiedo come lei possa stare in posizione da gheisha per tutto quel tempo, con le ginocchia ripiegate ad arco e i piedi costretti in quegli strumenti di tortura, fasciati da calzine di pizzo affinché facciano effetto vedo-non-vedo sul decoro di henna sulle dita. Non ha detto una sola parola che sia una fino adesso.

In realtà non parla; sussurra all’autista, con un fare confidenziale, come se lo conoscesse da un vita, ma con un piglio di comando, esattamente come se si rivolgesse al maggiordomo: “Vammi  a prendere una bottiglia d’acqua, Ahmad”. Ahmad esegue obbediente e torna a testa bassa. La donna beve sollevando un lembo del niqab e continua a scansarsi da me. Non una parola, un cenno, una minima confidenza. Non so cosa pensare: probabilmente ai suoi occhi sono una yemenita rispettabile e ortodossa che mai apprezzerebbe il dialogo con una come lei. Oppure no. Oppure non vuole domande, non vuole essere giudicata: fa quel mestiere e basta. Guadagna e basta. E ha il suo I-phone, la borsa Chanel, il profumo Dior che si intravede dalla borsa. Magari è felice. Magari no. Mi interrogo. Non saprei. Che conseguenze ha fare questo mestiere in questo tipo di società, fortemente moralizzatrice? E soprattutto: quanto guadagna, facendo la spola Yemen-Oman e chissà con quanta frequenza?

Arriviamo al posto di blocco e avviene quello che per tutti i passeggeri è impensabile: tolgo il niqab, pubblicamente, davanti a tutti gli uomini. Tutti mi guardano, anche lei. Ho rotto una regola sociale. So di avere forzato la mano ma importa poco. Voglio comprendere gli effetti. Mio marito se la ride. Gli altri guardano curiosi: paradossalmente, adesso, la prostituta rimane velata e la donna “rispettabile” si scopre con tacito scandalo.

Le donne vengono separate dagli uomini per i controlli. Entriamo insieme nella cabina del body searching che comunque non verrà mai effettuato, essendoci solo soldati maschi alla frontiera omanita. E’ lì che apprendo che lei è yemenita e si chiama Rougheia. Ed è lì che lei apprende la verità: mi chiamo Laura e sono europea. Italiana. Rougheia, appena vede il mio passaporto, cambia sguardo, atteggiamento. La sento, sotto quel niqab, che invero nasconde poco, destinarmi ampi sorrisi. La vedo fremere, guardare il mio passaporto come la volpe con l’uva.

Appena il soldato si distrae per uscire dalla guardiola, mi chiede: “E’ bella l’Italia?”. Le rispondo con un ampio sorriso, finalmente sollevata e libera dal niqab: “Sì, è bella”. Lei si rabbuia un attimo, mi riguarda altezzosa. Sempre sussurra: “Sei fortunata, che Allah ti accompagni”. Ed lì che ho capito che, sì, nonostante la sua borsa Chanel e il profumo Dior, e i cuoricini su whatsapp Rougheia non è felice per niente.

 

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Volevo essere comunista in Giordania

La prima volta che lo incontrai fu nel 2011. Me lo presentarono come un attivista, un giovane giordano di origine palestinese che desiderava un Paese più clemente con i rifugiati e più incline alla libertà di stampa. Muhammad vestiva un paio di jeans grigi invecchiati per davvero, un maglione lupetto rosso bordeaux e un giubotto di finta pelle marrone. Già allora fumava decine di sigarette ogni mezzora. Se sentiva freddo metteva la coppola. Per me è sempre stato un personaggio uscito da un film esistenzialista francese.

Durante la prima conversazione che avemmo fu chiaro e limpido: “Il governo non lascia spazio a interlocutori differenti dai sostenitori del re: ma sarebbe giusto che desse spazio anche a una società civile più ampia: i rifugiati palestinesi sono qui da anni, ad esempio, e anche coloro che si definiscono comunisti come me”. In quel 2011 Muhammad era tra quei molti che andavano in piazza a protestare e che rischiarono la vita e la faccia per difendere la libertà di stampa dall’azione repressiva del governo giordano che oscurò un centinaio di siti internet per impedire una diffusione a più ampio raggio di idee sovversive. Il passaggio successivo fu l’arresto di numerosi oppositori, in un arco politico che andava dal partito dei Fratelli musulmani ai vetero-comunisti. Muhammad ci credeva: “Dobbiamo portare il mondo arabo verso il pluralismo, la democrazia: niente re, niente dittatori”. L’aveva fatta facile e, infatti, si sbagliava. Lo incontrai ancora ogni anno fino al 2014 e ogni volta la sua parabola sociale ed umana si incurvava verso il basso, passo dopo passo, anno dopo anno.

Nel 2012 mi confidava come il suo lavoro presso una ONG che si occupa di assistere, proteggere e sostenere le vittime di tortura lo destabilizzasse psicologicamente e di come, quell’anno, avessero notato un incremento eccessivo di utenti, soprattutto siriani; nel 2013 mi chiedeva consiglio su come relazionarsi con il padre che gli negava il diritto a sposare una ragazza di un ramo tribale diverso; nel 2014 lamentava l’impossibilità a muoversi dalla Giordania, a causa della sua condizione di figlio di giordani-palestinesi rifugiati nel campo di Sukhneh.

Uno dei guai di Muhammad è che porta il nome del Profeta. Non lo vuole dire esplicitamente ma alla religione dei padri non ci crede più. Ha lasciato la casa paterna un paio di anni fa, “per avere più libertà”, dice, soprattutto dopo l’episodio del matrimonio negato. Vive ad Amman, al piano terra di una casa fatiscente che lui stesso sta mandando in rovina, consumato dall’apatia e dalla mancanza di fiducia nel futuro, accumulando sigarette su ogni portacenere possibile e dipingendo oli e acquerelli. Nella stanza della pittura ho visto solo ritratti o autoritratti, alcuni nudi di donna, molti soggetti ispirati a Picasso o Munch. Volti smembrati, arti amputati, pupille dilatate e movimenti facciali fermati nell’istante del terrore. L’occhio artistico di Muhammad è tutto interiore, psicologico e qui, almeno, non ha paura di gridare le sue paure.

Ma la sua vita bohemienne non ha nulla di affascinante. Muhammad aspetta ancora che un nuovo comunismo venga a liberarlo, ad autorizzarlo a disobbedire al padre, a sognare una società che redistribuisca le ricchezze equamente e che applichi alla lettera la convenzione dei diritti umani sulle vittime di guerra, di tortura, sui rifugiati e gli attivisti politici. Nel frattempo, a quella sigaretta che non sarà mai l’ultima ha aggiunto l’alcool. Lo va a comprare la sera tarda, in una bottega del centro di Amman, vicino alla collinetta con vista sulla città vecchia. Una bottiglietta da 500 ml di whisky che ingoia tutto d’un fiato.

 


Un dongiovanni nel regno di Gollum

S. è probabilmente l’uomo che il 90% degli stranieri e occidentali in Yemen non può non avere conosciuto. E che, se non fosse ancora vivo, sarebbe già una leggenda. Di quelle che si arricchiscono di particolari a mano a mano che passano gli anni e che, come un telefono senza fili, si alimentano da sole a ogni fermata del racconto, diventando un convoglio lunghissimo.

Perché S., a Sanaa, è sempre stato un uomo chiacchierato. Ricco, potente e chiacchierato. E il suo college, la sua creatura, il luogo dove centinaia di occidentali, a partire dagli anni Ottanta sono stati iniziati allo studio, alla cura, all’assimilazione della lingua araba, era un luogo mitologico per tutto il resto della città.

Come nelle saghe nordiche de “Il Signore degli Anelli”, questo strano regno di Gollum sorgeva in un luogo specifico della capitale dello Yemen, non molto distante dall’ex Parlamento, e vicinissimo alla piazza della libertà, quella Tahrir piena di gente durante i giorni della rivoluzione in cui S. agitatissimo e sudato, aveva avuto paura di perdere tutte le sue fortune. Terrorizzato, stressava anche gli studenti, impedendo loro di muoversi all’esterno del college, istituendo così un personale e vendicativo coprifuoco.

In città si favoleggiava che questo edificio, e soprattutto la stupenda casa-dormitorio, fossero dei luoghi di perdizione. Lì si sapeva che giovani americane si aggiravano discinte tra le mura e che qualsiasi cosa fosse proibita, esisteva proprio lì: sesso, alcool, fumo.

Appresi di queste leggende da amici yemeniti conservatori, circa due anni dopo la temporanea chiusura del collegio a causa della guerra. Ma visto da quella prospettiva, certo che il regno di S. doveva apparire qualcosa di demoniaco: ci si muoveva promiscuamente al suo interno, ci si vestiva in canottiera tra estranei, ogni tanto qualcuno riusciva a recuperare una bottiglia di birra o di vino, nasceva qualche amore, temporaneo o duraturo e, addirittura, anche misto. Avendoci vissuto per due anni ad alterne riprese, posso di certo dire che null’altro era se non un college, all’occidentale, nel cuore di Sanaa, con una significativa e dittatoriale presenza del suo proprietario.

Certo, a parte l’eccellente preparazione, S. spingeva un po’ sull’accelleratore della seduzione. Quest’uomo, non molto alto, dalla pelle ambrata e dal temperamento nervoso, dal baffo sottile e ben curato e i capelli riccissimi, reattivo e attivo, era ed è rimasto un amante del potere: coltivava contatti con l’establishment dell’ex presidente Ali Abdullah Saleh, si infilava in tutte le relazioni diplomatiche proficue, utilizzava un parente, il cosiddetto “pezzo grosso”, impiegato al ministero del Turismo, per andare e venire serenamente dagli Stati Uniti allo Yemen e viceversa. Intratteneva rapporti privilegiati con il governo tedesco e con quello americano e, tra l’uno e l’altro, aveva anche il tempo di intrattenersi, meno diplomaticamente, ma con più energia, con alcune studentesse compiacenti.

Da direttore, S. era assertivo con i suoi impiegati, crudele con gli insegnanti yemeniti, pieno di pretese con la sua servitù che lo seguiva a codazzo, dal faccendiere alla guardia personale, all’autista, cani e moglie compresi. Da insegnante, era bravissimo e fortemente interattivo; a volte con delle pretese assurde; spesso blandiva lo studente e gli prometteva qualcosa affinché imparasse. Dittatoriale in casa, si scioglieva solo davanti a una bottiglia di vino o liquore di almeno 15 gradi e di fronte a una bella donna.

Di lui ricordo soprattutto la prima lezione, in cui mi chiese sadicamente di buttarmi per strada, intervistare una signora, andare in un negozio per abbigliamento femminile e acquistare un’abaya, tornando con lo scontrino e il capo di abbigliamento, a riprova che non stessi mentendo, pena la degradazione in una stanza meno ampia di quella dove vivevo. E anche quell’altra volta, l’ultima in cui lo vidi da vicino, quando, versandosi un bicchiere di wisky nel cristallo di Boemia fornitogli dalla prima moglie tedesca, all’ultimo piano del Castello delle perdizioni, mi invitò a rimanere, se solo avessi voluto, a fumare il narghilè nel mafraj, il suo prezioso salotto con i divani rosso scarlatto. “Perché amo l’Italia”, disse, scoprendo in un sorriso predatorio i denti bianchissimi.

 

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Il palazzinaro di Baghdad

La cravatta è gialla, sempre troppo sgargiante, un po’ clawnesca, inopportuna. Ma se la accoppi al viso largo, ben curato, con un gran sorriso da immobiliarista di case di lusso o da piazzista televisivo, ecco che quella cafonaggine ti rimbalza addosso solo come una nota di personalità esuberante.  Muhammad Al-Rubaye fu governatore di Baghdad per due mandati, prima dell’ingegnere Zehra Alwak, prima donna sindaco della città delle Mille e una notte nel 2015, ma la politica non la molla più. Anzi, si era già presentato con successo alle presidenziali dell’aprile 2014 e già allora aveva dimostrato che sul nazionale poteva aspirare a un ruolo diverso, magari spianando la sua carriera politica verso ruoli ministeriali.

Mister al-Rubaye è fedele alla linea: la sua cravatta gialla non è una stravaganza o una stranezza. È il segno preciso dell’appartenenza all’Islamic Dawa party, il partito dell’ex premier iracheno Nouri al Maliki, ma, di più, è il colore che definisce l’appartenenza all’ISCI (Islamic Supreme Council of Iraq), la grande coalizione sciita fondata nel 1982 dall’ayatollah Mohammed Bakir al-Haqim e che oggi raduna la maggior parte dell’establishment sciita non sadrista del Paese, con una grande capacità di raccolta di fondi e investimenti per attività politiche, sociali e religiose ma anche per attività commerciali, imprenditoriali ed edilizie che fanno gola a tutti.

Se dovessimo definire al-Rubaye in una parola italiana che le riassume tutte, basterebbe definirlo “palazzinaro”. Sì, Muhammad è il palazzinaro di Baghdad. Come direttore dello “Strategic Planning Committee” al “Baghdad Governatorate Council” fu lui a firmare gli accordi più vantaggiosi per la città dal 2011 in poi, fu lui a sostenere il polo commerciale e residenziale di Bysmaya, un’area in progetto appena fuori città e destinata a spazi commerciali (soprattutto banche) e unità abitative di lusso (100mila) per 50 milioni di dollari. L’accordo per il Bysmaya City Project compound, siglato dal governo iracheno di allora (al Maliki premier) per il National Housing Program e dall’imprenditore  sud-coreano Sang Seo Kim, avrebbe avuto come obiettivo il trasferimento nella “nuova città” di 600mila cittadini di Baghdad. Il 60% del progetto venne attuato e 20 miliardi già pagati, salvo poi scoprire che l’imprenditore  sud-coreano era in bancarotta.

Fu lui, Muhammad, grazie ai 15 anni di tax-free per gli investimenti stranieri, a firmare tutte le delibere per la moltiplicazione di ristoranti e alberghi a Baghdad, ad aprire ai beni di consumo, dal food a tutto il resto, che hanno cambiato il volto della città e, dopo una guerra e un’occupazione devastanti, certamente non in peggio: dall’Happy Land City che ha trasformato il quartiere di Jadrya in una crociera statica (progetto di Happy Land Company a maggioranza di investimenti curdi) fino al faraonico hotel Babylon Warwich, a cui hanno partecipato investitori aderenti al già citato Islamic Supreme Council of Iraq, che attrae notevoli capitali da Iran e Libano.

In un’intervista rilasciatami tempo fa, mi spiegava che  “l’Iraq deve diventare un Paese governato dai partiti, non dall’establishment”. Intendeva dire che ci vorrebbe un vero pluralismo e, all’interno degli stessi partiti, una distribuzione dei poteri più ampia. Insisteva molto nel mostrare la sua azione su Baghdad, finalizzata soprattutto agli investimenti, come “un modo per servire la popolazione, le persone di Baghdad”. Quando gli abbiamo chiesto perché puntava a un housing di lusso e non a un housing per poverissimi e persone disperse dalle guerre e dai conflitti interni, non ha avuto mezze misure: “Una città cresce se crescono i capitali investiti in città. Con i soldi dei ricchi e degli imprenditori posso creare capitale per altri cittadini meno abbienti”. La crescita, il sogno economico di una grande Baghdad è sempre stato il pallino fisso del governatore, in un modello misto tra economia liberista e affarismo libanese. Allora – nell’aprile 2014, in periodo pre-elettorale – era stato così bravo da organizzare un happening con tutta la crema dei giovani baghdadi di talento, figli di dirigenti, grandi imprenditori o ministri, impegnati a lavorare in istituzioni come le Nazioni Unite, ambasciate straniere, compagnie e multinazionali americane o in agenzie libanesi o iraniane.

Allora, al suo passaggio, si alzavano tutti, creando un naturale varco nel mar nero degli abiti regimental e loden. Allora incoraggiò tutti gli astanti a fotografarlo con gli smartphone. E diceva, con grande acume per la sua carriera politica, consapevole di dove stesse portando il vento e senza timore di essere contrastato: “Il futuro è nel web: ragazzi ritwittatemi”.  Al-Rubaye, con quell’aria da falso piazzista, è un politico moderno e di talento che ha capito tutto. Oggi è il vice direttore della commissione per la sicurezza del Consiglio provinciale di Baghdad ma porta sempre la stessa, lucidissima, cravatta gialla.

 

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Una Biancaneve in chador

L’appuntamento con lei è puntuale come una cambiale. Ogni volta che torno in Iraq non c’è una volta che non incontri Nawres, una delle donne più di talento, attualmente, di tutto il Paese. Al punto che sono abbastanza certa che tra una decina d’anni potrei ritrovarmela in ruoli dirigenziali nel governo o in qualche azienda statale o ministero. Nawres è il concentrato di tutti gli stereotipi che un occidentale laico accumulerebbe sulla sua persona, soltanto a guardarla. Quando dico un occidentale laico intendo quella tipologia di intellettuale che sostiene la laicità dura e pura a tutti i costi nelle istituzioni, nella vita pubblica e magari anche nella vita privata, assolutamente certo che il binomio velo-sottomissione sia un’equazione perfetta e sempre valida. Guardi Nawres e pensi che l’abbiano assemblata a Qom: non ha mai abbandonato il chador nero che porta divinamente; ha sempre usato sotto il chador dei lindi hijab a fiori molto discreti e in tinta con il lungo vestito che si intravede quando il chador non è troppo intabarrato; non l’ho mai vista avere un comportamento fuori posto, anche lì dove posa i suoi occhi, quando poggia la borsa, quasi sempre nera, da signora-carapace che si porta dietro una piccola casa. Guardi Nawres e pensi che è una di quelle donne con l’ossessione per la morale. Poi le parli e scopri una donna di una intelligenza rara e sopraffina, serena con se stessa, senza la sindrome della Madonnina infilzata, assolutamente rispettosa delle scelte delle altre donne. Per chi conosce bene i dettami dell’Islam, potrei dire che non ho mai incontrato una donna che segua i precetti coranici con una naturalezza e una intelligenza tali. Nawres non è e non può essere una sottomessa perché è completamente calata in questa parte, la approva e se ne sente parte integrante senza rimpianti o ribellioni ma con una spinta sanamente femminista, in quel contesto. Questa ragazza, nata a Diwanya, ha studiato ingegneria, ha conseguito tre master in elettronica e in managment aziendale, parla quattro lingue. Ha viaggiato e viaggia da sola per studio, quasi sempre verso l’Iran, come del resto la sua formazione sciita richiede. Se sette anni fa l’avevo ascoltata parlare di falde acquifere, delta del Tigri ed energia elettrica, la ritrovo nello stesso periodo a tenere cinque workshop di fila per aziende investitrici nell’edilizia nella zona di Bassora: i suoi allievi sono tutti ingegneri maschi, turchi, iraniani, iracheni, giordani. Lei deve faticare solo i primi cinque minuti per azzerare il maschilismo nella sua classe: dopo quei cinque, i quarantenni davanti a lei sono debitamente stesi al suo sapere e dai suoi modi assertivi. Nawres ha un’autorevolezza rara: parla in modo pacato ma ti strega con la sua intelligenza. Poi, una volta fatto questo, puoi iniziare a parlare con lei di vita privata. E scopri che non è molto diversa da te, dalla giornalista che eri 5-6 anni fa. “Ho ricevuto diverse proposte di matrimonio  – dice – ma le ho rifiutate tutte. Prima voglio raggiungere un risultato eccellente nel lavoro, e poi mi sposo”. Non parla di carriera ma si capisce che quello è il suo obiettivo, più che pappe e pannolini. Nawres ha la pelle bianca, bellissima. Ho sempre pensato che in privato debba essere una donna-caramella, alla Renée Zellweger, rotonda, ben costruita, e tutta da scoprire. Perché non è noiosa e se le dai da parlare ha dei guizzi di entusiasmo e simpatia travolgenti. Come quella volta che ci mettemmo a parlare di completi di biancheria intima, con qualche punta di malizia. E mi disse con un tono pieno di gioia e di attesa vogliosa, facendomi sorridere: “Per mio marito mi vestirò di rosso,  come una mela matura”. Nonostante la sua apparente ingenuità in questioni di sesso, non ho mai incontrato una Biancaneve islamica così consapevole del suo potere, una donna che sa giocare a poker con fairplay, usare la testa e nascondere la mano.

 

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In Yemen come Mandela

Quando si parla di bassifondi, vengono in mente in letteratura quelle descrizioni dettagliate di Victor Hugo per il limbo dei barricaderi parigini o la varia e infernale umanità che Charles Dickens costruisce attorno ai suoi personaggi-bambini, ai margini della neonata in-civiltà industriale. Nel mondo reale, dici slum e pensi a Calcutta, a Rio de Janeiro, a Johannesburg. Mai penseresti di trovarne uno, con all’ingresso lo stigma dei paria, dei negletti da una società già povera e impietosa, a Sanaa, in Yemen.

Qui li chiamano “muhamasheen” che vuole dire alla lettera “marginalizzati”. La parola è un retaggio dell’altra definizione, più chiaramente razzista e denigratoria di “servi” (akhdam) e chiunque la usi in Yemen sa che si sta parlando di cittadini a tutti gli effetti ma con un piccolo particolare: la pelle scura. Questo marchio di fabbrica – un razzismo vecchio di secoli e presente da quando i neri del Corno d’Africa venivano venduti come schiavi al mercato di Zanzibar – non permette loro di acquisire un ruolo decisivo in una società divisa in tre caste come quella indiana (i sayyd sono i discendenti dal Profeta; i gabilji sono la classe media; i musaheen gli operai e i lavoratori in mestieri utili) dove ai “muhamasheen” è riservato il ruolo di paria, “fuori-casta”. La maggior parte tra loro esercita lavori umilissimi e il più frequente è l’addetto alla pulizia delle strade o nelle discariche.

Andai nel distretto di al-Hasaba nel settembre 2013, quando la Conferenza per il Dialogo Nazionale era ancora in piedi e i black skinned yemeniti erano riusciti ad avere un rappresentante del loro gruppo etnico in seno al tavolo dei delegati. Ma, come al solito, nonostante Noman al-Hudhayfi fosse in grado di creare un’occasione per una comunità finora totalmente negletta, coloro che lui rappresentava erano sempre scettici nei suoi confronti.

L’arrivo di una giornalista occidentale con telecamera fu abbastanza sospettoso per loro: recentemente il distretto era stato sotto l’occhio del ciclone per via di una serie di furti e rapine in zone attigue ad esso. Bisognava rendersi simpatici, intervistare, filmare e battersela lontano prima possibile, per evitare la razzia dei materiali elettronici. Il distretto pullulava di bambini, ragazzini, giovani uomini giù usi al linguaggio della strada: arrivavano a frotte facendo correre in verticale copertoni di auto o guidando delle moto enduro assemblate con una certa fantasia. Bisognava chiedere udienza al più anziano dell’area, perché lì è sempre il più anziano che comanda.

Abdu Mansour non si fece aspettare. Arrivò in jallabia crema, che forse in passato era stata bianca, senza jambia, visto che non avrebbe potuto portarla per la sua posizione sociale, con una kefia rossa, abilmente intrecciata tra il capo e la nuca, ad incorniciare il suo viso segaligno quasi ebano. Arrangiò l’intervista sul mezzanino di una baracca in costruzione e ci vomitò addosso tutte le sue difficoltà: i suoi cinque figli, il trasferimento da un distretto all’altro, il suo lavoro come addetto alla pulizia delle strade, la mancanza di accesso agli studi, gli insulti che lui, la moglie e i figli si erano beccati per tutta la vita. “L’unica cosa buona attualmente è che mi apostrofano sul ciglio della strada, dandomi del “puliziere” non più del paria. Con la rivoluzione forse anche noi abbiamo qualche speranza ma non mi fido di chi ci rappresenta. I politici fanno sempre le cose per il loro interesse”.

Noman al-Hudhayfi è dispiaciuto per la poca fiducia che i “muhamasheen” degli slums di Sanaa gli destinano ma la considera normale amministrazione: “Non sono abituati alla politica ma solo al sopruso. Non hanno fiducia che le cose possano cambiare. E poi c’è anche quella convinzione che io sia uno di loro ma fino ad un certo punto”. Noman che ci ha ricevuto in un palazzo dell’area commerciale, con stanze grandissime, sedie di pelle e moquette dappertutto, ha avuto la fortuna di essere nato da un padre migrante che aveva sposato una donna straniera. Cresciuto in Etiopia, era rientrato a Sanaa con un’altra consapevolezza. Due anni fa si diceva pieno di speranza rispetto ai diritti dei black skinned people in Yemen: “E’ una occasione storica: nella nuova Costituzione è prevista una quota di lavori più elevati socialmente per i “muhamasheen”, la possibilità di sposare donne di altra classe sociale, l’accesso a livelli più alti di istruzione. Se ce la facciamo, avremo ottenuto un risultato storico”. Per essere ancora più forte, Noman ha fondato la NGO “The National Union for the muhamasheen”, un gruppo di 85 associazioni locali, da Sanaa a Taiz, pronte a difendere i loro diritti con una campagna virale di advocacy.

Ma dopo il colpo di Stato, tutto è stato bloccato. Povero Noman, che sognava di essere il Mandela dello Yemen e che forse non vedrà mai la rivoluzione in black.

 

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La casa del Santo e il sufismo in Iran

Si girò su se stesso due volte, poi si piantò davanti. Mi mise una mano sul capo e impresse una leggera spinta. Un respiro, un deglutimento e poi l’invocazione. “Hua!”. Un grido cavo e maschio, potente. Ma non al punto tale da farmi sobbalzare.

Così Ashgar, sufi iraniano, nascosto tra le case della provincia di Rasht, mi diede la sua solenne benedizione. Lo andai a trovare durante un viaggio turistico in compagnia di amici locali. Un viaggio culturale, certo, ma in cui non potevo non essere giornalista. Siamo coscienti abbastanza che da questa malattia non ci sono astinenze prolungate che tengano.

Mi avevano parlato molto bene di lui, in quella provincia che quasi nessun turista occidentale visita, forse per la sua somiglianza con i vari Stan al Nord, per quell’aria semi-mediterranea, il clima temperato, le pale eoliche che fanno tanto Puglia, i filari di eucalipti sulla superstrada, le olive enormi e succose che potrebbero prestarsi benissimo a una insalata greca.

Arrivammo defilati, grazie all’aiuto di una famiglia locale. La figlia, ricercatore universitario a Teheran, è una di quelle ragazze medio borghesi inurbate che, nonostante la cultura, cercano solo un marito da spennare nella metropoli. Per fortuna, il ritorno nella casa del padre ce la rese assolutamente adorabile, senza quelle smanie di conquista e la vanità competitiva che mostrava a Teheran.

Il padre di lei, ingegnere in zona, si recava spesso dal “Santo” : così lo chiamavano tutti, per incrementare l’aura di misticismo già mitizzato che circondava l’uomo. Ashgar si presentò sul patio come un’epifania, dopo che la moglie ci ebbe versato il thé, per preparare l’avvento del Maestro. Avanzava lentamente, come un vecchio di cent’anni. Magro, segaligno, con degli occhiali scivolati sul naso puntuto, sembrava stesse per cadere da un momento all’altro. Ma quest’uomo, pensavo tra me e me, è il classico albero d’ulivo: non ha timore di mostrare i suoi anni e resiste indomito alle intemperie.

Il Santo rimase in piedi per qualche minuto a squadrare i suoi nuovi ospiti. Poi prese posto a sedere su un cuscino, incrociando le gambe come un fachiro. Mi guardava con attenzione. Quando il mio sguardo incrociò fortuitamente il suo (ho sempre evitato di guardare gli uomini orientali negli occhi, in modo da ottenere subito rispetto, fiducia e, dunque, informazioni) mi fissò a lungo, come un direttore fissa l’orchestra in quel momento interminabile che precede il suo primo battito di tempo. A distanza di qualche anno, devo ammettere che aveva una somiglianza non da poco con Franco Battiato, il musicista siciliano che dall’era del Cinghiale Bianco passò alle mitologie di Gilgamesh.

Quando entrammo in casa e ci sedemmo nella stanza della meditazione, volle solo me e l’amico iraniano che mi accompagnava. Fetullah era sempre stato sufi, ma per lui, che viveva in Italia, è facile praticare questa branca dell’Islam senza incorrere in noie e persecuzioni. Lo stesso non si può dire di Ashgar. Prima di iniziare a pregare, mi raccontò come la pratica del sufismo in Iran sia tollerata con molta difficoltà. Sarebbe meglio non usare questo eufemismo e ammettere che è fortemente osteggiata, come qualsiasi forma di Islam minoritario nel Paese che non sia lo sciismo duodecimano. Ecco perché Ashgar e la sua famiglia applicano tutte queste precauzioni e tutti questi nascondimenti quando ricevono ospiti. “Vale anche per tutta la comunità di sufi locali. Il mio Maestro, infatti, radunava tutti i suoi discepoli, già negli anni Settanta, con molta cura in un luogo protetto”. Di solito il luogo protetto è una casa privata che sia defilata e che possa anche trovarsi lontano da occhi di vicini indiscreti.

Dopo avere rivelato le condizioni in cui si trovava a praticare la sua fede, Ashgar, si concentrò. Indossò un cappello conico con la scritta in arabo “Hua”, ossia Lui, L’Uno e indivisibile Dio, e iniziò a meditare ad alta voce, muovendo progressivamente la testa e parte del corpo. La cerimonia durò cinque minuti, nei quali cercai di non pensare a nulla, se non alla volta celeste che si muove secondo un ritmo circolare sulla nostra testa quando, in realtà, è il movimento della terra che ne cambia la prospettiva. Tra me e lui c’era la stessa distanza e la stessa tipologia di movimento che c’è tra la terra e il cosmo. Era lui che si muoveva intorno a me ma la mia sensazione costante era quella di essere trasportata in un balzo circolare potenzialmente eterno da quell’uomo che si agitava armoniosamente nella stanza, di cui non avvertivo più i contorni.

Sono certa di avergli fatto simpatia se, finita la danza e la preghiera, assolutamente rinfrancata dal suo misticismo attivo, mi allungò il suo rosario, cingendomi con esso il collo. Ecco, adesso – disse – potevo dirmi incatenata a Lui. A “Hua”, ovviamente.

 

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Antar che indossa una cintura di pazienza

Antar al-Aldhary ha smesso di sognare e fa capriole in una specie di garage, in modo improvvisato e senza l’energia di una volta. Lo incontrai quattro anni fa, nel mio primo lungo soggiorno in Yemen. Asciutto, tonico, agile e con grandi speranze, si allenava ogni giorno nella palestra nazionale, una stanza di alcuni metri appena fuori la capitale, con serietà e impegno totali.

Faceva parte del team nazionale yemenita di judo, una disciplina di arti marziali nella quale gli atleti di questo Paese eccellono, con riconoscimenti di altissimo livello, dal Giappone all’Italia. Ma già allora lamentava il totale disinteresse dello Yemen, in attesa di nuova costituzione, presidente e governo, verso lo sport. Diceva: “Questo locale è l’unico posto che abbiamo per esercitarci, e presto verrà chiuso per mancanza di fondi: i generatori elettrici sono una spesa troppo grande. Non la possiamo più sostenere”.

La palestra era uno di quei posti che trasudano sport allo stato puro come forma di riscatto da esistenze di strada. In quella ventina di metri solo un telo separava la zona di allenamento dei campioni di judo da quella dei giocatori di wrestling. Così, durante gli allenamenti seri e regolari della squadra nazionale, capitava spesso di avvertire urla, incitamenti e tonfi dalla sala attigua. I wrestlers avevano quasi sempre una trentina d’anni. Gli spettatori di posizionavano nelle fasce d’età più estreme. Bambini, ragazzini, vecchi.

Antar non li guardava con atteggiamento classista. “È uno sport anche quello ma il nostro judo non ha nulla di artificiale. Ci vuole tattica, forza, concentrazione. La mente è più importante di tutto. L’attesa del momento giusto è la chiave per atterrare l’avversario”.

Non voleva parlare di politica, Antar, ma lo faceva indirettamente. Parlando di sport, di comitati olimpici, dell’importanza di rappresentare lo Yemen in contesti di pace. Si lasciò andare a questa riflessione: “Non siamo un popolo di terroristi: siamo anche tra gli sportivi più bravi del mondo”. Gli chiesi se non pensava di emigrare. Era indeciso, tentennante. Credeva nella possibilità di dare un ritorno di immagine e uno scatto di orgoglio al suo Paese, sognando un futuro riconoscimento alle Olimpiadi. “Sono orgoglioso di essere yemenita”. Durante gli allenamenti non lasciava mai la sua casacca bianca con il cognome bene stampato dietro e i colori della nazionale.

L’ho cercato, poco tempo fa. E ho scoperto che Antar ha continuato a credere al suo sogno senza fuggire dal Paese. Sorride dalla foto spedita in chat e nel suo messaggio vocale dice Inshallah come un mantra ipnotico. Non ha imbracciato il kalashnikov per l’esercito o per i ribelli. Ha solo indossato una cintura di pazienza senza passare al wrestling quotidiano che la guerra ti impone. Ma non mi riesce difficile pensare che ogni tanto possa alzare i pugni al cielo e maledire il giorno in cui, a Sanaa, la pace se n’è andata lontano inseguendo la sua fiaccola olimpica.

 

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Un sultano per Aladino

Aladdin S. è la mia meridiana, il termometro umano con cui misuro la temperatura del Medio Oriente. Ogni qualvolta che si avvicenda un cambiamento epocale mi fornisce spontaneamente la chiave di comprensione. Non quella intellettuale perché non è un analista. Ma quella di pancia, quella del popolo. Un popolo giovane, pieno di orgoglio, oppresso da molti lati, ferito da altri, interiormente anarchico ma bisognoso di un leader.

Aladdin è stato uno dei miei fixer in Libia, durante la guerra civile. E’ un ragazzo piacente, in carne. Bravissimo a guidare l’auto. Con lui riuscivamo ad attraversare tutti i check point da Bengasi a Misurata con facilità assoluta e con molti saluti, sorrisi e complimenti ad ogni blocco. C’era un motivo chiaro. Aladdin appartiene alla tribù vincente, una delle famiglie che hanno dato di più in termini di uomini, mezzi e denari alla sollevazione di Misurata contro Gheddafi. Un fratello era morto in battaglia a Sirte, un altro combatteva ancora, quando ci muovevamo da quelle parti nel settembre-ottobre 2011.

Quando lo conobbi cercava moglie e la fede lo folgorò sulla via di Bengasi. Mi spiegava come era ritornato all’Islam, nonostante fosse nato musulmano, ma il fatto era che prima della guerra praticava la religione senza tante pretese, a spizzichi e bocconi. Mi illustrava le sue nuove necessità e le sue preoccupazioni formali, dalla lunghezza della barba, affinché fosse conforme al modello del Profeta, fino all’estrema attenzione usata nell’approcciarsi al cibo con la mano giusta, mai la sinistra perché è la mano di Shaytan (Satana). Mi era molto chiaro che avesse aderito all’Islam di impronta salafita che con la guerra civile si stava diffondendo ampiamente da Bengasi a Tripoli. Non perdeva occasione per recitarmi dei versetti sganciandoli completamente dal contesto della hadith, usandoli come aforismi o sentenze pregne di senso assoluto. Citava la Sunna assai più del Corano, ovviamente. Certo, lo faceva con fede sincera perché è un giovane con grande cuore, ma si capiva che non aveva una solida formazione religiosa né storica né culturale. Abbiamo lavorato bene insieme e nella sua famiglia aveva diffuso la notizia di avere conosciuto un’italiana sensibile che conosceva l’Islam e apprezzava i musulmani. Una sera mi confessò che sarei stata perfetta per suo fratello. Declinai gentilmente: di situazioni come queste ne capitano ad ogni angolo di mondo per una donna che fa questo mestiere. Gli dissi che sarei sempre stata l’amica di famiglia e una sorella per lui.

Sono passati cinque anni e Aladdin è ancora l’Aladdin che conosco ma con alcune significative variazioni. Si è sposato con una giovane di una famiglia che ha dato a Misurata più martiri della sua. Mi scrive, non spessissimo, ma se lo fa, lo fa per propositi di proselitismo e mi invia sempre materiali religiosi salafiti. Prima che Daesh assurgesse agli onori delle cronache dalla Siria all’Iraq, mi espresse la sua necessità di accompagnare la diffusione dell’Islam alla difesa delle terre martoriate dalla guerra. La Siria era il suo chiodo fisso, il suo cruccio e la sua sofferenza. Nel 2013, quando ero al confine siriano dalla parte giordana, mi disse senza mezzi termini: “E’ ora di sostenere al Nusra e i gruppi filo-qaedisti: bisogna difendere il mondo sunnita da quel cane di Bashar e ,a questo punto, farlo con ogni mezzo”.

Non gli ho mai chiesto in modo esplicito se in Libia si sia affiliato ai gruppi filo-qaedisti, ma non mi stupirei se militasse con loro da un pezzo. Certamente non è un fan al-Baghdadi, rispetto al quale replica fino allo sfinimento la teoria del complotto sionista, della setta degli Illuminati, la storia della nascita israeliana del leader di Daesh e, come molti giovani della sua età, dalla Palestina allo Yemen, nella costruzione del complotto inserisce come protagonisti principali anche gli sciiti che odia in modo viscerale e logicamente incomprensibile, visto che non ne ha mai incontrato uno. Ma la propaganda politico-religiosa ha aderito bene in lui e lui è una di quelle migliaia di anime che, come canne al vento, si rendono disponibili al football match sunniti-sciiti, dando gas ai loro referenti politici. E mi martella continuamente, pregando Dio di farmi vedere la luce della verità.

La sua polarizzazione è diventata assoluta con il conflitto in Yemen di cui ha sempre visto esclusivamente il “demonio” iraniano dietro i ribelli houthi, senza sapere che costoro agiscono abbastanza autonomamente. Non si è mai fermato un minuto a pensare che le bombe saudite rischiavano di decimare la mia famiglia a Sanaa. Invocava la difesa dei luoghi sacri dell’Islam e, in nome di essa, e pur non amando i Saud e la loro famigerata ipocrisia, giustificava migliaia di vittime nel mio Paese di adozione. Lui ha avuto il pregio di farmi capire cosa voglia dire appoggiare certe politiche regionali sconsiderate con la fiamma del fanatismo religioso passando sopra al cadavere della sensibilità e delle preoccupazioni dei propri amici e delle loro ansie notturne.

Ieri mi ha dato ulteriore prova che il vento è cambiato. Dopo la “restaurazione” dell’ordine in Turchia da parte di Erdogan, si è sentito in dovere di scrivermi e anche in pubblico. Nelle sue parole ho avvertito, chiara e limpida, una svolta storica verso gli ikwan (i fratelli musulmani) che avrei potuto anche non aspettarmi da un giovane cresciuto, negli ultimi anni, a pane e salafya: “Sosterremo fino alla morte il nostro Sultano Erdogan. Lunga vita a lui, guida dei veri musulmani”. Ai posteri le prossime sentenze, adesso certamente ardue. Ma se tornerò in Libia, sono certa di trovare Aladdin disteso su una bella ottomana che fino a oggi ha chiamato “divan”.

 

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Abu Aya, o’ pazz di Sanaa

Per arrivarci dovevi attraversare tutta la città vecchia dalla moschea di Qubat Tahla fino a Bab al Mandab e poi perderti nelle stradine del mercato. Svoltare a sinistra, dopo la piazzetta soprannominata shara Kebab, per via del ristorante all’aperto che griglia carne h24 e virare verso la strada dei venditori di tabacco. Poi arrivava lui che vendeva una cosa sola e una precisa: lenzuoli (e tappeti) funebri. Abu Aya era come da noi l’agente delle pompe, con le sue bare rivestite di raso rosso o le urne cinerarie color creta. Nella zona lo conoscevano come al-majnun, il pazzo. O’pazzo, direbbero a Napoli. U’ foddi, direbbero a Palermo. E però non lo scansavano. Lo interpellavano su ogni cosa, escluse le faccende dottrinali per le quali – si sa – è sempre meglio uno sheik. Però se bisognava discutere di questioni di cuore, consigli sul portafogli o le attività di mercato, per la politica o altre cose pratiche, Abu Aya era lì. Con i suoi tappetini arrotolati, verdi e con le hadith lavorate a mano sopra, la giacca a quadretti o a righe regimental inglese e il toup ben stirato, lo scial ben steso, la jambia sempre attaccata alla cintola. Mi ci portò Almigdad, il mio fixer, una delle primissime volte che lavoravamo insieme a Sanaa, quando la giravo in punta di piedi, con una certa reverenza, i primi mesi, senza mai scrivere una riga perché non era il momento e dovevo capire tante cose. O’ pazzo fu molto gentile, aperto, disponibile verso la straniera di cui non poteva credere che fosse italiana, con quella faccia da marocchina. Fu subito un fiume in piena, scatenatissimo sulla questione economica. “Qui va sempre peggio. La rivoluzione cambierà le cose, dicevano. Macché rivoluzione e rivoluzione. Faccio affari come prima e anche di più. E non mi dica che la gente muore sempre. Durante la rivoluzione ho fatto più soldi, con tutti quei morti da queste parti. Ma se la gente stesse meglio, ce ne sarebbero di meno morti, giusto?” Più che un commerciante, o’ pazzo era un filosofo. La sua contiguità alla morte lo rendeva esistenzialista, senza mai abbandonare la sua fede islamica, condita da una buona dose di credenza popolare nei confronti dei jinni, degli spiriti che vanno comunque scacciati, dai vivi e dai morti. Dopo avere ammirato e apprezzato la sua mercanzia e indugiato un pochino sul valore della moneta, lo Yemen Rial che si stava pericolosamente abbassando, a un anno dalle proteste di piazza Tahrir, Abu Aya si produsse in una riflessione di geopolitica che non ti aspetteresti da un uomo di commercio. Mi disse a denti stretti: “In questo Paese tutti fanno a gara per rubarci l’identità: siamo yemeniti, non siamo sauditi e non siamo nemmeno come gli altri, come i siriani che stanno arrivando qui dalla guerra. Tutta colpa di questi politici approfittatori. Eravamo ricchi, pieni di argenti, caffè e spezie. Cosa abbiamo adesso non saprei. Dicono che c’è gas e petrolio. Ma chi li ha visti? Qui nella bottega l’energia elettrica non arriva mai, se non fosse per questo generatore che ho comprato con tutti i soldi delle buonanime”. Poi si scusò perché doveva andare a comprare il qat (la droga leggera di consumo quotidiano, ndr) prima che arrivasse il pomeriggio, disse. “A quello (il qat, ndr) non rinuncerei mai, nemmeno se arrivasse una guerra” e gli credevamo sull’unghia. Non so dove sia o’ pazzo, adesso. Spero sia vivo. Quando tornerò a Sanaa andrò a trovarlo, augurandomi di non venire a sapere dai vicini di bottega che, un giorno qualsiasi di questo lungo anno di guerra, lo avvolsero in uno dei suoi stessi tappeti.

 

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Esempi di coscienza civile in Iraq

Tammam parla poco. Solitamente si siede in un canto e ascolta, osserva. I suoi occhi sporgenti sono perfettamente rotondi e protesi verso l’estremo della palpebra. Se lui fosse un alieno, quegli occhi sarebbero un duplice metal detector: un device con cui tracciare ogni forma di vita e ogni scenario che si presenta ed estende di fronte a sé. Tammam vive nel Sud dell’Iraq. Fa un lavoro per vivere e uno per sognare. Il primo è umile, il secondo contiene in sé tutta la forza di chi vorrebbe contribuire a costruire la coscienza civile del proprio Paese. Ma, appunto, vorrebbe. Perché non sempre ci riesce. O, meglio, non sempre glielo fanno fare. Tammam è un documentarista. Ma, di più, è quello che qui chiamerebbero “giornalista investigativo”. Lavora con strumenti tradizionali: le tabelle di dati excel, le interviste, la visita sui luoghi, la compiacenza fidata dei testimoni. Lo fa sempre con i suoi occhi-detector, senza mai delegare a nessuno ma proteggendosi con un paio di occhiali. La sua ossessione si chiama uranio, uranio impoverito. Come per ogni iracheno, ogni questione è sempre anche una questione personale. E per Tammam la questione personale si chiama Zainab, Aya, Ali, Bassam: erano bambini e compagni di scuola quando si ammalarono di leucemia. Tutti quanti. “Mi chiedo sempre perché io l’abbia scampata – dice Tammam – ma qualche problema di salute ce l’ho anch’io”. Tammam non si è mai dato pace e, nei conflitti che hanno devastato l’Iraq e in quelli che hanno toccato la zona del Sud e, più avanti, avendo a che fare con ministeri e milizie, il tarlo del dubbio lo ha scavato dentro fino a disegnargli delle voragini. Tammam voleva capire. E capisce, quando intercetta indagini, ricerche e testimonianze, sia giornalistiche che accademiche, sugli effetti dell’inquinamento nucleare in Iraq. Le informazioni in suo possesso si intrecciano e mescolano, visionariamente, con le carcasse di resti di missili, cingolati e ogni sorta di ben di Dio che stazionano, come pachidermi arrugginiti e affaticati, nella vasta area intorno a Bassora. I più vecchi risalgono alla guerra Iran-Iraq, i più nuovi all’occupazione americana. Tammam ci passava delle giornate, da bambino, con Ali e Bassam. Nessuno mai gli disse di starne lontano; nessuno mai gli disse che quelle lamiere innocue potevano uccidere in silenzio, lentamente. E quando vide un documentario a puntate della BBC su Falluja, non ebbe più esitazioni. Si comprò una telecamera e iniziò a filmare. Per giorni, mesi, anni. Un lavoro certosino e sotto traccia, dando fiducia alle fonti, raccogliendo centinaia di storie. Poi, il colpo di fortuna che sarà insieme l’inizio dei suoi problemi: un oncologo di un ospedale di Bassora era disposto a rivelare dati e rilevazioni che il Ministero della Sanità iracheno non aveva mai reso pubblici per anni. L‘incidenza della leucemia nella mortalità dei bambini locali è altissima: arriva al 90% dei casi registrati. Tammam ottiene i documenti, intervista il medico. Da lì, la sua personale coscienza civile si infrange sui segreti di Stato che, poi, sono quelli di Pulcinella: furto dell’auto, furto del telefono, minacce, intimidazioni. Ma Tammam, che nel frattempo è anche diventato nerd, ha quantomeno copiato il suo progetto video su quattro hard disk conservati in quattro posti diversi. Arriverà anche il furto in casa, di uno degli hard disk e del computer. Ma Tammam aveva già fatto in tempo a mettere tutto sulla timeline, editarlo, copiarlo su alcuni CD. Restava solo da individuare chi avrebbe potuto portare il suo lavoro altrove, visionarlo, farlo conoscere all’estero, se in Iraq non era chiaro quanto fosse difficile, se non impossibile farlo. Così Tammam ci intercettò ad una conferenza, alcuni anni fa, usando il suo naturale metal-detector attivato dietro i suoi occhi a palla. E, senza dire una parola, ci venne a stanare in albergo. Allungò una mano con un anonimo CD finché noi non lo toccammo. E si sedette in fondo alla sala, mentre lo inserivamo dentro il computer. Senza dire una parola e strabuzzando gli occhi, come sempre.

 

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Il terz’occhio di Bnar

Bnar è il vino buono nella botte piccola. E’ la bomboniera che non si romperà mai, perché la sua delicatezza fisica è inversamente proporzionale alla sua forza mentale. Bnar è una ragazza curda ma è lontana mille miglia dalla rappresentazione dei media occidentali. Non sa usare il fucile, innanzitutto. Non va al fronte contro Isis. Bnar è tutto fuorché una partigiana. Non porta le trecce. Anzi, i suoi capelli sono sempre orgogliosamente sciolti, e sempre esibiti anche nelle occasioni più improbabili o imbarazzanti per lei. Perché Bnar è una fotografa e in Iraq, quando non vive a Suleymania – la città verso cui è emigrata per vivere lontano dal suo villaggio, tanto bello quanto conservativo – attira gli sguardi. Come in alcune aree di Baghdad, come a Karbala. Perché Bnar rifiuta il velo, proprio non vuole assolutamente portarlo. A tutti i costi, compreso quello di essere considerata una poco di buono. Bnar è musulmana sunnita. Ci tiene a ricordarlo, a sottolinearlo, addirittura anche quando andiamo i visita a Karbala, al santuario di Imam Hussein, sacro agli sciiti, infagottandoci come due hajjia (questo è il nome che, in Medio Oriente, si dà in genere alle anziane molto religiose e affamate di pellegrinaggi) per non dare nell’occhio, salvo poi tirar fuori macchina fotografica e telecamera appena prima della preghiera del venerdì. Bnar ama fare ritratti. Ovunque andiamo è attratta dai volti, più che dalle situazioni. Uomini, donne, bambini: tutti entrano indistintamente nel mirino della sua lente. Basta che abbiano qualcosa da dire: un tappeto di rughe, oppure una sola, orgogliosa, che pulsa al centro della fronte; un sorriso sghembo o scomposto; un cipiglio di chi ha subìto ieri e fa subire oggi; una smorfia di dolore che si trattiene a stento di fronte all’invadenza del suo terz’occhio. Il ritratto più bello che Bnar abbia mai fatto è quello della sua mamma. Lo ha scelto come copertina del suo cellulare. La madre, ritratta in bianco e nero, appare di profilo, il volto leggermente inclinato verso il basso; i capelli ricci, a cascata, assecondano la forza di gravità. Sono bianchi e neri e il contrasto, accentuato dalla mancanza di colore, rende quella immagine piena di forza e di dolcezza. Le chiedo perché proprio la mamma, nel desktop del suo telefono Android. Perché non uno di quei meravigliosi paesaggi tra le montagne del Kurdistan iracheno. Bnar mi risponde e lì capisco come e perché è diventata la fotografa professionista che è oggi: “Mia madre è il mio folletto, il mio genio della lampada. E’ insieme un drago e un panda perché è forte e dolce allo stesso tempo. Ha cresciuto le sue cinque figlie femmine da sole, dopo che mio padre ha trovato una seconda moglie. Non mi chiede mai perché, a dispetto delle altre sorelle, io non mi sia ancora sposata, a quasi 30 anni. Non mi considera una zitella. Quando vede la mia macchina fotografica le brillano gli occhi e, se sa che ho un biglietto aereo in mano, la sua mano mi benedice sempre, mi dice di andare, di prendermi la vita, perché la vita è mia. Non è di un padre, di un marito; non è nemmeno di una madre. La vita è mia e basta”. Quando ci salutiamo per separaci in due auto diverse, io verso Baghdad, lei verso Erbil, Bnar si tira su a forza l’odiato velo, ma lo lascia solo appoggiato al capo, riservandogli una negligenza assoluta. Tira fuori dallo zaino il prossimo compagno di viaggio. E non mi sorprende affatto che sia un libro e che sia la storia di Malala, la bambina che ha rischiato la morte per difendere il suo diritto all’istruzione.

 

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Amat, non sperare che sia femmina

Amat accetta di farsi ritrarre con la sua bambina in braccio dappertutto. Sul letto, in cortile, nella sala da pranzo, davanti a un poster coloratissimo di Winnie the pooh. Ovunque all’interno del suo perimetro di vita: 70 metri quadri senza uscita nel Centro di recupero per le spose bambine della Yemen Women Union di Sanaa. Amat è stata letteralmente raccattata per strada da Wafaa, la direttrice del centro, che tutte le ragazze, qui, venerano come una santa. La sua storia è simile a molte altre: povertà, abbandono, prostituzione, figlia illegittima, matrimonio precoce. Una vita di stenti finita bene, per il momento, grazie a un manipolo di donne che lavorano dagli anni Cinquanta in questo Paese per contrastare le pratiche tribali e che, a poco a poco, sono riuscite a far crescere una serie di conoscenze e valori, aiutate sia dai religiosi che dallo Stato, fino a rendere possibile il pronunciamento di sentenze e modifiche di legge. Amat ha superato, in parte, il suo trauma. Lo si vede dagli occhi, neri e vivaci, appena scoperti dal niqab; la si vede dalla forza con cui trattiene la sua bimba di un anno e mezzo, biondissima e magrissima, per la quale stravede. Così, è un fiume in piena e non ha problemi, nemmeno a parlare del padre, l’uomo che in assoluto odia di più, avendole dato la vita per poi destinarla alla prostituzione e infine, appena sposato con un’altra donna, averla buttata fuori di casa. “Non mi scorderò mai quella notte in cui mi disse che preferiva la nuova moglie a me e mi buttò via dalla finestra le coperte e i cuscini”. Gli occhi di Amat sono lampi caduti nella pioggia. “Mi coprii e piansi. Avevo freddo e vergogna. Avevo una bambina piccola e illegittima in braccio. Dove mai potevo andare?”. I vicini si offrirono di ospitarla ma non la presero in casa per timore di essere denunciati. Amat aveva 14 anni e in Yemen le pene sono molto dure per chi può essere accusato di rapimento di minore. Così Amat fermò un taxi e provò a rivolgersi al fratello: bussò a quella casa ma non ci fu posto nemmeno lì, per lei. Tentò con un hotel ma non poté entrarci: non aveva la carta d’identità. Dormì per strada e iniziò la vita per qualche giorno, fino a quando un giovane, Ahmed, le propose di sposarla. L’offerta accadde per strada e l’uomo era gentile. Lei disse sì, soprattutto per la sua condizione di giovanissima madre. Ma non fu molto meglio. C’era un tetto, ma anche un marito da soddisfare, come fosse un cliente affezionato, e pochissimo cibo. La bambina peggiorava. “Scappai di casa di nuovo e ritornai per strada. Sono stata fortunata perché Wafaa mi ha fermato, portandomi poi qui. Se non l’avesse fatto, oggi sarei morta”. Amat vuole lasciarsi tutto alle spalle. “Qui ho imparato tantissime cose: a leggere, scrivere, far di conto, adesso uso il computer. Mi piace molto la fotografia: sogno di fare un buon lavoro”. Mi guarda con gli occhi che le brillano, come si guarderebbe una dea. “Mi piacerebbe essere come te, fare il tuo lavoro: deve essere bellissimo”. Rispondo al suo sguardo con un sorriso e la promessa di ritornare. E mi secca le altre parole in gola con un fiume in piena di speranza: “Non farlo per me, farlo per mia figlia. Quando è nata ho maledetto il fatto che fosse nata femmina ma guardando te non lo penso più. Vorrei che mia figlia facesse la giornalista”. Mentre tornavo a casa, sbloccando le emozioni trattenute durante il lavoro, pensavo che, finché ci sarà anche una sola donna che non speri che sua figlia nasca femmina, non potremo mai dirci libere davvero.

 

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Il drone cannibale

Mohammed Ali AlQawli tiene un pezzo di drone sul davanzale della sua finestra come se fosse un soprammobile. Di quelli meravigliosi: un cristallo di boemia, una porcellana di Villeroy &Bosch, un vaso di Murano. Quel ferrovecchio dalla faccia di alieno – una delle testate che sono scoppiate sulla testa e sulla faccia di suo fratello – è una presenza sinistra divenuta familiare. Lo guardo per tutto il tempo dell’intervista e poi chiedo a Mohammed di posare con il pezzo drone in mano. Alla fine gli faccio una raccomandazione: “Guardi che le polveri che ‘sto ferrovecchio rilascia sono cancerogene. Lei sta respirando polveri sottili che le procureranno linfomi o tumori”. Lui mi guarda e mi sorride come tutti i resilienti sanno fare. Poi dice: “Sono yemenita. Resisterò. Come se, poi, mi importasse. Mio fratello è morto, prima o poi morirò anche io”. Qualche giorno dopo andiamo insieme nel suo villaggio, dove risiede tutta la sua famiglia. La carcassa dell’auto su cui viaggiava il fratello è ancora lì. I bambini della zona si mettono in posa per la foto ricordo, tra gomme di autocarro e pezzi di lamiera. Davanti alla macchina bruciata e in pezzi mi racconta tutta la storia. E cioè che il fratello era un maestro di scuola; che doveva recarsi al villaggio vicino e non trovava amici o parenti che glielo accompagnassero; che il cugino conosceva un amico di un amico che stava andando; che montarono su quella macchina dove, tra i passeggeri, c’era un ricercato dalla CIA; che, ad un certo punto, durante la corsa, un drone fece la sua sgraziata comparsa nel cielo e vomitò il suo fuoco; che il fratello morì, senza senso e senza colpa, mentre masticava khat in auto, per avere chiesto un passaggio all’autista sbagliato; che lui, piuttosto che piangere e basta, allora decise di denunciare tutti i casi in cui un drone avrebbe ucciso un innocente. Così è nata “Stop the drones”, l’unica vera NGO yemenita che monitora le azioni di contrasto del terrorismo internazionale in Yemen, fornendo dati alle associazioni più grosse, come Alkarama Foundation a Ginevra e Pink Code in Usa. Muhammad ha da poco istituito un servizio di counseling psicologico per le comunità che sono state sotto attacco. Mister AlQawli non sorride mai di cuore: mi dice che questo progetto è l’unica forma di resistenza che ha contro il suo trauma personale. Me lo dice serio, mentre accarezza il pezzo di drone che si mangiò il fratello.

 

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Almigdad, se la morte bussa due volte

Il nostro “ufficio” era all’estremità Nord di piazza Tahrir. Angolo shara (strada) al Matam. Lo raggiungevo a passi ampi e veloci, senza incrociare nessuno sguardo. Se lui era dentro, mi faceva un cenno ed entravo decisa: lui era seduto sempre lì, al solito tavolo. Se ancora non c’era, rimanevo fuori, facendo finta di ricevere telefonate in arabo. In quei casi, compariva dopo qualche minuto. La camicia a quadretti, i baffi da militare mancato, il sacchettino rosso per la degustazione del khat, immancabile se il lavoro era al pomeriggio. La prima volta che decidemmo di lavorare insieme mi chiese se la borsetta rossa con la preziosa erba dentro e una bottiglietta d’acqua a corredo mi dessero fastidio. Ma non dissi mai di sì. Primo perché il khat non mi dispiace, secondo perché sono sempre stata convinta che un fixer debba lavorare con te in condizioni confortevoli, a patto di essere professionale e non mettere la sua vita e quella altrui in pericolo. E in questo Almigdad era bravissimo e con me si divertiva, anche. Come quella volta che ci infilammo ad Haradth, la città di tutti i trafficanti e i briganti dello Yemen per raccontare il traffico di minori non accompagnati da e per l’Arabia Saudita. Per arrivare ad Haradth attraversammo tutta l’area di montagna a Sud Ovest di Sanaa e Almigdad rimase di stucco quando mi presentai all’appuntamento di vaggio in niqab. Lui si era già procurato un autista smart e un facilitatore della tribù giusta, lo sciall che designava l’appartenenza a una famiglia semi-intoccabile e la jambia d’ordinanza. Tirò un sospiro di sollievo e fu sincero: “Non avevo osato chiederti di vestirti così perché so che le donne occidentali sono molto talebane al proposito: ricordo ancora una giornalista inglese che mi fece molte storie per averle suggerito questa soluzione e avevo faticato a farle capire che le mie ragioni privilegiavano la sicurezza”. Da quel momento, non ci furono cedimenti di fiducia tra noi, mai. Nemmeno quando, per non coinvolgerlo, me ne andai da sola alle manifestazioni degli houti, le prime manifestazioni di piazza a Sanaa, appena accaduto il colpo di Stato. Fu in quella occasione in cui, nonostante non lo avessi chiamato a giornata, mi difese nei confronti di una signora molto zelante e molto preoccupata sulla tipologia del mio visto e sull’esposizione pubblica del mio lavoro in Yemen, con il rischio di irritare la mia agenzia. E mi accorsi di come mi considerasse ormai più che una cliente, praticamente una sorella da quando, circa un anno e mezzo prima, fui io a rischiare di fargli fare una figura barbina, quando lo trascinai nel bel mezzo di un matrimonio a Sanaa in shara Azzumar, la strada dove tutte le donne vanno a scegliersi la parure d’oro di nozze, dentro un tendone con 200 uomini e lui non sapeva dove nascondere la faccia. Allora ci pensò il mio futuro marito ad avere l’ardire di accompagnarmi dentro e proteggermi, mentre Almigdad ci guardava le spalle da fuori e si metteva a masticare khat per convincere i padroni di casa che ero una matta occidentale per giunta cameraman (una roba mai vista a Sanaa) ma decisamente rispettabile. Negli ultimi tempi Almigdad era assetato di giustizia: non poteva soffrire di avere visto il suo Paese precipitare in una guerra disgustosa, dove il più pulito degli attori in lotta c’ha la rogna. E infatti, prima venne minacciato, arrestato e pesantemente incriminato dagli houti di essere una spia dell’Arabia Saudita, solo per avere pubblicato una tremenda verità sul reclutamento di minori come bambini soldato. Lo avevano condannato a morte implicitamente e si salvò la pelle passando qualche tempo al riparo in Giordania. Poi, appena rientrato, della sua sete di scoperta ne fu direttamente vittima fino alla morte, causata da un bombardamento saudita, per avere voluto cercare con tutto se stesso la verità sui crimini di guerra commessi dalla parte opposta a quella di chi lo aveva già minacciato, andando sul luogo del delitto. Ho pianto copiosamente, apprendendo la sua morte da un messaggio privato su facebook. Mi mancherà il suo numero di telefono con troppi sette, la sua precisione nel volere essere pagato, la sua risata – una cascata di argento tumultuosa – quando spettegolavamo su un noto dongiovanni di Sanaa, il suo tono di voce incrinato e sofferto, se si parlava della prima moglie da cui aveva divorziato; e mi mancherà la sua domanda tipica, che ogni tanto tirava fuori dalla conversazione più amena come lo stesso coniglio bianco dallo stesso cilindro nero : ma gli uomini italiani sono gelosi?

 

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Quando Pasolini s’innamorò di Sana’a

Non ci sono cartelli ad indicare che Pier Paolo si è fermato a Sana’a. C’è una porta intarsiata al piano terra della casa della Old Medina, con un rosone a sesto acuto in bassorilievo sopra, uno stile che potrebbe sembrare safavide ma che è tipicamente yemenita, anzi sana’ani. C’è un cortile con un affaccio su un giardino interno, come in quasi tutte le case di età ottomana della città vecchia. C’è una mashrabiyah, la tipica finestra senza vetri dietro cui, dall’esterno, si immaginano celate chissà quali segretezze; c’è un mafraj, il salone di rappresentanza, con i tipici divanetti rasoterra addossati alle finestre decorate con i vetri colorati, quelle che qui chiamano ghamaryeh; c’è il quartiere che trasuda storia millenaria, a partire dallo spirito della regina di Saba che aleggia sulle pietre color neve e i mattoni di fango-sabbia, sul negozietto polveroso all’angolo che raccoglie argenti della vecchia gioielleria ebraica, sulla memoria che qualche vecchio matusalemme ancora coltiva di quel regista italiano sui generis. Uno che si chiamava Pasolini e che, nell’unica testimonianza che siamo riusciti ad avere con le tenaglie, “perdeva ore a stare in piedi in Baab al Yemen” (la porta di ingresso alla città vecchia, ndr) con uno strano aggeggio per riprendere il flusso di uomini e mezzi da e per il mercato.

Dalla fine degli anni Settanta, quella porta è stata meta di un elitario pellegrinaggio culturale, posto che Pasolini visse anche a Zabid (una località dello Yemen centrale non molto lontana da Hudaydah, la città sul mare), dove nel 1974 ambientò il “Fiore delle mille e una notte”, storia di Aziz e Aziza, una sorta di delicatissimo dramma d’amore di cui Ninetto Davoli fu protagonista.

Dacia Maraini, che di questo film curò la sceneggiatura, ricorda alcuni dettagli di quel vivere esotico con Pier Paolo e Moravia, in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera: “A Zabid dormimmo in una caserma, dentro uno stanzone con 200 letti e un solo bagno, senz’acqua calda. A malapena trovavamo da mangiare ma non ne soffrivamo. Un giorno alcuni contadini al mercato ci offrirono delle uova un po’ troppo piccole e leggere. Desideravamo tanto una frittata. Quando le aprimmo, scoprimmo che erano vuote. Era un mondo fiabesco dove case di fango convivevano con torri fatte di merletti bianchi. Fu allora che assistemmo alle nozze del cavallo con la luna. Era una rappresentazione locale. C’erano un cavallo bianco, grosso come una montagna, e una dea bambina, coperta di ori”.

Ancora la Maraini ricorda com’era Sana’a negli anni Settanta e le ragioni per cui Pasolini ci si affezionò: “Pier Paolo era alla ricerca di un mondo arcaico e puro, libero dalle convenzioni di una modernità consumata. Lo trovammo lì e ce ne innamorammo. Sana’a è in montagna, all’epoca raggiungerla era semplice e i cinesi avevano da poco costruito l’unica strada che la collegasse al mare. Apparteneva a un altro tempo. La miseria impediva persino di tenere in funzione le prigioni, così vedevi per strada gruppi di galeotti scalzi, costretti a trascinare enormi sfere di ferro legate alle caviglie, sotto lo sguardo dei soldati, anche loro a piedi nudi”.

A Sana’a, nel 1971, Pier Paolo Pasolini ambientò Alibech, l’unico episodio del Decameron non filmato nel napoletano e mai montato nel prodotto finale. Lo girò quando il Paese era ancora la meta degli hippy, similmente all’Afghanistan: così, certe stranezze da regista che oggi verrebbero avversate senza mezzi termini, allora vennero giustificate in nome di un orientalismo occidentale, frutto-residuo del colonialismo e del sogno dell’esportazione della democrazia che lo stesso Pasolini, come dice nel documentario Le mura di Sana’a, comprese essere stato un atto coercitivo su “quegli uomini puri”.

Pasolini girò Le mura di Sana’a con ciò che rimaneva della pellicola di Alibech, ed è l’unico lavoro, per la fotografia di Tonino Delli Colli, che oggi ci restituisce l’immagine di uno Yemen che non c’è più. Qui, con chiarezza esplicita e attraverso la sua voce fuori campo, Pier Paolo rivolge un appello all’Unesco, affinché protegga e preservi Sana’a dalla “deturpazione che come una lebbra la sta invadendo”, “in nome della vera seppure ancora inespressa volontà del popolo yemenita, in nome degli uomini semplici che la povertà ha mantenuto puri, in nome della grazia dei secoli oscuri”. L’appello ebbe esito positivo solo nel 1986 ma segnò anche un rapporto privilegiato tra l’Italia e lo Yemen, nel campo della conservazione e restaurazione dei beni culturali con progetti di cooperazione, dei quali la scuola di restauro dell’ “Istituto veneto per i beni culturali” è stata pilota.

Molte cose che Pasolini racconta di Sana’a non ci sono più. Non c’è più l’uomo-spaventapasseri che apre il documentario, non ci sono più cinesi vestiti da contadini del Sichuan. Soprattutto, non c’è più l’interno della casa di Pasolini, che avrebbe desiderato acquistare, intatta così come l’aveva lasciata dentro, se non la sua crosta architettonica; non c’è una targa; non c’è più nemmeno il flusso di cultori europei del suo cinema che amavano (italiani o meno) scovare questo gioiello ben nascosto tra le vecchie case della città antica; perché la guerra ha fatto piazza pulita di ogni sensibilità culturale e di ogni viaggio che aspiri alla conoscenza e alla comprensione, lasciando il posto a droni che la spiano dall’alto o ad aerei che puntano a distruggerla.

Non c’è più niente, se non quella porta intarsiata che, come Baab al Yemen, serra i ricordi del peccato di Alibech in un giardino segreto e selvaggio. Come se Pier Paolo non si fosse mai fermato a Sana’a.

 

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Nostra signora Arrawi, prega per noi

Daa ha un suv nuovo di zecca: i soliti Toyota di cui è piena Baghdad, dalla moglie del ministro al simpatizzante di Isis. È bianco ospedaliero e riflette l’attività della proprietaria: medico chirurgo e pediatra. Daa è la proprietaria di un pezzo di Baghdad: quando scende dal suv, nel quartiere di al-Khadra, con il suo hijab leopardato, le zeppe alte 10 centimetri e le sue giacche caste, allungate sui fianchi ampi che non si potrebbero nascondere nemmeno sotto un sacco da monaco cirstercense, le stenderebbero tappeti rossi. In realtà, al campo Arrawi, non possono fare troppi sfarzi, altrimenti gli abitanti lo farebbero o lo avrebbero già fatto. Al campo Arrawi non ci sono tappeti. C’è la terra friabile delle zolle sul Tigri e una serie di poveracci, stipati ma con arte dentro le tende Unhcr e Oim. Daa si fionda nel suo ufficio dove c’è il primo giro di questuanti. I questuanti di serie A sono capi tribù, sheik locali, ngo locali. Tra un thè e l’altro, preparato dalla fidata cameriera del Corno d’Africa, Daa riceve questa varia umanità che cerca di trovare un posto alla corte della donna attualmente più potente di Baghdad, membro del Parlamento e praticamente proprietaria di tutto il campo in questione, che porta il suo nome. Un campo profughi che è stato realizzato su una terra di sua proprietà ad al-Khadra, Baghdad Ovest. Daa, che ha cinquant’anni e sa il fatto suo, appartiene alla tribù Arrawi, una potente tribù sunnita dell’area di Ramadi e Anbar, con consistenti addentellati a Baghdad. Si è messa in testa di dare una mano alla sua gente, ai profughi in fuga da quelle zone, sfidando anche un ramo della sua famiglia che, si mormora, avrebbe prestato il fianco all’ingresso di Isis a Ramadi. Quando le si chiede da chi o da cosa queste persone fuggano e se fuggano soprattutto da Isis, la sua anima tribale prevale. Risponde: “Le persone che vengono da lì soffrono vessazioni che durano parecchi anni e sono state perpetrate da diversi soggetti: Isis è spuntata adesso come fenomeno prevalente, ma vogliamo parlare degli sheiks, dei politici, delle milizie? I cittadini che volevano stare lontani dal potere, da qualsiasi potere, sono le uniche vere vittime e noi abbiamo il dovere di aiutarli, se vogliamo dirci iracheni”. Daa ha un lampo negli occhi che il suo viso rotondo e paffuto provvede a stemperare nel sorriso di circostanza o di sostanza: lo vediamo all’opera durante la riunione dei capi tribù sunniti che si svolge nella sala accanto. Spiega: “Questo campo funziona da centrale operativa: gli sheik del posto si riuniscono qui per capire quali necessità ci sono e se bisogna fare delle richieste specifiche alla sicurezza, al sindaco di Baghdad o al Parlamento. Recentemente abbiamo chiesto l’arrivo di una clinica mobile pediatrica e per le donne in gravidanza”. Finita la chiacchera, Daa ci porta in visita pastorale dentro il campo. Pare che la signora faccia il giro ogni giovedì e, a volte, anche il martedì. Uomini, donne e bambini le si avvicinano al passaggio. Chiedono termosifoni o tappeti per le tende, relazionano sulla situazione del campo durante l’ultima settimana. Molti la conoscono bene, da prima della loro fuga. Come Um Zeinab, fuggita da Falluja con cinque bambini, di cui quattro suoi. “La famiglia Arrawi è ben conosciuta. Quando siamo arrivati a Baghdad mi hanno chiesto uno sproposito per affittare una casa. Non avevo tutti questi soldi in cash. Ho dato un anticipo e, nel frattempo, ho saputo del campo e ho chiesto se avevo diritto a una tenda. Abito qui dal primo giorno e quelli che eravamo qui abbiamo applaudito per cinque minuti Daa che si merita tutto il nostro affetto”. Um Zeinab conta di ritornare a Falluja: “Lì ospiterò Daa come una regina”. La dottoressa si schernisce e tenta di sottrarsi al bacio della mano, che accade puntuale tra le benedizioni di Um Zainab. Ma Daa lo fa durare poco perché sa che la modestia si addice anche a nostra signora Arrawi.

 

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Aylan e Ali, naufragare nella memoria

È questione di stress (collettivo). Ogni volta che questa sigla risuona in classe, nelle conversazioni, nelle interviste, il tempo si ferma, l’aria si gela. Le donne abbassano gli occhi; gli uomini tamburellano con le dita sul tavolo. Ogni volta che il PSTD (Post Traumatic Stress Desorder Syndrom) si ripresenta con le sue terribili quattro lettere davanti alla memoria di un iracheno, la festa – ogni festa – è finita. Perché questa terribile malattia è come il convitato di pietra: c’è ma non si vede. Tutti la conoscono e ne hanno fatto esperienza; molti non la vogliono né vedere né sentire; solo alcuni l’hanno curata ma il successo non è stato scontato né totale. Eppure, in questo Paese, che è vittima di una sindrome di reducismo collettiva, dove ogni sopravvissuto replica le proprie fobie all’infinito nella vita quotidiana, su mogli, mariti e figli, c’è fame di resilienza. Perché ogni abitante ha imparato a crearsene una, a modo suo, come meglio poteva.

Zeinab è un’apprezzata giornalista di Karbala e ha una precisa coscienza del male che la consuma da dentro. Imponente, con spalle larghe e seni abbondanti, Zeinab ha un faccione dolce e mite che incornicia sempre con il chador. Come tutte le donne, sia per motivi culturali che per motivi caratteriali, coltiva un inclinazione più forte nel riconoscere il deficit psicologico. Zeinab, che ha lavorato con le truppe britanniche per alcuni anni, durante la prima guerra del Golfo, giovanissima, e poi anche successivamente, non ne fa mistero. Lo dice in pubblico, in un gruppo di ascolto formato da colleghi che faticano a mettersi in gioco e che aspettano solo che qualcuno faccia il primo passo e che, per l’occasione, lo faccia lei.

Zeinab ha un PSTD che ritorna ogni qualvolta la donna si esponga a immagini cruente on line. “Sono inappetente, triste, mi viene una specie di allergia alla mano, voglio farla finita”. Ha sperimentato una soluzione empirica: “Se succede, scompaio dai social, spengo la tv e mi metto a letto”. Sembra paradossale, ma l’ultima volta che il PSTD si è ripresentato in Zeinab, è stato quando la donna ha scrollato il wall di Facebook. “Ho visto la foto di Aylan e mi è venuto un colpo: ho visto mio figlio e sono impazzita”. Zeinab ha seppellito il piccolo Ali dieci anni fa, nel 2004, dopo un bombardamento. Ali aveva appena tre anni. Anche se Zeinab ha fede e si rimette alla volontà di Allah, non ha mai accettato questa morte. Ali le si presenta nei sogni, spunta dagli armadi, dalle pentole, dai vestiti. Esiste nelle risate delle nipoti. Si muove ancora nel suo ventre. Ali, luce dei suoi occhi, respiro della sua stessa vita, è diventato un incubo, un incubo dal quale Zeinab ha paura di non uscire mai più.

Così, quando non c’è nulla che glielo ricordi – molto difficile, in un Paese in cui il 70% della popolazione ha meno di 15 anni – la donna non ha memorie intrusive e pericolose per la sua salute mentale. Ma quando ha visto il piccolo Aylan su Facebook, il suo corpicino da bimbo riverso sulla spiaggia, abbandonato a un sonno che partiva e si allargava a mantice dal suo pancino enfiato, ha avuto un sussulto che quella notte è ridiventato un incubo. Ali-Aylan, Aylan-Ali.

Dopo una notte delirante, il marito (giornalista anche lui), da uomo di buon senso, le ha consigliato di astenersi dal frequentare i social media per una settimana. Infatti Zeinab, che stava risalendo la china della sua resilienza, è risprofondata in questo stress acuto e adesso non sa come venirne fuori. Lei è uno dei miei 45 studenti giornalisti iracheni che ha chiesto un programma di sostegno psicologico sui traumi da guerra al Dart Center tramite la conoscenza che ha fatto con me. Dopo una settimana insieme ha avuto la forza di raccontarmi anche il resto che, per rispetto alla sua privacy e ai suoi occhi puntati su di me come chiodi, preferisco tacere.

 

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Tre baci al check point

Salam ha un occhio glauco. Sembra che sia di vetro: in realtà è solo un occhio spento, una telecamera sul mondo che non gli funziona più. Non mi ha mai voluto dire quando ha perduto la vista. Però, tra una traduzione e l’altra, per il mio gruppo di colleghi-studenti di Karbala, ho capito che il fatto è accaduto durante l’occupazione americana. Salam è un insegnante di inglese e mise a frutto le sue capacità professionali durante la guerra, per sopravvivere e dare da mangiare alla sua famiglia. Alto e atletico, è un gentiluomo sciita: uno che ha una formazione religiosa molto severa, che sogna di visitare l’Iran e che è impazzito quando ha visto le mie foto in chador, indossato obbligatoriamente per visitare il santuario Imam Hussein. Però ha un senso dell’auto-ironia che mi sorprende sempre e che, dice, ha imparato dagli americani. Di più, l’avrebbe imparato a sue spese da un terribile misunderstanding linguistico-culturale, come quelli che hanno scatenato le cose peggiori e più efferate in guerra ma, in alcuni casi, anche le migliori risate. A lui è andata bene: per questo errore non ha pianto e, al massimo, è stato un po’ deriso all’inizio. Sì, perché Salam si fece una fama nell’unità dei marines distaccata tra Baghdad e Karbala come “il traduttore gay”. Una fama che per un musulmano non è proprio auspicabile o sostenibile, né per le autorità né per la società che lo circonda. Tutto iniziò a un ceck-point vicino casa nel 2005. Salam passava da lì e lì incontro l’amico Ali che da poco aveva iniziato a lavorare con gli americani. Non si vedevano da parecchio tempo ed erano buoni amici. Felici di sapersi vivi l’un l’altro, si salutarono. Tre baci sulle guance, nella tradizione locale. Tre baci al ceck point. Il capitano della divisione, finito lo sbaciucchio, provvedette a licenziare Ali. Poi domandò al poveraccio, dileggiandolo, “Are you… gay”? Salam non aveva mai sentito questa parola, mai trovata nel vocabolario, mai tradotta per-carità-di-dio. Ma aveva imparato che in guerra bisogna dire sempre gnorsì. Così disse: “Sì signore, gnorsì”. La truppa ebbe reazioni scomposte: chi sogghignava, chi smorfiava schifato. Salam non capiva. Si preoccupò e rincarò la dose. “Yes yes, I’m…I’m gay!”. Il capitano probabilmente ebbe simpatia di lui fin da subito e non ci sarà dato sapere se fosse omosessuale anche lui. Ma diede una bella pacca sulle spalle a Salam e gli disse: “Bene, da domani sei dei nostri. Presentati qui al ceck-point alle sei del mattino”. Salam era felice ma perplesso: perché quella gente si sganasciava dalle risate? E così si premurò a cercare la parola sconosciuta e peccaminosa. La trovò e poi ne chiese conferma ad Ali che di certo conosceva le stranezze degli americani. La spiegazione dell’amico e la ricerca sul vocabolario lo lasciarono senza parole, preoccupato di quanto sarebbe potuto accadergli e vergognoso insieme. Non dormì per tutta la notte, cercando di macchinare la scusa corretta di fronte al sergente. Il giorno dopo, alle sei del mattino, era di nuovo lì al ceck point: sguardo maschio e posizione di allerta militare. Il capitano e gli altri tre sulla camionetta lo vennero a prendere tra grasse risate. Lui stava sulle spine. Arrivati al compound, Salam puntò le braccia sulla scrivania del suo nuovo capo americano e si affrettò a dire: “Sorry, there’s a misunderstanding. I am NOT gay”. Il capitano lo guardò, sempre con lo stesso sorrisino: gli sembrò una scusa, dice Salam, ma molto professionalmente mai ritornò sull’argomento. Invece, gli mollò un fascicolo davanti al naso e gli disse: “No worries, translate”. Salam tirò un respiro e affondò la testa nelle scartoffie. Oggi ride e racconta questo aneddoto mettendoci tanto sale e le stesse grasse risate degli americani. Ma per fortuna la moglie non è mai venuta a saperlo. E ci supplica di non farne parola nel prossimo invito a casa sua: i figli – orrore – non dovranno saperlo mai e poi mai.

 

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Sarah, la seconda figlia di Scorsese

L’ho vista appena ho messo piede nella classe di cinema dell’Accademia di Belle Arti Femminile a Baghdad: si staccava dal mucchio. Perché non voleva essere come le altre, perché non si sentiva come le altre, perché le altre la isolavano.

Sarah – che per profilo su Facebook ha la Audrey Hepburn di Colazione da Tiffany, suo mito irraggiungibile – ha solo un obiettivo: diventare regista. E una sola via: studiare, studiare, studiare e non farsi distrarre da nessuna preoccupazione femminile che possa intaccare il suo futuro.

“I ragazzi non mi interessano, sposarsi per me non è importante”. Forse lo dice perché, a 16 anni, è già un po’ grassoccia. Forse lo dice perché porta gli occhiali. Forse lo dice perché non si sente aggraziata. O forse, estremizza in lei questa scelta e coltiva questo aspetto intellettuale perché vuole essere diversa e utilizzare la sua diversità per riuscire dove le altre – ne è certa –falliranno.

Sarah, durante la mia visita all’Accademia, non mi ha lasciato libera un minuto ed è rimasta impressionata dal modo con cui lavoro con la telecamera, dall’importanza che ha il movimento del corpo mentre giri e da quanto pesa una camera professionale. In classe, mentre si parla di cinema, è quella che sa tutto. “È una secchiona, non ci faccia caso se parla troppo”, mi dice una ragazza truccata nella seconda fila, che non aspetta altro che io la riprenda, che lei possa diventare protagonista, anche se solo per un istante, del mio documentario. Il suo obiettivo è che io possa imprigionare la sua bellezza e il suo kajal verde, in tinta con l’hijab, nel mio frame.

Sarah capisce la provocazione ma non ci fa caso. Poi, a fine lezione mi placca, ballonzolando con il suo zaino e insistendo per rimanere entrambe in contatto. Ci scambiamo i numeri di telefono, apriamo una relazione di amicizia sui social media. E si sfoga come un fiume in piena: “In questa scuola non ci insegnano a fare cinema, ci parlano di storia del cinema, di quello vecchio. Tutte quelle che escono da questa scuola si sposano e basta. Oppure vanno a insegnare e dopo qualche anno le ritrovi qui. Ma che senso ha? Io voglio imparare una professione, io voglio sapere come si fa ad usare la tua telecamera”.

Sarah ha l’esuberanza dell’età, la ribellione intellettuale di chi non vegeta ma vive, l’orgoglio di genere di chi non si rassegna ad essere un soprammobile o una bambola, in ogni cultura. Mi confessa che il suo modello è la figlia di Martin Scorsese. Le chiedo perché. Risposta: “È una figlia di papà ma ha fatto di tutto per non essere una brava ragazza”.

Quando guadagno l’uscita, la vedo, in controluce, mentre mi allontano, e lei mi fa ciao con la manina pienotta. Sono sicura che la incontrerò di nuovo in qualche altra strada del mondo, questa “cattiva” ragazza, magari tra dieci anni. Di sicuro terrà una Reflex in mano e avrà letto tanti libri.

 

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Sarah e il mare dell’Iran

Ogni tanto, scorrendo la tastiera dello smartphone, il suo nome compare come un’epifania. La rubricai come Sarah Caspio Iran e mai saprò il suo vero cognome. Fra noi ci fu un idillio di dieci minuti e l’invio di una foto via sms, quando ancora non esisteva whatsapp. Ma bastò quello per rendermela indimenticabile, una delle icone del mio lungo mese di lavoro in Iran.

Sarah comparve come un’indistinta macchia nera sul fondo dell’orizzonte grigio perla del Mar Caspio. Un colore che raramente il Mar Mediterraneo ha in giugno ma che l’Adriatico regala in qualche giornata fosca, che non promette nulla di buono per i bagnanti. Ma qui, sul Caspio, di bagnanti non c’era nemmeno l’ombra. Nemmeno ombrelloni, sedie. Nemmeno una famiglia persiana pronta a far pic-nic. Nulla. Quella spiaggia, con una serie di stabilimenti balneari allineati alle nostre spalle, assolutamente vuoti e fustigati dal vento tagliente, lo stesso che muove gigantesche pale eoliche poco lontano da qui, offriva uno scenario di trascuratezza decadente e pieno di fascino. Esattamente come è il mare d’inverno, un luogo per pochi: intimo, lento, paziente.

Ero intenta a scrivere il mio nome in persiano sulla sabbia con un legnetto recuperato a pochi metri da me e con quello stato d’animo per cui, di fronte a una pagina di sabbia ancora bianca, ogni adulto ritorna bambino e inizia a lasciare traccia del suo passaggio con graffiti insensati: cuori, simboli, nomi, date. Sarah già mi guardava dall’altro lato della spiaggia e non era sola. Sciabordava, come una scialuppa rilasciata dalla nave ammiraglia, tra la madre – che con il suo ampio chador appariva dal fondo come la macchia nera più ampia – e un giovane segaligno, vestito di bianco e nero, con quello stile classico tanto anni Settanta che hanno molti uomini iraniani, seppur giovani, specie in provincia. Qualche minuto dopo saprò che il giovane era il suo futuro marito.

La madre di Sarah tentò il primo approccio solo quando, fatti pochi metri, mi ricongiunsi al fotografo che appariva come tale e come occidentale da almeno un miglio di distanza. E, come sempre, dopo i convenevoli in persiano, iniziò a chiedermi da dove venivo e se ero sposata (con lui, ovviamente). Sarah, magra, alta, bellissima, con uno sguardo verginale, si prodigava a tradurre mentre il fidanzato intavolava la conversazione con il fotografo, facendo bella mostra del suo inglese. Ma il fare interrogatorio dell’uomo, nel nostro improvvisato gineceo, invece, lasciava spazio a una curiosità naturale e decisamente femmina: hai figli? Quanti? E lui chi è? E tu che fai? E dove vivi? Ma soprattutto: perché sei in Iran? Ti piace l’Iran?

Il mio rusari (velo) chiaro si scompigliava a ogni alito di vento e Sarah se la rideva. In breve intorno a me trovai il doppio delle donne previste: da qualche parte, non so da dove, sbucarono la sorella e la cognata. Tutte giovanissime e curiosissime. Tutte che ancora mantenevano intatto uno dei più tradizionali e importanti segni di bellezza per la donna iraniana: le folte sopracciglia unite al centro, mai sfoltite, in una sorta di monociglio selvaggio e insieme altero che le donne occidentali accostano solo al ritratto di Frida Khalo.

La conversazione ebbe la solita virata straordinaria quando ci si mise a parlar di matrimoni: Sarah aveva 17 anni, la famiglia era originaria di Qom e la madre le aveva scelto un buon partito, impiegato in un ministero. Erano al Caspio per la gitarella del venerdì, per “testare” il genero (e lì la madre mi schiacciò l’occhio complice). Nel frattempo, si andavano chiedendo, meravigliati, chi erano questi occidentali che si avventuravano sul Mar Caspio perché non capita tutti i giorni di incontrarne due esemplari.

Il fotografo insisteva con il futuro marito per avere il permesso di immortalare tutta la compagnia. Dopo parecchie resistenze ci fu il sì, ma il giovane si mise in posa solo con la futura sposa, pur rimanendo sospettoso: chi mi assicura che voi non siate delle spie?, ripeteva.

Così, per sicurezza sua, fece uno scatto al fotografo e trascrisse i suoi contatti su un pezzettino di carta. Le donne, un po’ piccate da quel momento di celebrità dell’unico maschio del gruppo, insistettero per avere un’immagine anche con me. Non ce ne andiamo se non ne abbiamo una con “azizam” (la cara), dicevano. E così, essendo già divenuta familiare a loro, mi ritrovai, qualche ora dopo, con una mini-serie di foto sul Caspio salvate nella memoria del cellulare, attorniata da quattro bellezze di età di diverse, tutte in chador, tutte in nero, tutte monociglio. Uniche note di colore: il mio rusari bianco che tratteneva a stento i capelli, sempre scompigliati dal forte vento, e una risata, larga e di pancia, che si posava sulla faccia di tutte, in barba a ogni regola di decoro della Repubblica Islamica.

 

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Sognare una cupcake a Baghdad

Nadia ha quell’aria un po’ così di chi ha vissuto troppo in Inghilterra, è diventata una fashion victim, e ha tagliato completamente i ponti con la cultura di origine. Piccolina, bruna, è la copia un po’ meno fancy di Dita von Teese, la regina del burlesque. Starebbe benissimo in una coppa di champagne, nonostante le zeppe troppo alte e il seno un po’ troppo piccolo. Sexy, è sexy, maledettamente sexy, con il suo sguardo da cerbiatta che ha visto parecchi boschi. Certo, Nadia è curda e non è musulmana, il che equivale a darle la patente di cattiva ragazza a Baghdad, non appena faccia un passo: per questo il suo ragazzo, Yad, un trentenne filmaker cresciuto nel South East anche lui e trapiantato nell’ex giardino del Medio Oriente per fare qualche spot pubblicitario, figlio di un ex peshmerga, la fa muovere sempre in auto e si guarda bene dall’esporla in pubblico, rinvigorendo una certa gelosia culturale inscritta nel suo dna di maschio iracheno.

Nadia e Yad sono due giovani che riassumono mutamenti, cambiamenti, speranze e delusioni di un Paese che non conosce pace dalla guerra Iran-Iraq in avanti, negli anni Ottanta. Sono figli di una generazione in guerra: Yad fu portato dalla madre a dorso di mulo fino al confine del Kurdistan iracheno con la Turchia, per poi arrivare in modo rocambolesco in Inghilterra, grazie alle aderenze politiche del padre, peshmerga e disertore dell’esercito di Saddam. Nadia è nata a Londra ma ha sempre sognato quel Paese che non aveva ancora mai visto, ossessionata dai racconti della zia, di una Baghdad delle mille e una notte, la città dei giardini, dei libri, dei caffè. E’ cresciuta con la passione per la moda, come Yad ha coltivato quella per il cinema, e l’ha concentrata tutta nei 40 metri quadrati del suo negozietto di Soho, dove potevi trovare bigiotteria orientale e abiti libanesi, per soddisfare la clientela new age e qualche araba nostalgica dello shopping a Dubai.

Nadia e Yad hanno odiato la guerra e il caos iracheno dopo la guerra. Ma dopo l’exit strategy americana, ci hanno creduto. Hanno creduto che potevano far parte di un processo di ricostruzione che hanno scoperto, troppo tardi, essere inquinato dal settarismo, nonostante la buona volontà. Il governo iracheno ha molto favorito chi mostrava l’intenzione di volere fare affari nel Paese, incoraggiando l’apertura di imprese sul suolo nazionale. Yad l’ha fatto e l’ha fatto in grande: una casa di produzione cinematografica e per spot pubblicitari. Non è andata così male: ha avuto delle buone commesse da una cantante pop curda e da un politico sciita, durante l’ultima campagna elettorale.

Ma Nadia e Yad, a differenza di molte imprese occidentali, coreane, giapponesi e cinesi che investono nel Paese in infrastrutture, edilizia, automotive, elettrodomestici, credono in una sorta di colonizzazione culturale che deve solo intercettare i sogni e i modelli di una gioventù già globalizzata. Yad, tutte le volte che ci siamo incontrati, a Londra o a Baghdad, non ha fatto altro che ripetermi questo concetto come un mantra: “La gioventù irachena, intendo i ventenni di oggi, curdi, sciiti o sunniti, sono totalmente globalizzati e soprattutto ne hanno le scatole piene di terrorismo e settarismo: vogliono solo più cinema, più divertimento la sera, più centri commerciali, più prodotti americani, più cibo italiano, più tecnologia, una reale mobilità nel mondo per studio e per lavoro. Insomma, sono uguali agli altri, solo che vivono in una città a cui è stata bombardata la memoria col veleno della guerra”.

Per rendere loro la vita più dolce, Nadia e Yad hanno pensato, un anno e mezzo fa, ad aprire un negozio di cupcake a Baghdad. La fissazione è di Nadia: “Cupcake perché è una moda: qui le ragazze vogliono sapere come si fanno, guardano i tutorial su internet, cercano di imitare le ricette a casa. Abbiamo a Baghdad diverse catene di fast food, non necessariamente MacDonald, ma anche turche dove c’è un’offerta mista, dalla pizza italiana alle falafel palestinesi. Ma per i dolci, ci vorrebbe un negozio americano: applepie e cupcake. I giovani non li associano affatto alla guerra, piuttosto ai movies, e gli adulti continuano a mangiare kunafa e baklava”.

A distanza di un anno e mezzo, per questo negozio Nadia e Yad non hanno mai avuto la licenza. In verità, la stanno ancora aspettando ma hanno già fatto i bagagli e sono andati via da Baghdad, puntando sulla più sicura Suleymanja in territorio curdo, finché un minimo di sicurezza reggerà. A Baghdad avevano chiesto uno spazio vicino al Mansour Mal, nel quartiere di Mansour, il cuore della borghesia irachena post-occupazione, il viale dello struscio del venerdì, dove tutti vanno alla ricerca del ristorante giusto e del vestito da sposa cool. Una settimana fa una bomba è scoppiata non lontano da qui, al mercato: trenta morti. Per il resto, non c’è niente di nuovo sotto il cielo di Baghdad. Nemmeno una fottutissima cupcake.

 

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L’ultimo Eid di Rabaa 

Immersi nel silenzio della prima raqat già compivano il loro destino e noi ne eravamo testimoni. Eid al Fitr 2013, Il Cairo. A Rabaa al-Adawiya erano le cinque del mattino e l’alba non era sola. Aveva dinnanzi a sé migliaia di uomini e donne, arrivati da ogni dove dell’Egitto a salutarla. Come api operose, formiche incolonnate verso la direttrice della preghiera del muezzin, i musulmani sunniti che, in quel mese storico, si trovavano in Egitto per fornire supporto al deposto presidente Morsi, ormai agli arresti insieme a parte del suo establishment, uscivano dai loro formicai per andare a combattere la loro ultima battaglia nel quadrilatero del campo di Rabaa al-Adawiya, dove presidiavano in sit-in permanente da un mese.

Niente armi e nemmeno pietre o bastoni, quel mattino. Ma l’unica arma, la più potente di tutte, la preghiera, l’avevano portata in migliaia, nessuno escluso. L’arma collettiva venne fatta scoppiare dal richiamo dell’imam: “Allahu akbar, Allahu akbar, Allahu akbar, la-ila-ila’Allah”. Gli uomini in un settore, le donne in un altro, tutti con le mani dietro la nuca, tutti sussurravano insieme Allahu akbar e iniziavano a recitare la al-fatiha, la prima sura del Corano.

Non so se vi sia mai capitato di ascoltare migliaia di persone sussurrare. Ecco, il sussurro rimane tale nonostante l’esponenziarsi dell’atto; quel che cambia, rispetto al sussurro di dieci persone insieme, è una indefinibile eco. Come un cerchio che allarga le sue onde sonore progressivamente fino a raggiungere il muro del suono, l’eco del sussurro è una spirale di emotività che ti afferra la gola, la blocca, le impedisce ogni altro atto se non la sintonizzazione sul medesimo sussurro, sulla stessa frase, sull’identico tono.

A Rabaa al-Adawiya si rimaneva ipnotizzati, come accadde secoli prima alla prima mistica sufi di cui la storia dell’Islam conservi memoria e a cui quella moschea è dedicata. Rabaa era nata a Bassora nel 713 d. C. circa. Quella ipnosi, quella trance dei migliaia era totalmente consapevole e, per la maggior parte dei musulmani e degli egiziani presenti, consapevolmente politica.

Nell’alternarsi immenso di sospiro e di respiro, gigante mantice umano che emerge dalle viscere del bisogno di Dio, chi aveva la fortuna di assistervi non poteva fare a meno di avvertire la potenza, anche ideologica, oltre che esistenziale, che viene dalla fede.

Quel grande animale che era il corpo intero della folla di Rabaa, fremeva silente, a ritmo intermittente, cadenzato, regolare, potente, sempre all’unisono. Questo corpo era un animale morente, prima di quel terribile 14 luglio 2013, ma non lo sapeva ancora.

 

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Il senso di Ali per la cella

Gli amici si chiamano per molteplici ragioni, ordinarie e straordinarie: il compleanno, il Natale, il Ramadan, un matrimonio, una nascita, un funerale.

Ali, invece, chiama solo per ricorrenze che riguardano lui stesso. Chiama per dirti: “Ti ricordi quella volta che siamo stati al teatro dell’opera di Baghdad? E quell’altra, quando abbiamo campeggiato sul Tigri?” E ancora: “Ti ricordi quando ci siamo incontrati per la prima volta? Mi pare fossimo a Bassora, per il convegno delle NGO irachene”.Tu rispondi sempre: sì, certo che mi ricordo. Fosse un ragazzo di altra nazionalità, l’avresti già allontanato da un pezzo. Ma sai bene che non fa questo perché tende a fare lo stalker, perché sia maleducato o perché si sia invaghito di te. Ali lo fa perché è iracheno e perché tu sei stata la prima persona che gli ha messo una telecamera tra le mani e lo ha fatto lavorare per davvero. Ti è riconoscente e tende a ricordarselo ogni minuto e a ricordarlo a se stesso, come un mantra che si ripete sempre uguale, intorno a cui girare in tondo, per sperare che ciò che ha vissuto accada ancora e ancora.

Quest’anno, però, Ali ti ha chiamato per ricordarti qualcos’altro. Hai aperto Skype e lui ti ha detto: “Ti ricordi? Oggi è l’anniversario del mio arresto: un anno ad oggi.” Stavolta la sua voce era grave, pesante e, allo stesso tempo, leggermente eccitata. Era la voce di una specie di matto-savio, uno che, chiaramente, deve venire a patti con una pietra miliare della propria esistenza, una boa che si passa ma non si sorpassa. Del resto, come dimenticare questo infausto anniversario? Come dimenticare la notte in cui arrivò la telefonata del padre, preoccupato perché il figlio non rientrava più a casa? Era partito verso l’aeroporto di Baghdad con la sua telecamera meno di 24 ore prima e non aveva più dato segnali della sua esistenza, di dove fosse, con chi e perché. Quel che era certo è che con sé aveva la maledetta telecamera e che 48 prima aveva chiamato alla giornalista per dirle: “Stavolta farò qualcosa di bello e di pericoloso, sarai fiera di me”.

Già, così fiera da potere vantare un giorno di avere avuto un amico in arresto per tre mesi, con evidenti segni di tortura sulle braccia, il tutto per una telecamera di troppo, un’idea non proprio balzana e una mancanza assoluta di contromisure di cui nemmeno lui l’aveva messa al corrente.

A distanza di un anno, Ali festeggia il suo essere vivo e il potere condividere anche l’avventura più pericolosa della sua vita con te. Ma ripercorrere quei tre mesi in una breve telefonata, non è proprio piacevole, visto che le brutte cose sono sempre destinate ad essere rimosse dalla memoria umana, salvo a riemergere nei momenti meno opportuni: le lacrime della sorella, gli appelli accorati del padre, le telefonate all’agenzia, le email alle organizzazioni umanitarie per la protezione degli operatori dell’informazione e, soprattutto, il terrore costante di ricevere una telefonata, di sapere che “Ali verrà processato” piuttosto che scarcerato, si raggrumano tutti in un paio di minuti, in cui lui lamenta, come al solito, il fatto di non avere più lavoro, di essere stato buttato ai margini della società dopo quella esperienza, di essere stato costretto all’esilio in un’altra città.

Ali, in fondo, è diventato la mia gioia e la mia condanna. Gioia perché ha appreso ed applicato con grande velocità, passione, convinzione, contenuti e tecniche che allievi di altre nazionalità hanno messo in pratica con lentezza, ammorbati dal benessere e dalla smania di successo. La mia condanna perché mi ricorda ogni volta come la passione ci possa accecare e condurre verso il pericolo, rovinare la nostra esistenza, trasformarci in sopravvissuti a noi stessi, zombie di una vita felice prima di avere scoperto alcune verità e sperimentato tutto il male di cui l’uomo è capace. Ali è più la mia condanna che la mia gioia perché, prima, davanti a me avevo un ragazzo. Oggi, vedo dall’altra parte del monitor un uomo malato, disturbato. Se non mi avesse mai incontrato sarebbe rimasto un ragazzo e, purtroppo, ne sono sicura. Ad Ali non gliel’ho detto per non rovinargli la giornata, ma non ho nulla da festeggiare, io, in questo anniversario che a lui piace tanto, sghembo e beffardo come il destino.

 

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Quel Ramadan con Libertà 

Prima che arrivasse il suo viso dagli zigomi alti, arrivava la sua voce. Un fastidioso “man”, un “chi è'” urlato da dietro il portone al nuovo malcapitato, che interrompeva una poppata o la preparazione della selta (tipico piatto locale), oppure semplicemente un meritato far nulla davanti alla tivù yemenita che rilasciava a nastro il solito sceneggiato sulla liberazione dagli inglesi.

Hurrya, appena aperto il portone, ti piantava addosso i suoi occhi quasi mandorlati. A guardarla avresti detto che veniva dall’Afghanistan o da qualche altopiano indo-iranico. Sarebbe stata una perfetta kuchi, se non fosse nata in un villaggio vicino a Hudaydah e se non parlasse il dialetto tipico di Sanaa con dei calchi da qualche altro mondo linguistico che la rendeva, a noi studenti della scuola di Salem Sabri, oggetto di studio sociologico.

Hurrya aveva la bocca sformata dalla masticazione del qat e un corpo minuto, piccolissimo. La seconda volta che è rimasta incinta non ce ne siamo manco accorti, tanto leggera era la sua gravidanza sul corpicino da ex bimba. E, in fondo, bimba lo era. Quando l’ho conosciuta aveva 20 anni e un bimbo di 5, avuto a 15 anni con Kamal, l’uomo di fiducia del padrone, il tuttofare del collegio che non avrebbe lasciato nessun ospite straniero nei guai.

Hurrya aveva una passione smodata per il pettegolezzo. Una vera portinaia. Sapeva tutto di tutti, e faceva di tutto per saperne di più. Con quelle ragazze che parlavano discretamente il dialetto locale, amava intrattenersi per un the, per un pranzo. Con me faceva a gara per farle compagnia insieme al suo piccolo, non fosse altro che per domandarmi centinaia di cose sulla mia vita di reporter occidentale e sui miei affari sentimentali. Tra una chiacchera e l’altra, provava a chieder favori: qualche rial per comprarsi una gioia cinese – forcine ricoperte di strass, ciondoli di plastica – oppure per farsi l’henné, con la scusa di comprarlo per applicarlo anche sulla sua ospite. Non usciva quasi mai da quella stanza 4×4 più cucinino. Prima doveva chiedere il permesso al marito, Kamal. Un favore da fare a un’ospite del collegio la aiutava a zampettare fuori casa, atto che il nome che portava – hurrya, libertà – avrebbe dovuto permetterle. Non ho mai saputo quanto la libertà di Hurrya fosse stata riflessa, condizionata o necessariamente limitata, visto che proveniva da un villaggio ed è andata in sposa a un uomo della capitale, guardiano di uno dei più ricchi signori di Sanaa; probabilmente Hurrya vedeva la sua “dorata” prigionia conforme al nome che portava, e la vedeva come una libertà vigilata.

Ma Hurrya dava il meglio di sé durante il Ramadan. Sapeva bene che gli ospiti del collegio Ycmes non lo praticavano e sapeva che, se avesse offerto loro un pranzo ogni tanto, avrebbe saputo tutte le novità che le servivano, senza fare sforzo alcuno. Così, timidamente, ogni giorno, allungava un piatto dalla sua abitazione alla nostra cucina, fino a che al quarto-quinto giorno l’ospite non abboccava e le faceva compagnia. Il suo cibo era sempre buonissimo, la sua conversazione piena di dettagli sulla vita del villaggio da dove veniva e sulle sue numerose sorelle. Non mancava occasione in cui provasse a rifilarmi un suo conoscente yemenita come possibile marito. Lo fece anche durante il Ramadan, fino a quando seppe che il futuro marito me lo ero trovato da sola e addirittura nel collegio, sfuggendo al suo controllo poliziesco. Da quel momento, Hurrya cambiò registro con me: niente chiacchere e niente piatti al di là dell’iftar, la cena della sera. Ma il “man” rimase dello stesso tono e, se bussavo io al portone, lo gridava più forte.

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No woman, no bike

Vi ricordate la piccola Wadjda che in Arabia Saudita chiedeva una bicicletta per scorazzare in tutta libertà? Film convincente di Haifaa al-Mansour, molto finanziato, con un successo abbastanza ampio in Europa e anche abbastanza ben bilanciato, “la bicicletta verde” aveva il pregio di non mettere alla berlina la società saudita senza avere conoscenza dei fatti, ma di mostrare la complessa relazione tra donne dentro questa società, tra tradizione e innovazione, tra il voler essere e il dover essere. Tutte cose che, comunque sia, rimangono un po’ appese alla rappresentazione cinematografica finché non hanno a che vedere con la vita reale. Così accade che, dopo un paio di anni, il topic del film si riproponga in tutta la sua forza ma in un altro Paese e per una nobile causa.

Quando guardo le foto che Bushra posta e, soprattutto, quando osservo la sua determinazione nel rispondere a personaggi intransigenti che le intimano di scendere da quella bicicletta perché non si fa, non si è mai fatto, è impuro, è haram, non posso credere che sia proprio lei, quella Bushra, ad avere causato tutto questo. Certo, Bushra è sempre stata una ragazza intraprendente. Membro di un gruppo esiguo, per la verità, ma molto determinato, di ragazzi di Sanaa, attivisti, fotografi e filmakers globali, che documentarono la rivoluzione e la lotta dei giovani yemeniti per la libertà e che hanno continuato a mostrare la vita quotidiana di un Paese abbandonato a se stesso, ecco che Bushra sale impropriamente agli onori delle cronache per avere organizzato una protesta contro i bombardamenti sauditi in Yemen. Contro la mancanza di gasolio e il rialzo dei prezzi a causa della guerra, ha dato il via all’uso delle biciclette per le donne di Sanaa. L’occasione fa l’uomo ladro, si dice. In questo caso fa ladra la donna. La guerra è un ottimo strumento per mettere sul piatto alcune tradizioni e spezzarle con la logica. Manca il gasolio? Pazienza: oltre alle quattro ruote esistono le due. Così Bushra e altre dieci ragazze si sono organizzate, hanno preso la mountain bike dei fratelli e hanno iniziato ad usarla.

Si sono fatte fotografare in città vecchia e con la moschea al-Saleh sullo sfondo ma in pose del tutto lecite e financo romantiche per non dare adito alle rimostranze dei chierici. E hanno fatto parlare di sé il mondo. Bushra, da casa sua a Sanaa, dice: “Sembra incredibile che ci si debba accorgere di 5mila morti, 10mila feriti e 545mila dispersi attraverso di noi appollaiate su un sellino e da tutta la polemica che ne è scaturita”. Eh sì, perché Bushra si è sentita dire di tutto, soprattutto che andare in bicicletta non è un’azione che si addice a una donna. In realtà, per i sunniti seguaci del wahabismo, effettivamente non è un’attività che si addice alla modestia della donna perché la posizione in cui è costretta a guidare espone parti del suo corpo che sarebbe meglio non esporre. “Ma noi abbiamo guidato con l’habaja e l’hijab e non c’era proprio nulla fuori posto”, si difende Bushra dai detrattori che ritengono di essere nel giusto, nel solco della tradizione, e desiderano che non sia spezzata. Nonostante facciano guidare loro l’auto, per le loro mogli e le loro figlie questi uomini sottolineano che vale la frase “no woman, no bike”.

Già durante tutta la durata della guerra, Bushra aveva rischiato di essere rapita dai ribelli sciiti che non amano molto avere fotogiornalisti tra i piedi. “Adesso, tra i nemici, è il turno degli opponenti, i sunniti wahabiti che difendono l’Arabia Saudita fino alla morte”. Bushra appartiene a quelle persone che della necessità fanno virtù e, certamente, ragiona come un’attivista politica. Qualcuno dice che vuole solo fare parlare di sé. E, come quando la incrociai a Sanaa, sorride senza curarsi troppo delle conseguenze: “Non lo faccio per avere un Nobel o ottenere un visto. Il mio posto è qui, voglio solo che la verità nel mio Paese venga fuori, con ogni mezzo possibile”.

L’idea è così bella e accattivante per gli Occidentali, sempre troppo preoccupati per le questioni di genere, le donne al volante e le donne in bicicletta, che ha avuto un effetto domino. A New York le ragazze yemenite expat e centinaia di attivisti hanno organizzato la prima bike ride in supporto di Bushra e del conflitto yemenita. Altri attivisti di tutte le nazionalità li hanno seguiti a Washington, Il Cairo, Parigi, L’Aia. Come dire: datemi due ruote che vi solleverò il mondo.

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Il ragazzo di Amsterdam

Wareth Kwaish mi scrive quasi ogni giorno da quando è atterrato ad Amsterdam. La sua felicità è massima. Per la prima volta ha avuto un visto europeo. Il suo primo cortometraggio Once They were here, partecipa all’Amsterdam Film Festival, sezione corti della realtà, dopo essere arrivato allo short film corner del Festival di Cannes. Un film girato solo con un I-phone e in condizioni di reale pericolosità: documentava nel 2013 che cosa potesse succedere a un giovane iracheno che decidesse di recarsi in piazza a Baghdad per protestare contro i disservizi, le discriminazioni e la corruzione dell’allora governo di Nuri al-Maliki. Un lavoro coraggioso e in presa diretta che, quando lo vidi per la prima volta, mi impressionò al punto da non poterlo dimenticare: gli feci il lavaggio del cervello per spronarlo a imparare l’inglese e a partecipare alle competizioni internazionali. Oggi Wareth è ad Amsterdam, mi manda le foto sulla promenade e io mi sento come una vecchia zia orgogliosa di cotanto nipote.

Wareth ha deciso di raccontare la realtà di Baghdad e della gioventù del suo Paese. Per voi non è nulla di strano, lo so. Ma l’Iraq non è un Paese come altri. Wareth non racconta il passato della Mesopotamia, come molti film in costume di grosse produzioni locali; non racconta storie strappalacrime di bambini senza gambe che non possono giocare a calcio perché saltarono su una mina durante l’occupazione americana nel Paese. Wareth denuncia il presente, non il passato. Wareth racconta l’oggi del suo Paese, nudo e crudo, senza tanti giri di parole, con molto coraggio, con una certa rabbia. Quella di un ragazzo di famiglia sunnita rimasta intrappolata in Iraq e che ha visto la sua appartenenza settaria, da un lato incattivirsi e cedere al terrorismo, dall’altra essere sempre più discriminata nell’agone politico.

La sua famiglia non ha potuto emigrare. Così Wareth è uno dei pochi figli iracheni del dopo Saddam – da una famiglia che nell’era di Saddam non se la passava male – ad essere rimasto attaccato alla città delle Mille e una notte. Una città che giace con le vesti squarciate sulle rive del Tigri. In fondo, potrebbe fare come tanti che hanno avuto la fortuna di essere mantenuti dai genitori per studiare all’università e studiare cinema. Potrebbe emigrare. Oppure corteggiare il ministro di turno e farsi assegnare una produzione più o meno faraonica in costume. Invece no. Gira con un I-phone per dribblare i controlli ai ceck-point (altrimenti gli sequestrerebbero camere e fotocamere) e va avanti imperterrito sulla sua strada di denuncia.

Preso di coraggio e di giusto orgoglio, adesso sta girando un altro cortometraggio, dove c’entra anche il terrorismo di Daesh. Epperò, non posso fare a meno di ricordargli che quando diventerà grande dovrà girare assolutamente la prima sceneggiatura che mi presentò, ancora poco più che l’abbozzo di una idea, facendomi sbattere violentemente la faccia contro qualcosa a cui non avevo mai pensato.

Nel 2011, quando ci incontrammo per la prima volta, Wareth mi spiegò perché voleva andare all’università e studiare cinema. “Ho deciso di fare cinema e lo farò – mi disse allora in arabo, cercando di risalire la china del suo inglese incerto e zoppicante – perché non ho nemmeno una fotografia di me da piccolo”. Pensai di avere capito male. E invece no. Così si spiegò meglio. “Sai qual è il problema di noi ventenni a Baghdad?” “Immagino ne abbiate parecchi”, risposi. “Non te lo immagini nemmeno”, mi disse, scuotendo la piramide di ricci che gli affollavano il testone. “Noi non sappiamo che faccia avevamo da piccoli. Io non so che faccia avevo da piccolo. Perché non abbiamo i genitori che ce lo raccontano e alcuni di noi non hanno nemmeno i nonni. Perché non abbiamo nemmeno una foto o una polaroid. E, se ce l’avevamo, con la guerra abbiamo perso tanta di quella roba, che dio solo sa dove sia una foto, adesso”. So di averlo guardato con stupore, compatimento e sorpresa, perché non avevo pensato a tutto questo prima d’ora. Wareth era un fiume in piena: “Voglio fare un film in cui gridare al mondo che questa guerra non mi ha rubato solo i genitori, i nonni, la casa, le speranze. Mi ha rubato me stesso. Ha cancellato la mia innocenza, perfino la mia faccia. Chi ero io da bambino? Ero qualcosa che aveva a che vedere con il Wareth che sono adesso?”

Mi lasciò così, con questa domanda caduta nel vuoto con la forza di un macigno; in questo vuoto identitario da riempire che, per i ragazzi iracheni, è più importante della rabbia, più importante della speranza.

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Il primo maggio a Baghdad

Sarebbe stato un frutto della surrealtà, se non fosse stato così vero. Affacciata al balcone di un appartamento di piazza Mesbah Alaaldeen a Baghdad, mi godevo la sfilata del primo maggio. Il primo maggio 2014. Bandiere rosse, falce e martello, bandiera irachena, inno dell’Internazionale socialista in russo e inno nazionale sparati a mille decibel. Uomini, donne velate e non, lavoratori delle piattaforme petrolifere e rappresentanti delle unions, sfilano scortati da un paio di pick up dell’esercito iracheno dietro lo striscione della General federation of Iraqi workers. Più avanti c’è la polizia, con le sue auto dalla sirena americana, così apocalittica e inevitabilmente fastidiosa appena inizia a girare.

Shatha Naji, membro del comitato direttivo di Wave (Women Alliace for Virtual Exchange), e direttore di Women for Peace Organization in Iraq, se la ride della grossa. Con il suo velo nero che le incornicia il visetto rotondo e la camicia a pois, è affacciata in piedi accanto a me e si pasce del mio stupore. “Dillo ai media occidentali che esistiamo ancora: i comunisti iracheni esistono ancora; le femministe irachene esistono ancora. E adesso non mi fare perdere tempo; scendiamo e uniamoci al corteo”. Con Shatha abbiamo finito un’ora buona di conversazione sulla Ja’afari law (così chiamata dal nome del sesto imam sciita Jaafar al-Sadiq, che fondò la sua personale scuola di giurisprudenza intorno al 750 d. C.), che vorrebbe riportar l’età minima consentita per il matrimonio in Iraq a nove anni per le donne e a 15 per gli uomini. Una misura sulla quale pressa l’establishment sciita meno progressista (l’ex ministro della Giustizia Hassan al- Shimari , un membro del partito sciita Fadhila, la Virtù) che si ispira al kanuun in vigore in Iran e contro il quale Shatha – che ha anni di esperienza come leader di Wave – si è scagliata come una furia.

Siamo in pieno periodo elettorale. Si è votato due giorni prima in Iraq per le presidenziali, il clima è ancora caldo. “Le autorità erano indecise se darci il permesso per sfilare, visto che ci siamo presentati come partito alle elezioni. Ma il primo maggio è il primo maggio. Alla fine hanno ceduto”. Ci mischiamo al corteo con Shatha. Bandiere, cappelli, camicie: tutto è rosso o quasi. Non posso crederci. Zaher Rabee al Jam’a è uno dei membri più accreditati del partito, a Baghdad. Di comunista ha un baffo vagamente stalinista e una certa stazza che mi ricorda il Peppone italiano. E’ passionale e gentile. Si vede che ci crede, che ci ha sempre creduto.

“Chiediamo una nuova legge sul lavoro e speriamo che queste elezioni portino buoni frutti”, dice Zaher con il brillio negli occhi dell’idealista immarcescibile. “Negli ultimi due anni i sindacati iracheni hanno lavorato duramente per proporre modifiche sostanziali al progetto della nuova legge sul lavoro e per partecipare alla stesura della proposta sindacale di legge. La loro inclusione in questo processo legislativo contribuirebbe a garantire i diritti dei lavoratori e delle organizzazioni sindacali che dovrebbero essere in linea con i diritti fondamentali internazionali del lavoratore. Purtroppo, però, non è cambiato nulla: è ancora in vigore un diritto del lavoro retroattivo e le politiche del governo iracheno nei confronti dei sindacati sono repressive”. I comunisti iracheni chiedevano la prevenzione della discriminazione in tutte le sue forme sul posto di lavoro, il divieto del lavoro forzato, la tutela delle lavoratrici e il diritto dei lavoratori alla contrattazione collettiva e allo sciopero. Purtroppo sappiamo cosa è successo dopo, a distanza di un anno. I lavoratori, le unions, i comunisti continuano a chiedere le stesse cose; ma poco importa a Zaher che continua a combattere, come tutti gli altri, e può essere solo da esempio per i compagni europei.

Sono così contagiosi, i comunisti iracheni che, appena ci allontaniamo dalla zona del corteo, il mio amico H., per quanto di comunista non abbia nemmeno un capello, per quei pochi che gli restano, in auto accende a tutto volume una versione in lingua araba di Bella Ciao. E’ un omaggio a me: lo so e me ne compiaccio. Procediamo la marcia cantandola a squarciagola e sfidando in velocità i ceck point di Baghdad, uno ad uno. Per ogni blocco abbassiamo la musica e il finestrino. Dopo il blocco la rialziamo e cantiamo ancora a squarciagola. I soldati lavorano, non sanno che è il primo di maggio e probabilmente non capirebbero. Ai ceck point non si può scherzare, soprattutto a Baghdad. In questo nostro rigurgito infantile c’è l’ebrezza del pericolo e la sfida alle istituzioni in una delle città più pericolose al mondo. Ma tant’è. Oggi Baghdad è nostra e la vita e la vittoria è una sola, prima della parola fine.

 

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Il senso di Brenda per la morte

Mi ha svegliato in piena notte, ma solo con un trillo gentile di Whatsapp. Non mi ha detto che aveva e che continua ad avere paura. Mi ha detto: “Prega, ti prego. Prega”. E io ho pregato, come abbiamo fatto molte volte, insieme. Ho immaginato di essere ancora una volta con lei, di tenerla per mano lungo la linea delle sue rakat.

Brenda è una splendida donna canadese di origini cinesi. Madre emigrata a Vancouver a fine anni Sessanta, è la prima di tre figli, vissuti in una famiglia di fede shintoista ma, sempre più progressivamente, open minded. La sua vita è cambiata completamente quando ha conosciuto un collega di università, un ingegnere yemenita che aveva vinto una scholarship a Vancouver. “Eravamo solo amici – mi raccontò i primi tempi che la conoscevo – e non avrei mai pensato di sposarlo. Prima che lui partisse mi diede un Corano. Io lo lessi e decisi che quella era la religione che desideravo seguire per il resto della mia vita”.

Tutto quel che accadrà dopo è storia, ormai. Brenda sposerà Abdullatif dopo un paio di viaggi in Yemen, avrà due bambini, diventerà cittadina yemenita, vivrà nella città più antica del mondo, Sanaa. La sua vita cambierà completamente ma, lei dice, “in meglio. Amo questo Paese e il suo sistema sociale anche se qualche volta mi mancano i cinema multisala del Canada”.

Adesso Brenda si trova sotto le bombe, per la prima volta in vita sua. Mi chiama perché sa che ho avuto esperienze simili e cerca conforto. Non solo per sé, anche per i suoi bambini che, adesso, dall’altra parte del telefono, paragonano lo scoppio di un paio di bombe saudite, che hanno colpito la zona Nord di Sanaa un’ora fa, dove si trova l’aeroporto militare, all’implosione di due sacchetti di pop corn in attrito con l’aria. Un paragone curioso, che ci fa ridere, e aiuta a non ripensare a quel crepitio crescente e poi sordo, come un tonfo di corpo morto e cavernoso su una superficie porosa, che ha fatto tremare mezza città.

Brenda è una delle persone che darebbe la vita per un amico e penso che sarei pronta a fare lo stesso per lei. Per questo l’idea che possa morire e con lei tutte le persone che amo, in fondo mi fa odiare il mio lavoro. Dove c’è guerra, crisi, morte, persecuzioni, c’è lavoro per me. Ma a che prezzo? Come è possibile, di fronte a un bombardamento annunciato, che rischia di azzerare la città che ami di più al mondo dopo la tua e le persone che fanno parte della tua famiglia, essere indifferenti? Come si può essere sovraeccitati perché qualcosa di terribile sta per succedere?

Insieme alla telefonata di Brenda, oggi, ne ho ricevute altre. Quelle di colleghi che quando sentono “the smell of war” si precipitano sulla preda i cui poco o nulla conoscono, che non amano, di cui non importa affatto la sorte, come una donna a cui spremere le mammelle finché non ci sia altro da spremere; quella di un responsabile della comunicazione di un’azienda petrolifera che si fregava le mani perché “adesso il prezzo del petrolio sale”; infine, quella di un servizio segreto di nazionalità egiziana molto felice per i bombardamenti “perché noi egiziani uccideremo tutti i terroristi yemeniti”. Varia umanità nel sottobosco della vita, fatto di parassiti, predatori e rapaci a cui augurare che un loro familiare possa trovarsi sotto un bombardamento e perire, sentendo il morso della morte raffreddargli la nuca. O forse, con i quali sforzarsi di essere misericordiosi, restando umani. Perché anche loro, in fondo, sono uomini, da qualche parte nella loro memoria corta.

Forse ha ragione un mio collega che sembra un cinico, ma è una delle persone con maggiore senso di umanità che abbia conosciuto e che nasconde sotto una scorza spinosa come il vestito del fico d’India, una pietas virile che mi commuove spesso: “Finché c’è guerra, c’è speranza”. Certo, detto così è un’affermazione che non aiuta: fa pensare che c’è speranza solo per chi lucra sopra la guerra e il dolore altrui, come tutte le categorie di uomini che ho elencato prima. Ma io so cosa vuole dire il mio amico. Vuole dire che, finché qualcuno combatte, reagisce, si difende, anche violentemente, c’è qualcuno che pensa, decide, si muove. C’è qualcuno che prega, almeno da queste parti. E che forse, ogni tanto, ama pure. Come Brenda che tiene stretti i suoi bambini mentre scende le scale dello shelter e intanto sorride e sogna una poltrona comoda, i pop corn e l’ultimo film con Johnny Depp.

 

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Hana, la sordomuta

So bene che, a te, Hana, non faranno gli auguri né per l’8 marzo né per il 21. La festa della donna occidentale, nella tua comunità di Misurata, in Libia, non esiste. E il 21 marzo, in cui nei paesi islamici si celebra la festa della madre, (l’equivalente della nostra festa della donna e della mamma insieme) forse troverai il fratello di un’amica che ti porterà una rosa e avrà un pensiero gentile per te. Ma non sei madre e non hai più un marito, né un padre, né un fratello, tutti morti in battaglia. So che non ti aspetterai nulla in quel giorno. E, in fondo, non avrai nulla da festeggiare, di quella rivoluzione che ti è costata tutto, se non coltivare la speranza che il tuo piccolo mondo cambi, che un uomo buono e pietoso si accorga di te, che tu possa stringere tra le braccia un figlio solo tuo.

Mi ricordo di te, Hana, come l’essere umano che ha saputo dirmi più cose senza nemmeno pronunciarle. E tua sorella era molto felice che avessimo fatto amicizia. Forse non si immaginava che una giornalista occidentale potesse interessarsi a una donna sordomuta, assolutamente inutile da intervistare. Ma, alla fine, sapevate entrambe che non ero lì solo per sentirvi parlare.

Un mio collega aveva appena detto in tv, dalla piazza principale di Tripoli, che le donne libiche non avevano partecipato alla rivoluzione. Ero indignata. E cosa stavano facendo le 50 donne dell’Islamic Relief che ogni giorno dal 23 febbraio 2011 avevano preparato circa 500 pasti per gli uomini di Misurata al fronte? In una società in cui il ruolo della donna è fortissimo nello spazio privato, piuttosto che in quello pubblico, le sue affermazioni mi restituivano il solito cliché dell’esploratore caduto nel pianeta delle scimmie.

Abbiamo cucinato insieme quintalate di ful (la zuppa di ceci) e di lahm (carne di agnello). Siamo diventate amiche così, mentre correvamo dalla cucina alla grande sala vuota, impacchettando i ranci. Mi raccontavate le vostre storie e così entravo a poco a poco nel vostro mondo, cercando di comprendere i vostri ragionamenti.

Tu eri sempre lì, a mischiare ful e impastare pane, con gli occhi sgranati su di me e non dicevi una parola. Capii dopo perché, quando mi accarezzasti e, a gesti, mi facesti capire che eri sorpresa della mia presenza. E volevi tenere in mano la telecamera. Eccezionalmente te la cedetti. Ed era bello vedere la tua sorpresa, con la testa completamente affondata nei segreti della focale.

Mia adorata amica libica di un giorno di guerra, sordomuta e vedova. Chissà dove sei adesso. Tu che sognavi hurria, libertà. Perché le donne, a qualsiasi latitudine, chiedono il pane e le rose ma continuano a impastare il pane e a coltivare le rose. E spesso non parlano, non si lamentano. Semplicemente accettano. Come te.

 

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L’insegnante di piano 

Mai avrei immaginato di finire la mia giornata di lavoro a Baghdad suonando le Danze di Moszowski per pianoforte a quattro mani mentre, a distanza di diversi isolati, l’autobomba di prammatica faceva dieci morti. Eppure è successo ed è stato un momento surreale che ricorderò per tutta la vita.

La signora Natascia Arradi ci ha aperto la sua villetta in un pomeriggio di aprile dello scorso anno. Il quartiere dove abita è una di quelle contraddizioni urbanistiche in termini, tipiche di città come Beirut o Baghdad che mantengono intatti, anche dopo la guerra, quadrilateri di case ordinati, storicamente abitati da una quieta classe media.

Per arrivare da Natascia abbiamo passato una serie di ceck point a Ovest di Karrada e ci siamo infilati in un’area della città circondata da uno sterrato. Qui non ci sono sedi di ONG o case di internazionali. Piuttosto resiste quel che resta di una middle class di vasta cultura, non troppo compromessa con il vecchio regime. Se lo è stata, ha preferito andar via e le villette a un piano sono passate ai nuovi dipendenti e dirigenti dello stato iracheno, ma non a quelli veramente importanti.

Qui i rumori della capitale – sirene di polizia e corpi speciali dell’esercito, cantieri, ambulanze, clacson – arrivano attutiti. Siamo in un universo parallelo: il prato inglese ben tenuto, le porte finestre ampie, gli arredi del giardino e del soggiorno, così come la copertura esteriore delle mura della casa in legno, ci dicono che la struttura venne progettata negli anni Settanta e che, da allora, c’è sempre stato qualcuno che ne ha avuto cura.

Certamente è lei, Natascia, 70 anni portati splendidamente e semplicemente, ad averne cura. Il suo sorriso aperto scopre i denti quadrati, in armonia con i capelli bianchi e corti. Ci pianta addosso due occhi verdi, lacustri, da donna nordica così innamorata e nostalgica del Medio Oriente, da aver fatto la pazzia di venere ad abitarci e di esserci rimasta per quasi quarant’anni. “Tutta colpa di mio marito”, scherza. Ma non tanto: lui, ex ingegnere, fuma placido in giardino in un atto di meditazione che durerà per quasi tutto il pomeriggio. Pare immerso in una declinazione di pazienza sui generis verso il destino della sua città di nascita. Più tardi ci dirà: “Non c’è nulla da fare, bisogna solo aspettare il futuro, Insha’Allah”.

Natascia è ceca, nata al confine con la Polonia. Musicista, è stata per anni pianista dell’orchestra nazionale dell’Opera di Baghdad. Appassionata di mondo arabo, iniziò a studiare la lingua da ragazza. Poi, conobbe il marito in un istituto di lingue a Praga. Vive a Baghdad dal 1967: 48 anni di matrimonio e di ininterrotta relazione con la città dei giardini che non sono mai finiti nemmeno negli anni più difficili dell’occupazione americana.

“Ho intessuto relazioni straordinarie con i parenti di mio marito, con i vicini, con i miei colleghi di lavoro, uomini e donne, con gli abitanti di Baghdad in generale. Purtroppo, quel che pesa di più, è stato il dovere assistere a una progressiva diaspora dei veri abitanti della città appena prima, durante e dopo la guerra del Golfo. E comprendere che, dal 2005, anche per chi vive in questo quartiere, la vita non è stata mai più la stessa”.

Natascia confessa che il momento più difficile e drammatico, per lei, è stato il 2005. “Alcune persone di questo quartiere sono state rapite: si viveva nel sospetto e nella paura che potesse accadere a chiunque di noi. E infatti successe anche a me: se non sono riusciti nel loro intento fino in fondo è perché i miei vicini sono intervenuti in tempo e mi hanno protetto”. Ci dice che oggi non ha particolarmente paura, “ma la situazione è strana”. Nulla a che vedere con i primi 20 anni della sua permanenza in Iraq, “quando le donne ceche, a Baghdad, eravamo 400; quando l’orchestra era davvero un bene nazionale e lavoravamo tanto e con rispetto”.

Oggi Natascia accompagna al pianoforte i musicisti che desiderano preparare audizioni o esami per istituzioni musicali all’estero. Con noi stasera c’è Ali, violino dell’orchestra di Baghdad che ha ripreso lentamente a ricostituirsi. Ali ha passato un certo periodo della sua vita in Toscana ed è molto fiero del suo italiano elementare. Prima che anche l’ospite giornalista, ex pianista, si faccia convincere a rimetter le mani sulla tastiera, convince Natascia a farci ascoltare la “Thais” di Massenet. Difficilmente ne ho ascoltata una simile, così dolente, essenziale, sensuale, nonostante le sue piccole imperfezioni.

 

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La Libia di Mona

I suoi occhi grandi, grandissimi riempivano tutto lo schermo della mia telecamera. Ero già innamorata del suo viso ma in modo scientifico. Come un entomologo che seziona ogni dettaglio della specie dell’insetto prescelto, mi concentravo su ogni quadrato della sua pelle imprigionato nei pixel del formato 16/9. E risalivo su su verso la fronte, scendevo da una parte e dall’altra del viso seguendo l’arco delle sopracciglia; cercavo i confini del suo hijab chiaro, per creare la giusta distanza di cornice tra i contorni del viso e il centro dell’inquadratura. Il suo naso sfilato era perfettamente a fuoco, la sua bocca si muoveva con grazia sul secondo fuoco. Questa volta cercavo di mantenermi più distaccata possibile perché sapevo che presto sarei stata travolta dalla sua umanità. Gli occhi di Mona erano lì fermi, liquidi. Erano pronti a cadere in giù per seguire le lacrime ancora trattenute.

Lei, Mona, aveva insistito in modo particolare per essere intervistata ma senza altri testimoni intorno. Come location avevamo scelto la piazza dell’orologio di Misurata. Erano le quattro del pomeriggio. Alla nostra destra, i murales della rivoluzione libica. Alla sinistra, quel che rimaneva dei giardinetti, dopo il 17 febbraio. I bambini vocianti erano un sottofondo lontano, il basso continuo gioioso delle sue confidenze. Era l’ottobre 2011: dopo una settimana Gheddafi sarebbe passato dalla stessa piazza ridotto cadavere.

Mona aveva iniziato a parlare raccontandomi il suo impegno e quello di tutte le ragazze di Misurata durante la rivoluzione: confezionare dolci per i soldati al fronte, confezionarne centinaia al giorno. Mi raccontava come le donne di Misurata avessero fondato delle associazioni femminili per aiutare le vedove di guerra e, nello stesso tempo, impegnarle in attività di partecipazione alla rivoluzione. Mentre la scrutavo mi convincevo che queste associazioni non avrebbero potuto avere un’addetta stampa migliore: Mona parla un inglese fluente e gesticola da vera entusiasta. Ma non si perde in chiacchere e fornisce i dettagli che servono ai giornalisti.

Poi cita un episodio, uno di quegli elementi che il giornalista in un’intervista attende con ansia per gettarsi sulla preda come un falco. “Di solito ricevevamo le cartoline dai soldati dal fronte. Un giorno ne è arrivata una diversa da tutte le altre: un giovane combattente ci ringraziava per i dolci e ritraeva se stesso. Ma dal ritratto aveva tagliato via i piedi perché era ritornato dal fronte mutilato”.

Avevo mantenuto l’inquadratura stretta sugli occhi di Mona e ho visto improvvisamente due specchi lacustri cedere all’alta marea, lentamente ma inarrestabilmente. Di fronte a quello straripare di dolore, non potevo mantenere la distanza. E fu così che, facendomi guidare da quegli occhi parlanti, ho smesso di scrutarla. Le sue parole iniziavano a sferzare la distanza tra di noi. Parlava e piangeva ma la voce rimaneva forte, chiara, sempre più presente.

Il fiume era già in piena. “E adesso vorrei dire una cosa. Qui a Misurata, sono successe tanti delitti. Nello scorso febbraio e a marzo molte donne e molte ragazze sono state violentate. Io conosco tutte queste storie. Sono andata alla Mezzaluna rossa e ho chiesto di lavorare a un report sull’argomento; ho fatto lo stesso con Msf; ma tutti mi dicono che non è possibile, per ora, portare alla luce questo problema. Ci vuole qualcuno che queste cose le dica: una ragazza violentata sarà tagliata per sempre fuori dalla società, non si potrà sposare mai più. Questa è la nostra tragedia, ti prego raccontala”.

Ormai quasi gridava tra le lacrime. Se qualcuno fosse passato accanto a noi, anche senza avere capito nulla della sua denuncia in inglese, avrebbe pensato che una protagonista di quelle storie poteva essere lei. E avrebbe visto la rappresentazione concreta, fattasi giovane donna, delle speranze tradite della rivoluzione libica. Di fronte alla quale, adesso, piangevo senza difese anch’io.

 

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Se il Muro è altrove

Quando è finito il nostro incontro ho azzardato la domanda per me più scomoda: “Sulaiman, ma lo sa che come lei vivono confinati dietro uno stesso muro migliaia di palestinesi?” Lui mi ha guardato stranito e ha commentato: “L’ho sentito dire. Se è vero, non è una bella vita. Io vorrei andarmene da qui oppure tornare a casa mia”.

Sembra anacronistico, ma in qualche parte del mondo esistono ancora ebrei vittime di isolamento non volontario. Vivono in Yemen e sono gli unici che resistono all’espatrio. Sono 84  in tutto. Cinquantacinque vivono nella capitale Sanaa, nel distretto di Tourist city, di fronte all’ambasciata americana. Gli altri 29 sono dislocati nel distretto di Raidah, nella provincia di Amran. Vivono in concreto apartheid fisico e culturale dal 2008, da quando cioè ricevettero un ultimatum all’esodo dalla comunità houti, musulmana sciita, nel Nord del Paese, a Sa’ada. E oggi, queste 55 persone a suo tempo sfollate da Sa’ada a Sanaa, sono ancora più preoccupate a causa del cambio della guardia al governo del Paese e al maggiore spazio dato alla minoranza sciita nei posti chiave (dall’esercito ai ministeri), nella crisi governativa iniziata lo scorso settembre e tutt’ora in corso.

Sulaiman Marrahabi è l’unico che accetta di incontrarci dopo una serie di appuntamenti negati, permessi ministeriali, ultimatum sul fatto che non avrebbe messo il naso fuori di casa perché, “da quando hanno ucciso un membro della nostra comunità senza motivo, mentre andava al mercato a comprare il qat (la droga leggera locale diffusa dappertutto), nessuno di noi esce dal compound”. Però si mette a disposizione e racconta una storia di cui non si sente quasi mai l’eco. Suleiman viene dalla comunità di Sa’ada , nell’area di Al Salem.

Qui gli ebrei yemeniti hanno sempre vissuto in armonia con il resto della popolazione, rispettati e apprezzati per le loro capacità artigiane come gioiellieri e carpentieri. Fino a quel giorno del 2008: “La lettera degli houti ci intimava di sfollare in dieci giorni. Se non lo avessimo fatto ci avrebbero ucciso. L’accusa era di essere collaborazionisti dei governi di Israele e Stati Uniti tramite l’allora presidenza di Ali Abdullah Saleh”. Il governo yemenita si premurò comunque di salvare la comunità. Gli ebrei di Sa’ada rimasero per un mese in hotel, poi vennero trasferiti nella capitale in elicottero. Le loro terre, le case e financo la loro grande biblioteca che contiene un’antica Torah e altri libri sacri, vecchi di 200 anni, sono state distrutte dagli houti. Le terre confiscate senza possibilità di reclamo.  “Dal 2008 il governo ci ha concesso un trilocale a famiglia per 14 famiglie in tutto, una fornitura mensile di beni alimentari di prima necessità, dallo zucchero, al riso, alla farina, e un assegno mensile di 185 dollari per l’acquisto di carne, frutta e ortaggi. Ogni uomo riceve anche un assegno mensile in cash pari a 5mila Yemeni Rials”. Nessuno di loro può aprire un negozio e l’unico ebreo della comunità che aveva un impiego governativo è un coltivatore.

Sulaiman ha l’aria di uno che è morto dentro da troppo tempo: nemmeno la nostra presenza riesce a scuoterlo un po’. Ha pure perso il diritto di sognare, per cui non ci prova nemmeno: “Temo che se insisto per l’espatrio farò la fine di molti parenti. Sono emigrati in Israele alcuni anni fa e non metteranno più piede qui, nemmeno per morire. Non mi va. Sono yemenita. Voglio crepare nella mia terra”. Così, meglio la vita dentro il muro. Senza finestre, sempre uguale a se stessa. Qui, nella tana di Al Qaeda, nessuno si preoccupa più di loro, nemmeno da lontano, nemmeno nella giornata della memoria.

 

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L’Islam che conosco

Hassan Abdullah al-Sheikh è una presenza costante durante le mie permanenze in Yemen. Una di quelle persone che devi per forza incontrare. Vuoi per rispetto reciproco vuoi per sfida intellettuale. E, in fondo, questi sono i due sentimenti che accomunano e caratterizzano i nostri incontri.

Al-Sheikh è stato sottosegretario del Ministero per le attività religiose in Yemen, e tuttora dirige il Center for the Foreign Calls to Islam. Fa sempre capolino dal suo ufficio nella moschea più grande di Sanaa, la Salem Saleh, una cattedrale bianca poco frequentata per la sua distanza dal centro, tranne il venerdì quando le famiglie la preferiscono per la sua vicinanza con Fun City, il parco divertimenti della città, con giostre, autoscontri e fast food, rigorosamente divisi per sessi.

La mia prima volta con lui fu per un permesso a fotografare l’interno della moschea. Alle resistenze di qualche fedele della sezione maschile, che me lo volevano negare in quanto donna e cristiana, lui concedette l’impossibile, solo dando un’occhiata al mio abbigliamento: abaya nera e hijab colorato, l’unico elemento che poteva mettere in dubbio la mia provenienza da un Paese esterno alla Penisola arabica. Così, finito il giro dentro e fuori la moschea, decisi di ringraziarlo di persona e, dopo una serie di ambasce da parte di chi mi accompagnava, entrammo nel suo ufficio. Evitai di porgergli la mano per farmela stringere, nell’uso occidentale, mettendola subito sul cuore. Dal canto suo, lo vidi invece già pronto a porgermela, probabilmente per mostrarmi la sua cortesia e il suo benvenuto, ma ben sapendo – sia lui che io – che nell’Islam un’azione del genere non è cosa buona e giusta.

Così ci trovammo a capire che l’uno stava cercando di dire all’altro che non disprezzava ma apprezzava la sua cultura e questo aiutò da subito la conversazione. Le domande furono semplicemente conoscitive: lei chi è; perché è qui; cosa ci fa in Yemen; perché studia la lingua araba; è cristiana o no; e allora perché si veste così. La conversazione si chiuse con gentilezza, la promessa di rivedersi e la consegna di un opuscolo sulla moschea che conteneva la “Breve guida all’Islam”. Frequento i sacerdoti dalla mia nascita e sapevo bene dove lo sheikh volesse andare a parare.

E così ci sono tornata. La prima volta ci siamo seduti e mi ha chiesto cosa ne pensassi del libriccino. Gli raccontai che in Italia abbiamo il catechismo che espone la dottrina cattolica più o meno come fa la “Breve guida illustrata”; poi la conversazione cadde sulle differenze relative all’establishment religioso nel mondo islamico e nel mondo cristiano. Due oceani entrambi, nei quali ci trovammo a discutere di sunnismo e sciismo, di sufismo e takfirismo, wahabismo e salafismo, protestanti e ortodossi, caldei e assiri, copti, papi e patriarchi. Un’anima pietosa – ossia una giovane e intellettuale tuttofare della sezione femminile della moschea – si prestò alla traduzione dall’inglese. Il mio arabo non mi consentiva di esprimere concetti così complessi e mi rassegnai alla mediazione. Anche stavolta l’appuntamento si concluse con un arrivederci e la consegna di un testo più ponderoso sulla vita di Mohammad. Sapevo già che lo sheikh, mostrando un certo piacere sulla conversazione di concetto, mi aspettava al varco: una bella discussione sulla Trinità e sulla divinità di Gesù.

Puntuale come una cambiale, al terzo incontro avvenne il previsto. Domanda: come puoi credere nella Trinità, come puoi pensare che un uomo sia Dio? C’era da mettersi le mani nei capelli ma accettai la sfida. Credo sia stata una delle conversazioni più straordinarie, intellettuali e appassionanti della mia vita. E devo ritenermi fortunata per avere studiato in passato i Concili di Nicea, di Costantinopoli e di Calcedonia in un modulo di Storia Romana e Bizantina, altrimenti non ne sarei venuta fuori. Lo sheikh, mi sembra di vederlo ancora adesso appassionarsi al fatto che io gli tenga testa. Forse sa che prima o poi vincerà lui ma sentivo il suo apprezzamento, il fatto che la sfida con la puella doctam lo portava in sollucchero. Non mi guardò quasi mai in faccia, visto che non porto il niqab, ma sorrise e si fece serio, a seconda delle risposte. Nel tempo della traduzione giocherellò con la penna. Alla fine concluse: “Non ho mai incontrato una cristiana che mi sapesse tenere testa con grande rispetto”.

Probabilmente l’ha fatto per blandirmi, di sicuro mi attende al prossimo round, forse ha trovato un osso duro e gli piace proprio l’idea che convincermi non sia facile, mi dicevo. Ma lui giocò l’ultima carta. Si alzò, andò verso l’armadio e tornò indietro con un grande volume rilegato in pelle blu e istoriato finto oro. Sapevo che si trattava di un Corano ma rimasi stupita: gli infedeli non dovrebbero toccarlo. Lo sheikh aveva deciso di fare un’eccezione a da qui capii il senso alto della sua sfida. Me lo porse e, infatti, mi disse: “Non dovrei consegnartelo ma so che Allah per te farebbe un’eccezione”. Io gli feci capire che, per rispetto, non lo toccherei, ma lui me lo abbandonò tra le mani. E chiarì, infatti, che l’eccezione finiva lì: “Mettilo in valigia e non aprirlo mai in casa. Ma adesso portalo con te”.

Così feci. Quando sono tornata a casa l’ho piazzato in bella vista sulla mia libreria bianca. Non che in casa non mi manchino bibbie, altri corani e testi di Hafez o di saggi del sufismo, e negli anni li ho letti e riletti. Ma questo Corano sta sempre lì isolato e in piedi come un testimone scomodo. Qualche volta penso che lo sheikh mi abbia fatto un gentile dispetto e messo la pulce in testa. Altre, lo guardo e rifletto che il rispetto esiste: esiste per chi vede nell’altro una creatura di Dio, per quanto possa essere attaccato alle sue idee, alla sua religione, al suo Dio. Semplicemente vorrebbe che l’altro si entusiasmasse per le stesse cose per cui si entusiasma lui stesso e, come si dice, “ci prova”. E’ un’azione legittima se compiuta con gentilezza.

Ecco, questo è l’Islam che conosco e che ho sempre conosciuto. Il Corano che fa bella mostra di sé sul terzo ripiano a destra, sta sempre lì a ricordarmelo, alla faccia di ogni fondamentalismo del pensiero e di ogni terrorismo delle azioni.

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Il barcaiolo che mi insegnò a navigare

“Fji hubz wa meleh bainema”. La frase che che Abu Haider mi ripeteva come un mantra dopo avere versato il thé sul quel vassoio improvvisato, fatto con i coperchi dei contenitori di plastica per i viaggi sull’acqua, mi torna spesso in mente.  “Fji hubz wa meleh bainema”: “tra noi c’è il pane e il sale”. Nulla di compromettente, solo la dichiarazione di eterna amicizia e di condivisione tra persone d’onore e onorate. Significa che, se abbiamo mangiato insieme, dopo che abbiamo mangiato siamo amici, sodali, familiari. Vale a dire, non ci possiamo mentire per alcun motivo al mondo.

Abu Haider è uno dei personaggi più straordinari che io mai abbia incontrato in questi anni di viaggi nelle terre della Mezzaluna. E’ iracheno di Bassora, anzi, più esattamente di Chibaish, il punto di esatta confluenza del Tigri e dell’Eufrate, dove i due fiumi si fondono in uno, diventano palude, si gettano con dolcezza nello Shatt al-‘Arab: Abu Haider viene da qui, dal villaggio più romantico dell’Iraq. Romantico equivale a essenziale, primario, semplice come la vita, la morte, l’amore. Un luogo dove si nasce, si vive, si muore, anno dopo anno. Dove impari a navigare.

Abu Haider ha un’età indefinibile . Forse 70 anni, forse 60, forse 80. Chi potrebbe dirlo. Alla fine del viaggio ce lo dice: sono solo 63. Ma sulle rughe del suo viso sono dipinti centinaia di viaggi, regni, dominazioni, fatiche, figli, sorrisi e preghiere. Quest’uomo conosce tutti i segreti delle paludi irachene, oggi patrimonio mondiale dell’umanità a estremo rischio di estinzione, dopo gli interramenti a cui le sottopose Saddam Hussein duranti gli anni della sua dittatura, dopo lo sfruttamento petrolifero dissennato che continua ancora a Bassora, dopo quintali di materiali tossici, chimici e nucleari che, in forme diverse, si son riversati sulle sue rive, dalla guerra Iran-Iraq all’ultima occupazione americana, durante dieci funestissimi anni.

Magro come un chiodo, con i suoi lunghi denti ingialliti dal sale e dal fumo matto e disperatissimo, Abu Haider è un uomo sospeso tra l’era della scrittura cuneiforme e il web 2.0. Guida la guffa e la tarada, due imbarcazioni storiche in Iraq, antichissime: la prima sembra una padella, una sorta di tazza per la zuppa finalizzata a galleggiare sul Tigri; l’altra, la tarada, è una gondola rustica, perfetta per il trasporto dei giunchi, utili alla pastorizia dei bufali che sono i principali abitanti di questo ecosistema. Ma Abu guida l’auto e ha un telefonino che fa roteare tra il remo e l’orecchio appena sua moglie lo chiama. E’ passato da poco allo smart phone ma non lo sa usare. “Non mi importa, tanto mentre remo non posso andare su Facebook”. Così lo ha ceduto alla moglie e si è preso un vecchio GSM che assolve perfettamente alla sua reale funzione: telefonare.

Con lui, in viaggio sul Tigri, remando e filmando con la telecamera, ho imparato molte cose: a seguire e assecondare le correnti, ad aggredire l’acqua con gentilezza, ad affondare il remo in profondità, ad approfittare dei momenti senza vento per riposare, a correre remando col vento perché devi lasciarti trasportare ma governando la corrente, a non avere paura del buio pesto a riva, a usare le rocce come  riparo per un improvvisato hammam femminile, ad ascoltare il mio respiro, ad ascoltare quello del fiume, a fidarmi dei pescatori, a salutare se un’imbarcazione costeggia la tua, se qualcuno da riva ti saluta. Ho imparato ad avere pazienza. Ad avere forza. A mangiare meno. A vivere dall’alba al tramonto, nella luce. Ho imparato ad essere di più, ad avere di meno. Quest’anno e, spero, per ogni anno a venire. C’è un altro anno davanti e voglio ricordarmi di Abu Haider ogni volta che ci sarà da remare ancora.

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Conversioni incrociate

Non so ancora dire quali siano le vie infinite verso le conversioni. Ma qui, sotto la Mezzaluna, ne ho viste tante: soprattutto segrete, da qualsiasi via si arrivi e verso qualsiasi via si vada. E, in entrambi i casi, a stupirmi erano gli occhi dei “convertiti”, la loro convinzione, il loro supposto benessere nel raccontarmi la loro illuminazione.

Modou-Mohammad l’ho incontrato a Touba, la località sacra a tutti i musulmani dell’Africa sub-sahariana. Sotto il sole ancora mediamente gentile di febbraio, mi fa entrare nella sede dell’università al-Azhar della città. Un edificio a due piani con ampia corte centrale, un’oasi di pace e frescura nel bianco accecante del dopo mezzogiorno. Qui, i fondi qatarioti ed egiziani supportano i giovani studenti senegalesi che si siano distinti in cultura islamica e memorizzazione del Corano. Per loro, sono pronte borse di studio che li possano portare nelle università islamiche più prestigiose, compresa Kuala Lumpur.

Mohammad è un murid (letteralmente: “colui che desidera”), vale a dire un consacrato di fede musulmana, docente (murshid) della mistica filosofica sufi (tariqa). In realtà qui in Senegal chiamano murid tutti coloro che hanno aderito all’ordine dei sufi  Muridiyya, una delle due scuole in cui si identificano i credenti locali, fondata da Amadou Bamba nel 1883. La funzione principale di Mohammad è quella di guardiano dell’università e la svolge con scrupolo: mi accompagna per ogni stanza, mi mostra gli studenti, mi lascia fotografare. Poi, in un momento di stanca, ci sediamo e iniziamo a parlare di religione.

Forse non vede l’ora di dirlo a qualcuno o forse è il suo modo per intrattenere tutti i visitatori ma adesso Mohammad sembra un ragazzo che muore dalla voglia di condividere la memoria di una bravata. Gli si accende una luce negli occhi e sussurra: “Io ero quasi un prete e mi chiamavo Modou”. Poi parte con la storia. La sua infanzia abbastanza fortunata, la formazione cristiana, gli studi, il noviziato, il suo lavoro in un campo profughi in Gambia, pieno di scappati dalla Casamance, la zona meridionale del Senegal, interessata alla guerriglia tra separatisti e centristi fin dal 1982. Racconta che si alzava ogni mattina per la liturgia delle ore ma rimaneva sempre affascinato dalla chiamata all’adhan, alla preghiera, da parte del muezzin della moschea. Finché un giorno ha ceduto e si è inginocchiato per la prima zakat della sua vita. “Da lì è iniziato il mio nuovo percorso: non è stato facile spiegare perché, avendo intrapreso una strada che mi avrebbe portato all’ordinazione sacerdotale. Mi sono mantenuto il più possibile nell’anonimato perché non volevo essere giudicato.  Sono uscito allo scoperto lentamente, con fatica e un po’ di preoccupazione. Ma sono sereno con me stesso: ho scelto di fare quel che sentivo e non ho ingannato nessuno, me per primo. Come nuovo nome nell’islam ho scelto quello del profeta Mohammad, sia la pace su di Lui”.  Alla domanda sul perché ha scelto di passare all’islam, risponde: “Perché Dio è uno solo e nessuno lo può vedere o toccare. Dio non può essere uomo”.

I suoi occhi – un misto di fierezza e sana follia – mi ricordano quelli di un altro, nato Mohammad, ma diventato Zakaria. L’ho incontrato in una celebrazione alla Sagrada Familia, la chiesa cattolica di Gaza City dove si incontrano e riuniscono i circa 175 cristiani cattolici dell’area, su un totale di 1300 che aderiscono soprattutto al culto greco-ortodosso. Nella Sagrada familia si svolgono le funzioni, la scuola del rosario, la scuola per le vocazioni arabe e varie attività guidate dalle Suore di madre Teresa o dalla Congregazione missionaria argentina nonché  attività sociali allargate al quartiere.

Zakaria era uno di quei ragazzi che affollano la chiesa durante i concerti di Natale, una delle rare occasioni per i bulletti di Gaza di dare un’occhiata alle ragazze cristiane. Confessa: “Venivo per le ragazze, del resto a 18 anni cosa puoi cercare?”. Zakaria non ha proprio avuto una bella infanzia: orfano della prima Intifada, genitori di Ramallah, capitato per alterne vicende a Gaza, poi ospite del campo profughi di Khan Younis, è un curioso di natura e non si arrende facilmente. Racconta: “Mi piaceva una tipa che avevo visto da lontano al matrimonio di un amico, sapevo che era cristiana. Per cui un Natale, per il solito concerto, mi son piazzato qui. Ho sentito che c’era qualcosa di più e ho capito che non cercavo solo la ragazza, probabilmente”. Mohammad diventerà Zakaria un anno dopo. Ancora non si è sposato: “Diventare cristiano da musulmano non è considerato un buon passo dalla società gazawi, soprattutto con i tempi che corrono. Non è mai così grave come dire che sei ateo, il che ti condannerebbe per sempre, però di sicuro è meglio tenere un profilo basso. Sto cercando una scholarship per l’estero, adesso lavoro per una istituzione internazionale a Gaza. Molto mi ha aiutato il fatto di essere orfano e di non dovere rendere troppo conto alla famiglia”. Alla domanda sul perché ha scelto di passare al cristianesimo, dice senza  esitazioni: “Perché il cristianesimo accoglie, tollera, comprende e Gesù ne è l’esempio massimo”.

Entrambi, Modou-Mohammad e  Mohammad-Zakaria sono facce di una stessa medaglia, di un’umanità in cerca. Convinti entrambi di essere rinati, di avere trovato una luce, un qualche “natale” che dia senso al loro essere al mondo.

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Il niqab della concordia

I loro volti, quelli di Khadija, Zahra, Sumaja, Aliaa mi ballano spesso davanti. La prima sfigurata dal fuoco di un barile di petrolio che evita il mio sguardo, la seconda concentrata compunta sulle sue perline, pronta ad allungarle per vendermene una manciata, la terza tesa in una smorfia di dolore, mentre le lacrime le rigano il volto senza avere di lei alcuna pietà, la quarta aggrappata al figliolo, con un sorriso sghembo che le scopre le gengive senza denti.

Le ho incontrate due anni e mezzo fa in una bella città del Medio Oriente, una di quelle ordinate e noiose, ma molto sicure per i turisti occidentali, dove tutti raccontano la favola della sicurezza e di un re giusto, mentre il sottobosco dei servizi segreti pressa chiunque sia attivista, illegale, sospetto o semplicemente troppo stonato per  questo quadro a tinte acquerellate.

Le quattro donne di cui vi parlo sono uno di quegli squarci di disperazione che si aprono in questa finta normalità. Certo, questo Paese le ha salvate ma le ha salvate soprattutto Nadia, una donna straordinaria che dirige da molti anni un centro per l’aiuto alle donne vittime di violenza ed emarginazione. Una comunista araba inossidabile, una di quelle donne che non le spezzi nemmeno se una trave schiaccia loro le vertebre e che saprebbe stendere a mani nude anche un nerboruto peshmerga. Nadia, all’ultimo piano di questo Centro, ha creato una Casa di accoglienza. Accede a fondi internazionali e all’aiuto di alcune NGO  più piccole, tra cui l’italiana “Un ponte per…”, sempre in prima linea sulle emergenze in area mediorientale. Quando la incontrai in ufficio, mi disse: “Questa è una vera casa delle Donne. Si sentono protette, non vogliono andare via. Mi considerano come una sceicca o una papessa: alle volte hanno una riconoscenza che mi imbarazza”.

Khadija, Zahra, Sumaja, Aliaa ribadiscono questa reverenza, quando salgo su a trovarle. Mi accolgono con gioia, sapendo che Nadia mi ha dato il suo benestare. Poi, mi si approcciano come le fedeli al confessionale. Una ad una, nella stessa stanza, io e loro, in cerca di verità. E mi raccontano delle brutte storie. Zahra, egiziana, picchiata sistematicamente dal marito, poi scappata di casa, poi diventata prostituta: ha fatto la bella vita ad Alessandria, ma è caduta, mano a mano, in protettori più adulti e violenti. Poi, l’ospedale per una ferita quasi mortale, l’incontro giusto, la salvezza. Zahra ha mantenuto il sorriso maliardo e beffardo e lo spirito commerciale. Non vende più se stessa ma gioielli femminili: su ogni perlina ricama le bugie e i ricordi su cui ha intessuto la sua esistenza ribelle.

Sumaja ha una ferita troppo grande ancora aperta. Non sa fare altro che rannicchiarsi in posizione fetale sul suo giaciglio, piangere, piangere, lamentarsi, sognare. Se si alza va in bagno. Con me non scambia una parola, solo sguardi. Mi chiede solo di filmarla mentre piange. Non ebbi mai il coraggio di utilizzare questo girato e non credo lo farò mai.

Aliaa decide di farsi filmare di spalle. “Perché sono brutta”.  Si giustifica così. Ha una lunga coda di cavallo e un bambino di cinque anni che le si aggrappa ovunque. Fuma tanto, fuma come una ciminiera. I denti che le sono rimasti sono neri e gialli, gli altri li ha persi nelle colluttazioni con il marito. Un violento che aveva perso il lavoro e non voleva che lei lavorasse. Per follia e per disperazione. La sua è una tragedia della povertà, consumata nello stesso Paese dove è nata e che ospita la Casa di accoglienza. Lei è qui in incognito, in attesa di potere espatriare dove l’associazione le troverà un lavoro. Nel frattempo, guadagna con la sartoria: le sue borsette di maglia sono tra le cose più deliziose che abbia visto in vita mia e contrastano con la sua immagine ruvida, da contadina trapiantata in città.

Khadija, irachena di Bassra, è l’ultima a entrare in questa stanza. Ha il volto e tutto il resto bruciato dall’età di 15 anni a causa di un missile americano caduto sul ponte vicino casa. Il missile diede fuoco  a una serie di fusti di gasolio che il padre usualmente rivendeva al mercato nero. La Khadija bambina iniziò a bruciare dai capelli, e poi, via via, dai vestiti, dalla pelle, dal viso, da tutto quel che può ricoprire una donna e darle dignità. Dopo dieci anni e più di venti operazioni, oltre a una serie di degenze tra l’Europa e il Medio Oriente, è qui e qui rimane. Adesso è seduta sul letto, il fondo della scena è verde Islam. Khadija Ha la sua abaya adosso, il vestito più bello e più coprente.  Mi offre il viso sfigurato come una donna che poggia il collo sul lettino del medico o dell’estetista, sapendo che deve farselo manipolare, se vuole sembrare più bella. Lei pensa che io voglia scoprirlo per restituire più verità al suo racconto. Ma io non provo nemmeno a puntarle contro l’obiettivo. Perché presentarla come il fenomeno di cui inorridire se lei stessa non si presenta mai così in pubblico? Basta un secondo, un gesto, una parola. Le dico “la, no”. Le indico il niqab. Non voglio che gli altri vedano quel che vedo io, che abbiano pietà di questa pelle scorticata dalla guerra fino alle ossa. Lei lo indossa davanti allo specchio, concorde. E quando ho messo a fuoco la lente della camera su di lei, vedo i suoi occhi che non lacrimano, che non hanno nemmeno una piega in giù. Dagli angoli del niqab, il niqab della concordia, mi offrono un sorriso segreto.

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Saif, quel sorriso che si fa smorfia

Le celebrazioni sono cosa formale, si sa. Ma il 25esimo della giornata internazionale dei bambini, il 20 ottobre, non è una cattiva cosa che ci sia e che si continui a ricordare. Troppe infanzie violate ci sono ancora in giro per il mondo, per potercene dimenticare, per assistere impotenti al dolore dei bambini, per trincerarci dietro l’immagine rassicurante delle famiglie Mulino Bianco.

Così, vicini a questo giorno,  mi ritornano in mente gli occhi grandi di Saif e i suoi piccoli dentoni da dodicenne sulla bocca che si allarga a un sorriso sghembo e complice. Saif è un bambino yemenita trafficato e trafficante. Nella sua stessa persona si saldano, come in un cerchio perfetto, le due condizioni, passiva e attiva, del commercio sugli esseri umani. Rimasto orfano, venduto da un parente per un migliaio di dollari ai trafficanti di bambini, ha lasciato il suo villaggio, vicino a Sada’, nel Nord del Paese, ed è stato deportato ad Haradth.

Quando l’ho incontrato, nel febbraio scorso, mi ha fatto vedere la camerata dove dormiva in un centro di raccolta per i bambini trafficati al confine tra Yemen e Arabia Saudita e mi ha detto con un certo orgoglio: “Io dormo qui, dove c’è il tappeto per la preghiera. Tutte le volte che ho pregato, Allah mi ha esaudito e adesso gli chiedo di tornare a casa”.

Saif, come molti altri bambini yemeniti, ha un destino già scritto in un triste copione: proveniente da aree interessate dalla guerra civile interna, diventa merce, attraversa illegalmente il confine con l’Arabia Saudita e viene trasformato in “schiavo” da un gruppo di trafficanti di droga. Saif diventa egli stesso trafficante, come i suoi padroni o, meglio, al posto dei suoi padroni: perché un bambino non può essere condannato a nessuna pena detentiva in Arabia Saudita ma può essere solo rispedito in patria. Così Saif si piazza sul ciglio delle strade a Riad, a Jedda, specie nel Sud dell’Arabia Saudita, e vende qat, la preziosa e comune droga yemenita, proibita formalmente dai sauditi ma consumata in notevoli quantità da chiunque.

Poi, un giorno come gli altri, viene prelevato da una guardia al confine, il classico poliziotto di frontiera dai grossi baffi sul faccione maturo, uno che conosce il traffico di qat perché anche lui ogni tanto cede, compra, mastica. “E così mi sono ritrovato in prigione. Avevo paura, mi hanno chiuso nel bagno dove c’era una puzza incredibile per due giorni e due notti”, racconta, mentre la sua bocca grande si inarca in giù, facendomi odorare tutto quel disgusto.

“Ti hanno fatto qualcosa – intendo – i soldati?”, chiedo. “No – mi dice – avevo paura proprio di quello”. Confida che “i baffoni” sono stati bravi, che non l’hanno toccato nemmeno con un dito, che nessuno gli ha usato violenza, ma che lo hanno rispedito dritto dritto in patria con un autobus per il rimpatrio, carico di disgraziati, lavoratori illegali, in prevalenza uomini, che sono stati “beccati” come irregolari nel Paese del re Abdullah.

Adesso, questa sorta di orfanotrofio gli sembra un paradiso. “Ho vestiti puliti, un bagno per me, la psicologa con cui parlo ogni giorno, mangio e vado a scuola qui dentro. Ho anche nuovi amici, bambini come me”. Il suo modo di raccontare queste disgrazie è assolutamente normale, financo divertente. L’infanzia violata autogiustifica sempre gli adulti, vive l’eccezionalità del dolore come un’esperienza ordinaria: la debolezza dei bambini è anche questa e gli adulti, putroppo, lo sanno bene e se ne approfittano.

Saif ha voglia di andare avanti, di non guardare indietro ed è la sua speranza che fa pensare a quanto essere bambini sia anche il volano al perdono e il mezzo migliore per voltare pagina. Gli chiedo qual è il suo sogno più bello adesso e che cosa vorrà fare da grande. Apre il sorriso a una smorfia di gioia e dice: “Rivedere le mie sorelle e immaginare mio padre che torna di nuovo a casa con un sacco di cose belle da mangiare”. Poi, aggiunge: “Voglio fare un mestiere dove guadagno bene, per esempio il dottore o il soldato. Ma soprattutto voglio una bella moglie”. Adesso è la prima volta che lo vedo ridere di gusto, in una smorfia felice e liberatoria, senza malizia.

 

 

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La vecchia Arabia Felix e il nuovo Happy Yemen

Seduta in questo studio con le pareti bianche e le scrivanie in vetro, mentre nella stanza accanto è in corso una job call via skype, mi convinco che potrei essere ovunque nel mondo: a Londra, New York, Milano, Beirut, Johannesburg, Hong Kong, Sydney, Stoccolma, Mosca. Eppure sono a Sanaa, Yemen: il Paese considerato il più arretrato della Penisola arabica, dove gli uomini passeggiano in jallabia (lungo abito a tunica bianco o color crema per gli uomini) e con la jambia (tradizionale pugnale ricurvo ornamentale che indica anche l’appartenenza alla tribù) ben attaccata alla cintola, dove il 45% della popolazione femminile va in sposa prima dei 18 anni e dove tutto il mondo sa che Al Qaeda ci ha fatto la tana.

Contrariamente alla vulgata internazionale, anche a Sanaa esiste uno spazio di co-working, una cooperativa dei mestieri della comunicazione messa in piedi da un manipolo di ragazzi dai 20 ai 35 anni. Tutti yemeniti e musulmani, ma fortemente globalizzati, esperti in tecnologia informatica, amanti del cinema, del visuale, della libertà e di una serie di principi che hanno informato di sé tutte le cosiddette primavere arabe, quantomeno all’inizio: no alle dittature, agli establishment corrotti, largo ai giovani, più lavoro per tutti, rottura degli schemi delle società tradizionali con apertura a esperienze laiche, rispetto delle diversità di genere, etniche, religiose.

A guardarli nella globalità del contesto in cui vivono, Sarah, Rojaaz, Sarah2, Afro1, Osama, sono dei pionieri. Possiamo senza dubbio definirli una nuova élite culturale del Paese, che però ha estrazioni familiari tribali, etniche e politiche diverse, e che si è ritrovata a formare un melting pot rivoluzionario durante i mesi della cosiddetta primavera araba nel 2011. Oggi, finite le speranze di cambiamento politico per cui questi giovani lottavano durante la rivoluzione, essa costituisce la punta di diamante di un processo culturale difficile ma possibile.

Sara Ishaq proviene da una famiglia “bene” di Sanaa; una famiglia con buone possibilità economiche ma tradizionale. Anni fa sfidò le preoccupazioni del padre e vinse una scholarship per l’Inghilterra. Oggi è uno dei documentaristi più noti, la prima regista donna arrivata alla finale degli Oscar con il movie di realtà “Karama has no walls”, che descrive il momento più difficile e sanguinoso della rivoluzione yemenita.

Rooj Alwazier e Sarah Jamal sono le più globalizzate del gruppo, forse anche le più femministe e filo americane. Ma con due grandi differenze: Rooj è completamente insofferente alla società nella quale, per parte di padre è nata, e si è traferita negli Stati Uniti: comunica con il gruppo via skype; Sarah ha deciso di restare ed è diventata la communication manager della cooperativa. La sua visione delle cose è estremamente realistica e mostra una grande educazione civile e politica. Della situazione del Paese, adesso, lei, sociaologa e femminista, dice senza paura: “Siamo passati dalla dittatura alla teocrazia, sfiorando il fascismo dei Fratelli Musulmani. Continuo a sostenere che senza educazione tout court e senza educazione politica, il mio Paese non riuscirà a conquistare ciò che meriterebbe: pace, prosperità e bellezza che sono connaturati con esso e con la natura della sua gente”.

Osama Alfakiq viene da una famiglia di lavoratori onesti, quella che una volta si direbbe proletaria. Suo padre ha fatto enormi sacrifici per farlo studiare. Si è laureato in media e comunicazione e ha studiato inglese perfettamente. Una buona carriera nelle organizzazioni umanitarie internazionali come Human Rights Watch lo ha fatto diventare uno dei ragazzi della rivoluzione e, oggi, il fundraiser dell’associazione.

Ma l’anima creativa di tutto il gruppo è Abdulrahman Hussein, detto Afro1. Filmaker di grande talento, parecchi anni nel campo della comunicazione visuale per l’intrattenimento e l’advertisement, è diventato il cameraman e il montatore numero uno di tutto lo Yemen e l’elemento creativo trainante del gruppo, dopo avere incontrato tutti gli altri  ragazzi nel loro luogo condiviso, il “Coffe corner” di Hadda, durante la rivoluzione, dopo avere visto morire il suo migliore amico cameraman nel Venerdì della Dignità, dopo avere montato il documentario di Sara, finalista agli Oscar. Spetta a lui la produzione concreta della cooperativa, prima per il progetto “SafeYemen”, una serie di short films che vogliono mostrare lo Yemen del cambiamento post rivoluzione, poi con il video “Happy Yemen”, l’interpretazione del web più divertente e filmicamente riuscita della famosa canzone di Pharrel Williams.

Per Afro, appartenente alla categoria etnica e sociale dei black skinned people, particolarmente discriminati in Yemen, vale più degli altri un concetto che lui stesso esprime: “Il nostro dovere è non disperdere i valori della rivoluzione. Se non riusciamo più a farlo nelle strade con la politica, lo faremo  con le nostre idee e i nostri video, con le nostre iniziative culturali”.  Allah salvi la vecchia Arabia Felix e il nuovo Happy Yemen.

 

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Sangue nero

A contare ciò che giace sull’asfalto, hai la consapevolezza che la vita è un cammino a cui, ad un certo punto, qualcuno può vietarti di calzare le scarpe. Pensavo questo mentre fotografavo la scena dell’attacco suicida nel centro di Sanaa lo scorso 9 ottobre 2014.

Nel campo visivo della mia lente 8 millimetri si sono addensate circa venti paia di scarpe. Isolate o spaiate. Strappate o perforate. Sandali e scarpe di rappresentanza. Taglie diverse, dalla 38 del bambino alla 46 del gigante. Tutte maschili. Tutte con la suola divelta, aperte come bocche affamate.

Un gruppo di sette – chissà l’ottava dove era arrivata per lo scoppio – erano tutte vicine, quasi a farsi compagnia nel gelo di quel post disgrazia, con i proprietari lontani e inevitabilmente morti. In mezzo ad esse, pietosamente, qualcuno aveva deposto un fiore, una bunganvillea rossa come il sangue che su questo asfalto che calpesto ha creato il solito orribile impasto con ogni sorta di detrito.

Più vicino al luogo dell’esplosione, non è possibile distinguere nemmeno i grumi di liquido umano dall’asfalto e l’asfalto dalla benzina, e i detriti dell’edificio (una banca) andato in frantumi, da ciò che resta di quella dinamite a misura d’uomo. Il sangue è nero: è un sangue venoso, un liquore denso e sinistro, che ha subito simpatizzato con la polvere dell’esplosivo. Come le peggio intenzioni, questo sangue non ci vede dagli occhi e chiede vendetta per quelli che saranno i 68 morti e i 150 feriti di questa ennesima follia umana.

La mia lente 8 millimetri continua a vedere pezzi di vita abbandonati al caso di un mattino qualunque alle otto in punto: una busta di plastica rossa, una bottiglia di acqua mai bevuta, un fascio di verdure marce schizzate e di limoni rotolati come in un maldestro big bang cosmico, un melograno isolato e spaccato in due (chissà se il suo possessore è solo ferito),  uno scialle maschile nero anch’esso, come la pece dell’ignoranza, una cintura insanguinata, forse di un soldato, forse dell’attentatore, uno specchietto retrovisore di auto o moto che non proteggerà più nessun autista.

Ma quel che la mente seleziona attraverso la lente, lo stomaco digerisce attraverso l’olfatto. Il puzzo insostenibile mi si apprende negli organi interni: la percezione della indigeribilità di questa carne bruciata è un fatto che misurerò più tardi, quando il pranzo diventerà un atto di eroismo e la carne di montone sgozzato apposta per l’Eid, verrà trangugiata con gli occhi chiusi, per non offendere la famiglia di cui sono ospite.

In quel boccone mal gradito, mal digerito, ci ho messo tutta la comprensione del senso evangelico di “agnello sacrificale” e tutta la forza per prendere di quel corpo, per bere indirettamente di quel sangue.

Perché la morte – quella vera, drammatica – è una cosa che non si vede.  Essa, come la guerra, semplicemente si odora. Fino alla nausea.

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Iraq: contro la guerra, fare musica insieme

Nella stessa stanza – uno studio di registrazione attrezzatissimo nei sotterranei di un ex cinema – ci sono una riproduzione in creta di Ella Fitzgerald nel pieno di un’esibizione jazzistica e un quadro trapuntato in filodoro su fondo nero velluto, con la trascrizione della shahada, la professione di fede per ogni musulmano che si rispetti. Intorno al mixer, ci sono dodici ragazzi, maschi e femmine insieme, che cantano e suonano, come qualsiasi comitiva di ragazzi nel mondo. Questa è Baghdad nel 2014 e questo è il gruppo musicale “We music”.

Per arrivare allo studio di registrazione, sulla riva del Tigri opposta a Karrada, non molto distante dal quartiere a maggioranza sunnita di al-Mansour, attraversiamo la città Nord con Nadia. Nadia è una ragazza musulmana sciita, che guida una Nissan rosa confetto, suscitando la sorpresa e spesso l’ilarità dei soldati ai ceck-point,e che ha completamente acquisito habitus mentale ed esteriore occidentale. Mi dice: “I tradizionalisti potrebbero criticarmi, ma Allah sa qual è la mia fede: per me Dio è grande, a prescindere che io abbia indosso una tshirt o un velo”. La sua mentalità “ibrida” è frutto dell’evoluzione di una classe dirigente che ha accettato il modello democratico americano e che crede nell’ipotesi di un Iraq diverso. Nadia – il cui padre è un dirigente ministeriale – ha viaggiato, conosce l’Occidente e sta “applicando” per una scholarship scientifica all’estero. Torna a casa alle 10 di sera, ama mangiare kebab e pesce nei ristoranti sul Tigri con gli amici e, soprattutto, ha una grande passione: la musica.

I magnifici 12 si riuniscono una volta la settimana in quella che, intorno agli anni Settanta-Ottanta era una cineteca d’essai di Baghdad. Qui c’è ancora la macchina di proiezione a pellicola, qualche pizza e i manifesti di film russi e francesi, con Alain Delon per protagonista, alle pareti. Negli ultimi anni del regime Baathista, dell’embargo, della guerra del Golfo e dell’occupazione americana, è stata serrata. Ma da qualche anno ha ripreso a funzionare come studio di registrazione. Ogni tanto, si girano spot pubblicitari per la tv. Uno dei gestori è amico del leader di “We Music”, Ahmad, che racconta la genesi del gruppo:

“Siamo nati due anni fa come gruppo di amici, alcuni amatori di musica, altri veri musicisti. Abbiamo iniziato per gioco, poi abbiamo capito che desideravamo esibirci pubblicamente per fare conoscere la nostra grande tradizione musicale ma anche per arrangiare le musiche dell’ultima generazione dei cantautori arabi per la nostra piccola orchestra”. Ahmad si riferisce all’ondata di creatività giovanile che la primavera araba ha portato con sé. Non a caso, in studio, alla fine delle prove, non si fa altro che ascoltare in loop, una hit del 2012 dei rappers Dar7addunia. E la parola più cantata è sempre hurria, freedom.

Avete avuto problemi con le famiglie o nell’esibirvi in pubblico? Sara, 23 anni, cristiana assira, una ragazza timida, vestita di nero, risponde per tutti: “Le famiglie, dopo le iniziali perplessità, hanno approvato. In pubblico però sì, abbiamo avuto problemi, perché la musica non è ben accetta dagli strati tradizionalisti della società e perché, in fondo, il nostro messaggio di pace dà scandalo. Siamo un gruppo misto di maschi e femmine, di tutte le appartenenze settarie, e non siamo funzionali a chi sta distruggendo questo Paese”.

A guardarli suonare, parlare, ridere, scherzare con semplicità e senza malizia, si ha il perfetto specchio di quella che potrebbe essere una società tollerante e melting pot nel cuore del Medio Oriente, molto sana e non corrotta da sfrenatezze consumistiche occidentali. Del resto, l’Iraq era sempre stato così.

Ahmad suona le tastiere e dirige il gruppo. Omar imbraccia l’oud e parte con un maqam di Munir Bashir. Mariam, unica musicista professionista dell’Orchestra nazionale irachena, lo sguardo verginale incorniciato dal velo e una femminilità struggente, si protende sul suo amato violoncello, abbracciandolo; Zainab gioca con il cellulare glitterato e si prepara a schiarirsi la voce; Ibrahim, alto, bello, fiero, con i capelli gellati e la camicia troppo stretta, si costruisce l’ancia per il suo oboe. Lubna, con i lunghissimi capelli neri e le unghia smaltate da giovane gatta consapevole della sua bellezza, apre il cimbalon con cura e dispone le bacchette sulla cassa armonica.

Tra tutte queste diverse e bellissime umanità di ventenni, nate dalle ceneri di un orrore senza fine, non ce n’è uno che non mi abbia detto che coltiva ancora una speranza. Non ce n’è uno che non mi abbia detto “sono orgoglioso di essere iracheno”.

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11 settembre, se il perdono è possibile

A distanza di tredici anni dall’11 settembre 2001, mi ritrovo per la quarta volta, di questi tempi, in un Paese islamico. La prima volta fu in Egitto, alcuni mesi dopo la rivoluzione, una delle cosiddette primavere arabe conclusesi con il tradimento  delle speranze e dei principi per le quali molti giovani avevano perso la vita. La seconda e la terza furono in Iraq, a Baghdad e a Bassora. Probabilmente il Paese, insieme all’Afghanistan, che avrebbe più motivi per “festeggiare” un anniversario così cruento. La quarta qui, in Yemen, la patria di Al Qaeda, la fucina dei terroristi, dei dirottatori: un motivo non secondario, forse, secondo quella mentalità, per esserne orgogliosi. Eppure, vi dirò, nessuno se ne ricorda. Qui, da questa parte del mondo, tra la gente comune – intendo le upper classes, fino alle classi medie e operaie, da quelli che lavorano nei ministeri e negli ospedali, fino agli altri, quelli che si posizionano in un cavalcavia a Nord di Sanaa con gli attrezzi da muratore o da imbianchino alle cinque del mattino, in attesa di un caporale che, sul pick up, se ne porti una decina a lavoro in un posto qualsiasi, giusto per sbarcare il lunario della giornata – nessuno se ne ricorda, nel bene o nel male.

Qui è un anniversario che, per il 95% della popolazione, semplicemente non esiste. Pensateci, forse non è un cattivo segno. Per quel che mi è dato capire, significa che il 95% di questa gente non sente quel crimine come una vittoria di Al Qaeda sui simboli dell’Occidente e che, anzi, ha voglia di rimuoverlo, di non sentirsene parte, come se non fosse mai esistito. A me, che mi ponevo il problema di non uscire di casa giorno 11 settembre, in caso qualche membro di Al Qaeda avesse progettato di rapire un occidentale in città, hanno detto che Al Qaeda non bada ad anniversari, quantomeno per adesso, e che rapire un occidentale va sempre bene a qualunque ora.

Il clima che respiro qui è lo stesso che ho respirato in Iraq per due anni consecutivi. Anche in Iraq l’11 settembre è un giorno come gli altri, non c’è nessuno da nessuna parte che inneggi ai quattro dirottatori, nessuno a ricordare Ben Laden come un eroe, ma nemmeno nessun canale satellitare in lingua araba a diffondere immagini e servizi di commemorazioni delle vittime a New York. Quella volta, due anni fa, quell’ 11 settembre, ero seduta in un povero ristorante di Bassora insieme a Terry, Ray e Charles. Tre americani indimenticabili, tre persone che da sole possono bastare a riscattare la politica militarista dello Stato nel quale hanno avuto, per certi versi, la fortuna di nascere.

Ray e Charles sono due veterani del Vietnam. Comunisti fino al midollo, dopo quella esperienza giovanile e le medaglie sul petto, sono diventati strenui oppositori di un sistema che offre sul piatto d’argento della difesa della democrazia nel mondo le vite di giovani militari, anche bene addestrati, ma abbastanza ignari di ciò che li attenderà. Questi due uomini, nella loro visionarietà, erano in Iraq per dare manforte agli operai delle piattaforme petrolifere nel Paese, per scrivere con loro un documento per tutelare i loro diritti e per invitarli negli Stati Uniti il prossimo primo maggio, la festa dei lavoratori. Non era la prima volta. Era già successo l’anno prima e, quando ho visto arrivare cinque uomini iracheni, sindacalisti delle unions locali, abbracciare Ray e Charles e piangere senza fermarsi in una forma di maschia riconoscenza, mi sono detta che, nonostante la guerra apra crepe e fossati immensi, è sempre possibile colmarli.

Terry, con il suo caschetto biondo e un sorriso splendido, piantato in un corpo di cinquantenne americana in carne, credo sia la migliore dimostrazione che tutto questo è possibile. Terry ha perso la sorella nell’attentato alle Torri Gemelle e quando ne parla i suoi occhi sono sempre umidi di lacrime. Ma, lucida, lucidissima, fin dall’inizio di quel disastro considerò l’invasione all’Iraq come l’errore più grande del suo Paese. Ebbe il coraggio di recarsi a Baghdad nel 2004 e poi ancora e ancora ogni anno, come rappresentante di un gruppo di attivisti americani, impegnati nella denuncia delle violazioni dei diritti umani da parte degli Usa, da Abu Ghraib a Guantanamo, dai bombardamenti agli attacchi con droni. Terry ha scelto questo impegno “perché – dice – amo troppo la democrazia e i nostri principi per vederli traditi quando ci conviene”.

Così, ogni 11 settembre penso a Terry e non saprei meglio come celebrare questo terribile anniversario. Non dimenticherò mai il nostro abbraccio in quel ristorante del Sud dell’Iraq e il nostro pianto, quando le dissi che non ho mai potuto avere figli da un uomo che visse il bombardamento al fosforo bianco a Falluja, perché certamente da me sarebbe nato un mostro. Mai dimenticherò il suo “perdonami” a nome dell’intero popolo americano perché Terry – a cui la vita ha tolto un pezzo di sé –  sapeva che quella guerra aveva distrutto anche un pezzo della mia stessa vita.

 

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Nemici di sangue

Ancora oggi credo che mi abbiano accettato tra loro come una rara eccezione alla regola. E, con il senno di poi, ci credo. E’ questo il caso di quegli incontri umani dove si può arrivare fino a un certo punto, perché i fossati diventano laghi americani, nonostante la buona volontà. Tutta colpa della politica, delle ideologie, delle strategie di guerra, trasversali o frontali poco importa.

Epperò, anche se per poche ore, con la famiglia di H, ci siamo incontrati con il bagaglio di umanità che ognuno di noi si porta addosso. Un fardello pesante che ogni tanto bisogna sgravare. Così, nella campagna yemenita – un paesaggio di sedimentazioni antiche, di valli che si nascondono tra i picchi di arenaria, di fichi d’india e  mandorli che crescono spontanei dove capita e di filari di vite, sapientemente costruiti dalla mano dell’uomo – incontro un pezzo di storia di H.

Ci sono dei fratelli, delle sorelle, figli e nipoti, piccolissimi. Di lui, H. morto due mesi fa, rimane a memoria perpetua un fosso vuoto, al centro di una strada sterrata che porta alle sue proprietà. Qui, mentre telefonava alla moglie, è stato colpito da un drone e il suo corpo, prima elettrificato, poi bruciato, si è smembrato sulla recinzione adiacente. Una mano contro la rete, il braccio più in là, appeso a brandelli, sull’albero di albicocche più vicino. La massa più cospicua di carne in un altro anfratto dove i familiari, pietosamente, hanno posto un semicerchio di pietre a imperitura memoria. Le sue orrende spoglie sono state rimosse e seppellite, secondo l’uso islamico, sulla nuda terra, non molto lontano, e sotto un cumulo di mattoni quadrati e pietre di fortuna.

I familiari lo dipingono come un uomo rispettabile e, per questo, innocente. Noi sappiamo che su H. c’era un file dell’intelligence americana che lo dava vicino ad Al Qaeda negli anni più recenti e che l’ex presidente dello Yemen non aveva mai digerito questo ufficiale. Semplicemente perché era l’unico dell’area a non averlo supportato né all’inizio né alla fine del suo mandato. Non sapremo mai se la sua appartenenza ad Al Qaeda, causa della sua morte, non fosse, in realtà, un’accusa dell’ex presidente per toglierselo di mezzo. Così dicono molte male lingue  e molti attori regionali che puntano il dito contro il governo yemenita il quale chiederebbe l’aiuto dei droni agli americani anche per questioni di politica interna. Sta di fatto, che l’azione del drone, stavolta, è stata mirata. Ha colpito proprio lui, evitando, come di solito accade, altre morti inutili.

Per la famiglia, soprattutto per le donne e i bambini, che lui fosse innocente o colpevole, poco importa. L’hanno ucciso, sono stati attaccati da uno strano aereo, un rumoroso plantigrado giallo che sorvolava la casa da diversi giorni, andando a colpire proprio nel momento giusto. Quando lui, dopo un pomeriggio con amici, usciva dall’auto e si attaccava al telefono cellulare, segnalando automaticamente con il  gsm la sua posizione geografica.

Chi rimane – le donne, i figli, seduti per terra dinnanzi a me – mi guardano come un messaggero del loro dolore e così mi parlano durante l’intervista: “Lui era un bravo marito, un padre responsabile, ce lo hanno tolto per sempre. Il governo la pagherà, l’America la pagherà, Allah saprà fare giustizia e tu, che non sei come loro, dillo quanto sono ingiusti”

Di fronte a questi volti contratti, a questi indici alzati al cielo, alle lacrime dei bambini e al loro autismo, di fronte allo sguardo già duro e crudele, vendicativo, della figlia dalla maggiore età, mi chiedo che cosa ne possa venirne fuori da tutto questo.  Non rassegnazione, ma  il desiderio della “giusta” vendetta e un modo per impegnarsi a realizzarla. Ho guardato il ragazzino di 14 anni e so già che la madre lo inciterà ad arruolarsi da qualche parte, perché tocca a lui, al maggiore, vendicare il padre.  Ma quel che immagino potrà avvenire in futuro, dopo qualche minuto ho scoperto che è già avvenuto.

Nel diwan, il soggiorno per gli ospiti,  dove si invitano gli uomini di rispetto per masticare il qat e prendere il thè al pomeriggio, ci sono le insegne-stickers di Daesh, lo Stato islamico,  e si ripetono per 4-5 volte sulla parete. Su una di esse, un ragazzo di 28 anni compare su un’altra cartolina. Armato di tutto punto, con la bandiera di Daesh in alto. Sotto, una scritta a mano tremula, forse della madre, forse del fratello minore  dice: “Torna presto, Inshallah”, come si farebbe con qualsiasi migrante.

Chissà dove si trova adesso questo giovane vendicatore; chissà se, quando taglierà la prima testa,  gli tornerà in mente la mano benedicente del padre, rappresa su quel ramo di albicocche.

 

 

 

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