Intervista a Jan Brokken | di Maria Camilla Brunetti

Lo scrittore e giornalista olandese Jan Brokken racconta la sua infanzia e i suoi libri, dai quali emerge in particolare un grande amore per Mosca e San Pietroburgo: “Negli anni ho deciso di inserire sempre più non-fiction nei miei racconti e aprire alla realtà”. La Parigi di Erik Satie e il terrorismo islamico…

 

Scrittore e giornalista olandese, Jan Brokken è nato a Leida nel 1949. Famoso a livello internazionale per i suoi reportage narrativi dove, grazie a lunghe ricerche e lunghi soggiorni nei luoghi di cui scrive, riporta alla luce aspetti spesso dimenticati e meno raccontati dell’esperienza umana di grandi intellettuali così come di personaggi meno noti ma altrettanto “straordinari” del Novecento. È autore di diari di viaggio, romanzi e biografie nei quali una sapiente costruzione narrativa e una lingua letteraria raffinata si uniscono al passo della Storia e all’impronta che essa lascia sul destino dei singoli. Lo abbiamo incontrato a Torino nei giorni del Salone internazionale del libro, dove era invitato a presentare il suo ultimo lavoro L’anima delle città, pubblicato in Italia, come tutti i suoi testi, dalla casa editrice Iperborea.

Partiamo dall’inizio… Come è entrata la scrittura nella sua vita? Quando ha capito che sarebbero state le parole ad esprimere la sua visione?

Ho scritto la mia prima storia quando avevo sette anni. Sono cresciuto in un piccolo villaggio nel sud-ovest dell’Olanda dove in inverno pioveva spesso e faceva sempre freddo. Un giorno, quando non potevo giocare fuori, sono entrato nello studio di mio padre, che era un ministro della Chiesa protestante. Fu lui a darmi il quaderno su cui ho scritto la mia prima storia. Ho iniziato a scrivere favole, con “C’era una volta”, raccontando piccoli episodi della vita del nostro villaggio, aneddoti di cui mi aveva parlato mio padre. Quindi, fin dall’inizio, ho incorporato eventi reali nella mia immaginazione. Cosa che poi ho continuato a fare, sempre di più, in tutti i miei scritti successivi. C’è stato un momento, intorno ai dodici o tredici anni, in cui mi sarebbe piaciuto diventare un fotografo ed ero anche il membro più giovane di un vero gruppo di fotografi. Questo periodo è stato molto importante perché ha plasmato la mia visione futura della realtà. All’età di diciassette anni ho visto un film di Ingmar Bergman, Come in uno specchio, che mi ha impressionato profondamente e ho cominciato a pensare che mi sarebbe piaciuto diventare un regista. Volevo frequentare l’Accademia di cinema di Amsterdam, ma i miei genitori si sono opposti. Così, giovanissimo – nemmeno diciottenne – decisi di frequentare la scuola di giornalismo. Una volta finito, sono andato a studiare Scienze politiche all’Università di Bordeaux e, tornato in Olanda, ho iniziato a lavorare come giornalista. Sono stato cronista del quotidiano Trouw con sede ad Amsterdam e per undici anni anche parte della redazione del settimanale HP. Mi occupavo di temi delicati in città e nel Paese. All’epoca la città era scossa da gravi problemi sociali, come l’occupazione delle fabbriche da parte dei lavoratori. Per uno dei miei primi reportage sono entrato in una di queste occupazioni, l’occupazione della fabbrica Enka a Breda, cento chilometri a sud di Amsterdam – e l’ho raccontata dall’interno, dopo aver vissuto per giorni con gli operai. Durante il periodo in cui ho lavorato come reporter ero conosciuto come uno dei fondatori del New Journalism in Olanda. Per il settimanale HP ho continuato a fare reportage ma anche ritratti di personaggi del mondo cultura, scrittori, musicisti, registi. Ho continuato a fare questo lavoro per undici anni e poi, dopo quindici anni di giornalismo, ho deciso di smettere per dedicarmi esclusivamente alla scrittura. Da tempo avevo iniziato a scrivere cose mie, di notte e nei fine settimana quando non lavoravo. Ho capito subito che mi interessava combinare elementi di nonfiction all’interno di una struttura narrativa. La realtà è sempre entrata in tutto ciò che ho scritto, fin dall’inizio ha sempre avuto un ruolo fondamentale nei miei libri. (…)

 

Ph. Jan Brokken in uno scatto di Vera de Kok,

 

L’intervista completa è pubblicata su Reportage numero 49 (gennaio-marzo 2022), acquistabile in libreria e qui in versione cartacea e digitale.

 

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