Intervista a Giovanna Botteri | di Claudia Cavaliere

L’intervista completa è pubblicata in apertura di Reportage numero 48 (ottobre-dicembre 2021), acquistabile in libreria e qui in versione cartacea e digitale.

 

Parla Giovanna Botteri, corrispondente per diverso tempo da Pechino della Rai e recentemente da Parigi, da moltissimi anni nell’azienda pubblica. Ha seguito il crollo dell’Unione Sovietica, la guerra in Bosnia, il massacro di Srebrenica, il G8 di Genova, l’Afghanistan del 2001, l’Iraq. L’importanza dell’esempio cinese…

 

Giovanna Botteri nasce a Trieste nel 1957. Studia tra l’Italia e la Francia e inizia a collaborare con la Rai nel 1985. Tre anni dopo entra nella redazione esteri del Tg3 e da quel momento racconta alcuni dei principali eventi della nostra storia contemporanea: il crollo dell’Unione Sovietica, la guerra in Bosnia, il massacro di Srebrenica, il G8 di Genova, l’Afghanistan del 2001 e l’Iraq del 2003. Giovanna Botteri ha vinto, tra gli altri, il premio Ilaria Alpi, il premio Flaiano speciale di giornalismo nel 2018 e il premio Ischia internazionale di giornalismo nel 2020. Le parlo mentre si trova in Cina la sera del 2 agosto 2021 e il pomeriggio del 22 per approfondire l’Afghanistan.

Il 24 giugno è stata pubblicata l’ultima edizione dell’Apple Daily, quello che era rimasto l’ultimo giornale libero di Hong Kong. Lei è arrivata in Cina in un momento in cui succedevano tante cose: le proteste per la libertà nell’ex colonia britannica, la questione degli uiguri, la pandemia. Mi descrive che aria si respira in Cina, si sente questa censura, questo controllo dello stato sulle persone? La Cina è il limite o è il futuro?

Io sono arrivata a Pechino nell’estate del 2019, sono poco più di due anni che sono qui. La Cina è un paese gigantesco, ci sono un miliardo e quattrocento milioni di persone ed è anche difficile parlare di un paese così grande come se fosse una sola cosa. Ci sono mille realtà diverse che qualche volta viaggiano parallele, qualche volta si sovrappongono. Dico questo per arrivare a rispondere all’ultima domanda, se è l’ostacolo o il futuro, perché la Cina in realtà è tutto questo insieme. È sicuramente il futuro e sempre più spesso ci pone di fronte all’interrogativo etico: come vogliamo che sia? Secondo me, la tecnologia è il futuro e qui significa molte cose: la possibilità di tracciare le persone, per esempio, che è stata una grande risposta per affrontare la pandemia. Ma tracciamento vuol dire rinuncia a una parte grande o piccola della tua privacy, vuol dire che i tuoi spostamenti sono monitorati, che i tuoi viaggi, i tuoi contatti, la tua intera vita è sotto controllo, che c’è la possibilità di sapere in ogni momento chi hai visto, dove e quando. La tecnologia aiuta, ma può essere uno strumento per limitare libertà e democrazia, dipende da come viene usata, perché è evidente che non c’è nessuna differenza, poi, tra tracciare il percorso del coronavirus e tracciare il percorso di un oppositore o di un’etnia o di un movimento. La Cina ha fatto negli ultimi quarant’anni quello che il mondo occidentale ha fatto in secoli e con una velocità straordinaria, inevitabilmente si è pagato un prezzo per questo.

Siamo sempre così abituati a parlare di Cina che a volte è come se dimenticassimo i paesi che le sono intorno. Qual è l’Asia oltre la Cina? Che cos’è l’Asia oltre la Cina?

Il nome della Cina in mandarino significa “terra di mezzo” ed è interessante questa idea di luogo fra Oriente e Occidente, fra due continenti, fra due oceani, fra due mondi. Noi guardiamo sempre all’America perché fa parte della nostra cultura, ascoltiamo quella musica, guardiamo quei film e quelle serie tv, è un paese che conosciamo, mentre l’Asia è un continente misterioso fatto di diversità assolute e totali e questo nostro modo di guardare credo sia una limitazione, quando invece l’apertura verso la Cina ci permetterebbe un confronto più vero. La pandemia ci ha raccontato davvero, per la prima volta, come è il mondo e come funziona la globalità e noi non vogliamo accettarlo. L’Asia è incredibile: tu hai una realtà cinese fortissima, dilagante ed egemone nella regione, basti pensare a cos’ha fatto nel delta del fiume Mekong, controllando ora tutta la regione. Ed è espressione di un modo di dominare che forse è anche questo il futuro: la Cina non interviene come hanno fatto gli Stati Uniti con carri armati e potenza militare, lo fa con la tecnologia e con il finanziamento dei progetti, come sta accadendo anche in Africa e Sudamerica. La Cina ha una sola base militare fuori dai suoi confini e anche questo dà l’idea di come il paramento sia completamente diverso, l’importante è capire che il mondo va al di là dei nostri confini e l’Asia è un esempio enorme per questo: Afghanistan, Pakistan, India, Indonesia e ovviamente Taiwan, Giappone, le Coree. Imparare a guardare a Oriente è uno sforzo che dobbiamo fare per costruire il nostro domani e questo la Cina lo ha capito molto bene e ha potuto fare un salto di pragmatismo ideologico per cui ha trovato terreni di confronto molto vasti e vari, e questo apre una serie di orizzonti nella geopolitica interessanti e insieme inquietanti.

Come si entra nelle vite degli altri quando queste vite sono sull’orlo della devastazione e come si raccontano a quelli che sono lontani?

Sarajevo è stata un’esperienza unica dal punto di vista umano. Noi corrispondenti e fotografi abbiamo vissuto in simbiosi totale con la città e quindi in qualche modo la vita lì è diventata la nostra vita, le paure dei suoi abitanti le nostre paure, i loro dolori sono diventati i nostri. Abbiamo condiviso il sogno di questa città che voleva essere libera, che voleva essere multietnica, multireligiosa. Il futuro dell’Europa si è giocato a Sarajevo e la verità è che l’Europa non ha capito cosa significasse, non ha capito che Sarajevo era quella frontiera da difendere per fare in modo che Oriente e Occidente non si dividessero di nuovo, per fare in modo che non ci fosse un noi e loro. A Sarajevo ci sono sempre stati i musulmani e gli islamici più moderati, più aperti e la città è sempre stata una città ponte tra culture e religioni. E noi non lo abbiamo difeso quel ponte, quella cultura e in quella battaglia abbiamo perso la nostra battaglia. E questa è stata un’esperienza che ha segnato tantissimi di noi, prima di tutto per tutti i morti che abbiamo avuto tra i nostri amici, tra i nostri colleghi nella città che moriva intorno a noi e noi morivamo un poco con lei. È stato quello che racconta Ryszard Kapuscinski: tu vai, prendi tanto delle persone che incontri, delle loro storie e lasci molto poco di te. Per noi, per la nostra generazione è stata come la fine dell’innocenza, noi avevamo vissuto il racconto del Vietnam, ma il Vietnam è lontano, erano gli anni sessanta e lo abbiamo vissuto perché abbiamo letto libri e guardato film. Io sono triestina, vengo da una città in cui c’è stato l’unico campo di sterminio nazista in Italia nella Riviera di San Sabba e sono cresciuta all’ombra di questo incubo, studiando sui libri di storia che cosa era stato e come quando studi qualcosa sui libri non ti appartiene, è lontanissimo, è qualcosa che hai sentito dire e poi all’improvviso noi ci siamo ritrovati a Sarajevo in guerra e lì abbiamo capito che non era finita, che la guerra era alle porte di casa nostra e così ho rivisto i campi di concentramento. È stato come toccare il cuore nero dell’uomo. E questa cosa vale dall’Africa, all’Afghanistan, all’Iraq, alla Siria, improvvisamente andare e vedere e dover raccontare il male, che è una cosa spaventosa e ti resta dentro come una ferita che non riesce più a chiudersi, è un’ombra che ti seguirà sempre. (…)

 

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