Intervista a Lorenzo Tugnoli | di Maria Camilla Brunetti

La nostra prima regola è avere rispetto di chi abbiamo davanti

 

Nell’aprile scorso ha vinto il Premio Pulitzer e il World press photo award per il suo lavoro – pubblicato dal Washington Post – sul conflitto e la carestia in corso nello Yemen. Da più di dieci anni Lorenzo Tugnoli, fotografo italiano non ancora quarantenne, originario di Lugo di Ravenna, vive in Medio Oriente, dove documenta guerre e crisi umanitarie con uno sguardo molto attento al loro impatto sulla società e sui civili. In questa lunga conversazione ci racconta alcuni aspetti della sua professione e le sue scelte, come la fotografia abbia cambiato il suo sguardo e che cosa significhi per lui essere un testimone del presente.

Quando ti hanno comunicato che avevi vinto il Pulitzer nella categoria Feature photography per il tuo lavoro nello Yemen, ti trovavi ad Amsterdam per ritirare il World press photo award assegnato per lo stesso progetto. Di quanto tempo, di quali sforzi e di quale dedizione è il risultato un lavoro di questo tipo e come è stato possibile realizzarlo?

Il lavoro è stato realizzato grazie al supporto del Washington Post senza il quale sarebbe stato assolutamente impossibile farlo perché è un lavoro che ha preso più di due mesi, perché lo Yemen è un posto in cui è molto difficile arrivare ed è molto costoso e – da un punto di vista organizzativo – molto difficile da attraversare. Quindi non è un lavoro che si sarebbe potuto fare da free-lance. Una delle cose fondamentali che hanno aiutato nella realizzazione è stato avere lavorato con il bureau chief del Washington Post al Cairo, Sudarsan Raghavan, che “copre” lo Yemen già da molto tempo. Ci è andato per la prima volta nel 2000, quindi ha una profonda conoscenza del Paese e questo ovviamente mi ha permesso di entrare in un modo privilegiato in un contesto in cui sono andato per la prima volta l’anno scorso. Abbiamo fatto due viaggi, ognuno dei quali della durata di poco più di un mese. Quindi siamo stati molto tempo e siamo anche stati in molti luoghi all’interno del Paese riuscendo a coprire tutte le principali città e le aree importanti per il conflitto. Siamo stati ad Aden, ad Hodeida – il fronte di Hodeida lo abbiamo coperto da entrambi i lati, sia dalla parte controllata dal governo che da quella controllata dai ribelli – siamo stati a Taiz, un’altra città in una situazione molto difficile, siamo stati a Sa- na’a ovviamente, poi ad Hajja che è una zona nel nord-ovest del Paese dove la crisi umanitaria è più forte. Il premio è stato dato, a mio avviso, perché siamo stati gli unici – in qualche modo – a riuscire ad avere un coverage così vasto e capillare della crisi e a lavorare su così tanti aspetti differenti. Il Pulitzer è un premio che generalmente viene dato soprattutto per la difficoltà di avere determinate immagini. Non ci sono altri giornali che hanno sviluppato una copertura coì vasta e importante sullo Yemen l’anno scorso. (…)

 

 

ph. Aslam, Yemen. Una donna velata siede fuori della sua casa nel villaggio di Al-Jarb (Lorenzo Tugnoli/The Washington Post/ Contrasto)

 

L’intervista completa è pubblicato su Reportage n. 39 acquistabile qui in cartaceo e in versione digitale

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