STORIE MINIME

Il blog del direttore

 – C’era una volta la società civile

– di Riccardo De Gennaro.

La classe politica è ancora qualcosa di assolutamente lontano dal resto della popolazione o è diventata lo specchio fedele del Paese? Fino a non molti anni fa la società civile veniva virtuosamente contrapposta al Palazzo e da più parti si invitavano gli esponenti più in vista delle professioni e dei mestieri, delle associazioni e delle organizzazioni sociali a fare un passo avanti per il rinnovamento e il miglioramento della politica. Questi politici non rappresentano che se stessi, si diceva. Non soltanto per via dell’impressionante tasso di corruzione, ma anche perché era ogni giorno più evidente il loro disinteresse verso la crescita del Paese a favore di immediati e più privati interessi. Si ometteva di dire che dove c’è un politico corrotto c’è sempre, inevitabilmente, un corruttore, appartenente alla stessa società civile, ma era implicito che con l’espressione società civile si intendeva parlare della sua parte migliore, giudicata ampia.

Oggi la classe politica conosce un’ulteriore regressione etica e di pensiero, ma dire quale sia la parte migliore del Paese è diventato molto più arduo. Quando leggiamo che il presidente dell’Azienda lombarda dell’edilizia residenziale, tale Antonio Piazza, usurpa il parcheggio e poi taglia le gomme all’auto di un disabile una volta costretto dai vigili urnbani a cedergli il posto, pensiamo sicuramente al politico del Pdl, ma poi riflettiamo su molti altri proprietari, come lui, di Jaguar o auto di grossa cilindrata, di Suv, di fuoristrada, che abbiamo incrociato guidando lungo le strade e le autostrade della Penisola, accomunabili tra loro per arroganza e prepotenza e non per fede politica.

Coloro che partecipavano alle feste organizzate da amici e colleghi di Renata Polverini, approfittando di un mare di denaro pubblico ottenuto con la decisione unanime che quei soldi andavano ai gruppi consiliari e non agli ospedali, non appartengono al ceto politico, ma alla società civile. Analoghi esempi si possino trovare ogni giorno sfogliando i giornali, mai come in questi anni costretti a registrare scandali a ripetizione. D’altronde, non c’è bisogno di ricorrere ai Mora e ai Corona per renderci conto che buona parte degli italiani con i quali entriamo quotidianamente in contatto, sono facilmente paragonabili a chi può avvalersi anche soltanto di una limitata fetta di potere e di discrezionalità.

Educato alla sottomissione e all’ossequio nei confronti dei ricchi e dei potenti dai tempi di Machiavelli e della Controriforma, come racconta bene Ermanno Rea nel suo “La fabbrica dell’obbedienza” (Feltrinelli), l’italiano è propensonel raggiungimento dei suoi perfino minimi obiettivipiù al sotterfugio e alla furbizia che alla laboriosità e alla trasparenza, per cui adotta mezzucci che raggiungono e spesso oltrepassano i limiti della legalità. È stato scritto che il nuovo movimento dei “grillini” sia fatto da cittadini migliori del loro “duce” Grillo, ma i leghisti, quelli che venivano definiti la base – il serbatoio elettorale al quale Grillo primariamente attinge  – erano forse migliori di Bossi e Calderoli? La degenerazione e il degrado della politica non può non comportare il rischio della degenerazione e del degrado della società.

 

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Da Moro a Grillo
di Riccardo De Gennaro.

Chi l’avrebbe immaginato che nel giro di qualche decennio la politica italiana sarebbe passata dalle “convergenze parallele” di Aldo Moro allo “zombie!” di Beppe Grillo? Il turpiloquio è subentrato alla retorica, la spunta non chi dimostra una maggiore profondità di ragionamento, ma il più bravo ad offendere. L’ha scritto bene Paolo Di Stefano sul Corriere della Sera di qualche giorno fa: i politici non devono essere dei teatranti, “altrimenti facciano un altro lavoro, perché lo stile e il linguaggio (lo stile del linguaggio) e la capacità di argomentare con pensieri lucidi e veicolati da frasi sintatticamente evolute sono parte essenziale del loro dovere pubblico”. Non è difficile spiegare il ricorso all’insulto con la mancanza di idee di chi ne fa uso. Ovunque ci si giri, non c’è un progetto, non c’è una proposta, non c’è una strategia di trasformazione e miglioramento della società. Questa stessa parola, società, è caduta nel dimenticatoio. La politica italiana è vuota. Non è un caso che la guida del governo non sia nelle mani di un politico, ma di un economista che fa gli interessi di chi le redini dell’economia detiene e che procede per diktat, al punto da definire inutili i passaggi parlamentari. Oggi, addirittura, non solo non esiste più chi possa definirsi uno statista, ma non c’è neppure qualcuno che aspiri a esserlo. L’ambizione di chi si dedica alla politica non è più quello di mettersi al servizio della collettività, non è risolvere i problemi, ma trarre profitto dalla politica in quanto sommatoria di privilegi. I grandi partiti, come la Dc e il Pci, avevano un tempo una loro scuola della politica, i meno grandi, come il Psi, il Pri, il Pli perlomeno un centro studi e documentazione, dove far “fare palestra” ai giovani che volevano dedicarsi a quella che veniva definita la nobile arte della politica. Di nobile non è rimasto assolutamente niente. Niente di niente. Per fare carriera oggi servono tre doti: saper mentire, riuscire a trovare e conservare uno “scheletro” dell’avversario nell’armadio, essere pronti ad abbassarsi alla volgarità. Tutte quelle trasmissioni televisive dette “talk show”, dove ciò che conta è la battuta priva di riscontro, non hanno aiutato, al contrario hanno impedito un leale confronto tra avversari politici e tra le proposte all’elettorato. Oggi la sola cosa importante è una legge elettorale che consenta di cooptare senza interferenze i gruppi dirigenti, nonché la possibilità di continuamente aumentare lo stipendio dei parlamentari, la sola decisione che unisce e spegne, per un giorno, gli insulti reciproci.

 

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