Ma Beirut è rinata grazie alla solidarietà della popolazione | testo di Maria Camilla Brunetti foto di Diego Ibarra Sánchez

A un anno dalla tremenda esplosione nel porto, che devastò interi quartieri centrali, la città mostra ancora le sue ferite, ma ha recuperato fiducia, forte anche di tutte le prove che ha dovuto sopportare negli anni. Il racconto dei testimoni di quel 4 agosto e l’immobilismo del governo.

 

“Ci avvolge la luce chiarissima di un giorno di sole di fine aprile a Beirut, mentre ci troviamo a pochi passi dal Jardin des Jesuites. Siamo nel cuore di Geitawi, uno dei quartieri storici orientali del centro della capitale, che sorge su una collina a ridosso del porto (vicinissimo in linea d’aria) ed è collegato al mare da una linea verticale di antiche scale. Le percorriamo per unire i quartieri più violentemente colpiti dall’esplosione del 4 agosto 2020 avvenuta al porto di Beirut, causata dalla detonazione di 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio stipate dalla fine del 2013, in modo non sicuro e in prossimità di altri materiali pericolosi e facilmente in infiammabili, nell’hangar numero 12.

Nel novembre 2013 una nave battente bandiera moldava, la Rhosus – affittata da un uomo d’affari russo residente a Cipro e diretta in Mozambico, dove una fabbrica di esplosivi commerciali aveva ordinato il prodotto chimico ma non lo aveva mai pagato – era entrata nel porto di Beirut, apparentemente per caricare altro materiale. Alla nave era stato però impedito di ripartire perché alcune compagnie l’avevano denunciata per mancati pagamenti e quindi il materiale che trasportava era stato sequestrato dalle autorità libanesi e collocato in uno degli hangar del porto.

Quel 4 agosto rappresenta una ferita aperta nella già martoriata storia di Beirut. L’esplosione ha causato la morte di più di 200 civili, il ferimento di migliaia di altri, la parziale distruzione di interi quartieri centrali della città e ha lasciato centinaia di migliaia di abitanti in condizioni di vulnerabilità estreme. A nove mesi di distanza, il trauma è onnipresente: nelle macerie di interi palazzi crollati, nelle storie dei testimoni e nei familiari delle vittime che sono ancora in attesa di giustizia e di verità sui responsabili di questa tragedia. Nei mesi che sono seguiti alla tragedia sono stati pubblicati, grazie a inchieste di media internazionali, documenti che provano con certezza come diverse agenzie governative libanesi fossero state avvertite a più riprese, per tempo e quindi con ampio margine di azione, della presenza di ingenti quantitativi di nitrato di ammonio nel porto di Beirut e dell’altissimo rischio che quel materiale, se detonato, rappresentava per centinaia di migliaia di abitanti di quartieri centrali della città. Nonostante questi avvertimenti, nessuno in dovere di farlo ha agito per scongiurare un incidente che doveva essere evitato. Il governo ha fatto poco anche nel post-esplosione, quindi è toccato a enti di beneficenza e diverse organizzazioni non governative restare in prima linea negli sforzi di ricostruzione. (…)

 

Ph. Un’ immagine dei danni causati dall’esplosione avvenuta al porto di Beirut il 4 agosto 2020.

 

Il servizio completo è pubblicato su Reportage numero 47, acquistabile in libreria e qui in versione cartacea e digitale.

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