Nei vicoli di Tbilisi una città che si apre come fosse un libro | Testo di Elisa Baglioni Foto di Serena Vallana

La città, che ha bellissimi panorami verticali, cresce a destra e a sinistra del fiume. Nelle strade, nelle piazze, nei mercatini si sovrappongono il passato e il presente della Georgia, la repubblica di Stalin, dove oggi sui muri dei centri abitati si legge: “Fuck Putin”. I giovani se ne vanno e aumenta il numero dei cani randagi

 

Nessuno si scompone per il cielo di carta velina e per l’aria rovente che sbiadisce i colori delle case e delle cose, già di prima mattina. Una svolta, poi un’altra, e scorgiamo la scarpata su cui si abbarbica la città vecchia. Il poeta Boris Pasternak immagina che Tbilisi possa aprirsi come un libro antico. Un libro nel quale il ‘falso frontespizio’ o ‘antiporta’ – così si definisce la pagina figurata che precedeva il frontespizio – corrisponde ai panorami verticali della città che cresce a destra e a sinistra del fiume Mt’k’vari (Kura in russo). Su costoni di roccia tetti e balconi si sovrappongono a ciuffi verdi e a strutture di vetro, ci pervade una sensazione di arido e rigoglioso, di elegante e posticcio. Comprendiamo che per leggere Tbilisi è necessario salire ma uno stato ebete ci spinge verso il basso, e idealmente all’inerzia, al riparo dalla fatica.

La mia compagna di viaggio, Serena, ha una maggiore resistenza al clima o, come lei afferma, è insensibile ai segnali di disagio del corpo, per cui mi affido al suo moto perpetuo che ci conduce nella zona in cui il caldo si fonde con la storia della città. Le elevate temperature delle acque sulfuree che sgorgano dalla roccia sono all’origine del nome Tbilisi – “tbili”, infatti, in georgiano vuol dire caldo – e intorno a queste acque la città ha costruito una serie di bagni termali frequentati sin dal Medioevo.

Sulla via per i bagni un fabbricatore di fionde espone la mercanzia sopra un muretto costruito per delimitare il percorso pedonale. Ce ne sono di varie dimensioni, ricavate da rami di quercia, dipinte di nero o a strisce con la fettuccia di elastico verde e una tasca che permette di lanciare pigne di larici con una propulsione sorprendente. Serena ne compra una per l’amico che progetta di cacciare con quell’arma i corvi dal giardino. Prima di congedarci risuona il nome di Khvicha Kvaratskhelia, il vanto nazionale esportato in Italia, campione di una professione, il calcio, che in Georgia non promette solo fama sportiva da quando Kakhaber Kaladze, militante a lungo nel partito del Milan, è entrato in politica tra le le di Sogno georgiano, ed è stato eletto sindaco della capitale.

Dal venditore ambulante passiamo, come gazze ladre, a ben organizzati bazar per turisti, a partire da quello allestito nelle viscere di piazza Maidan, che espone l’intero catalogo delle virtù caucasiche. I pelosi cappelli di lana di montone, le basse calotte di feltro dalla forma di ciotole rovesciate, spezie e miscele derivate, come l’adjika e il sale dello Svaneti, marmellate, frutta sciroppata, vari tipi di miele, tamburi e balalaike georgiane, lame e pugnali, i churchkhela di mosto rappreso, gli orpelli in argento e le pietre preziose, le babbucce di lana cotta, vini, magneti, ma anche le magliette con la stampa di Frida Kahlo e di Van Gogh. Accanto alla cassa sfilano i calzini con l’emblema culinario della città, i fagotti ripieni di carne, patate o verdure, cotti al vapore che prendono il nome di chinkali. (…)

 

Ph. Un cane randagio dorme davanti all’ingresso delle terme sulfuree a Tblisi.

 

L’articolo completo è pubblicato su Reportage numero 58 (aprile – giugno 2024), acquistabile qui in formato cartaceo e in digitale.

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