Non è bastato il referendum a risolvere la crisi dell’isola di Porto Rico – di Albertina D’Urso

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La domenica sera nel parco intorno al castello di San Felipe del Morro, simbolo del passato coloniale di Porto Rico, si riuniscono decine di famiglie, giovani coppie e anziani per godere del vento e dello spettacolo del tramonto su tutta l’isola.

Gli aquiloni sorvolano l’antica fortezza, intitolata al re Filippo II di Spagna; le radio, che danno l’impressione di essere ognuna sintonizzata su un canale diverso, formano un singolare brusio e l’aria prende l’odore dei cuchifritos, bocconcini di carne fritta, principalmente maiale, ai quali nessuno pare essere in grado di rinunciare. Sembra sia in corso un festival, ma è così ogni settimana.

Nei giorni feriali, lo scenario non è poi molto diverso. Anche le spiagge sono sempre piene di gente, così come le strade e i locali, vivi e affollati fino a tarda notte, con la musica e la danza che trasformano ogni occasione in una festa.

Eppure Porto Rico è in piena crisi. L’isola caraibica, territorio non incorporato degli Usa, da dieci anni sta attraversando una profonda recessione e lo Stato ha appena dichiarato bancarotta. Si tratta del più grave default mai sperimentato nella storia americana, molto superiore a quello che affossò Detroit
nel 2013.

Il debito pubblico ammonta a 70 miliardi di dollari, il settore pubblico è al collasso, il tasso di disoccupazione è superiore al 12 per cento, più del doppio rispetto alla media statunitense, 30 per cento tra i giovani, il 40 per cento della popolazione vive sotto la soglia della povertà ed è afflitta da problemi di violenza, criminalità e narcotraffico. (…)

 

 

 

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