Mosul e le regine di un Dio minore – di Laura Silvia Battaglia

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La prima persona a cui ho pensato appena un collega iracheno mi ha chiamato, una settimana fa, avvisandomi che “da domenica prossima scatta l’operazione militare su Mosul, vieni con noi?”, è lei. Lei, Wafaa. La conobbi nel 2009, quando era rifugiata in Qatar con la sua famiglia. Bellissima, la pelle porcellanata, il naso minuscolo e delicato su un ovale perfetto, l’hijab che le incorniciava dolcemente il volto e che, quando lo toglieva, lasciava spazio a una chioma nera, morbida, profumata. Era arrivata a Doha dopo indicibili guai e sofferenze costate care alla sua famiglia e al marito durante la prima guerra del Golfo e l’occupazione americana, dove care vuole dire quattro parenti stretti recapitati morti in famiglia, di cui uno nemmeno tutto intero, ma la sola testa dopo un bombardamento americano su Baghdad. A Doha abitava con marito e figli e non faceva altro che parlarmi della sua città natale, Mosul. Dell’integrità e della bontà del padre, morto troppo presto; dell’affetto per la sorella, che due anni fa contrasse un tumore al seno e fu salvata in extremis da una colletta tra tutti gli amici, per consentirne la cura in Giordania; degli anni della scuola superiore di cui mostrava sempre la foto del diploma, lei bellissima tra quasi tuti gli altri studenti maschi, e orgogliosa di portare a casa una specializzazione in elettrotecnica. Wafaa sarebbe anche la donna più bella del Medio Oriente e dell’Iraq, come per me è, se non fosse per un piccolo particolare: è disabile dalla nascita. Ha una gamba troppo corta che trascina come una colonna dorica mozzata in basso ma ancora agganciata all’architrave dell’anca e che le condiziona ogni movimento; ha un piede troppo palmato, come quello delle anatre, che le rende dolorosissimo indossare qualsiasi scarpa femminile. Questa condizione l’avrebbe destinata a una vita da signorina, da disabile perenne senza la benedizione di una famiglia tutta sua e di figli nati dal suo seno: un peso fisico ed economico grave per la sua famiglia, nonostante non le mancasse il supporto morale. L’avrebbe destinata, se non fosse arrivato un uomo, buono, sensibile e folgorato dalla sua estrema bellezza,che decise di sposarla. Da quel momento, Wafaa è legata al marito da un rapporto ambivalente di amore, riconoscenza, indipendenza e prigionia. Lo ama e ne sopporta stoicamente tutte le intemperanze, come quasi tutte le mogli irachene di uomini sopravvissuti alla guerra, pesantemente affetti da disturbi psicologici gravi, da PSTD, altre forme di stress acuto.

mosul

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ogni tanto, nella sua vita di rifugiata, affiora un parente da Mosul: ho incontrato suo nipote un paio di volte a Doha, prima del 2014. Raccontava che se la passavano male, che si sentiva la pressione del governo sulle famiglie di estrazione sunnita, su quelle che erano state vicine al partito Baath e che rimpiangevano Saddam. Prima del 2014 Wafaa era tornata due volte: una volta per seppellire la madre; la seconda per portare via la sorella e trasferirla temporaneamente in Giordania. Ovviamente non da sola perché, nonostante sappia guidare l’auto a Doha, Wafaa rimane un’invalida e le barriere architettoniche sono sempre muri altissimi per lei. Dopo l’arrivo di Daesh a Mosul, i familiari più stretti si sono dati alla fuga, viaggiando verso Erbil con tutte le loro masserizie. Nei mesi successivi mi descriveva con dovizia di particolari le enormi difficoltà che la nipote incontrava per studiare a Erbil, per trovare accettazione e comprensione in una scuola fortemente viziata dalla componente settaria curda, per la quale i rifugiati da Mosul sono un pericolo e, non secondariamente, non sono affidabili. Tutte le volte in cui ci siamo parlate, nel suo nuovo esilio da rifugiata in Turchia, sovrapponeva l’ansia per parenti più lontani rimasti intrappolati nei territori dello Stato islamico, con l’angoscia per quello che potrebbe accadere loro durante o dopo la liberazione della città. Wafaa non sa nulla di politica, non le interessa e non ha passione per le idee: sente ogni cosa con tutto il suo corpo nato male e con tutta la sua anima eroica, che mantiene la gamba-bella-addormentata. Ieri, a liberazione di Mosul iniziata, non ha potuto fare altro che esprimere la sua angoscia con un post pubblico sui social che recitava così: “Dio protegga e salvi la gente di Mosul. Chiunque avrà la nostra Ninive, non le donerà mai la pace”. Poi, qualche ora dopo, abbiamo chiacchierato e mi ha confessato che non riesce a dormire la notte, pensando a tutte le altre Wafaa con la stessa gamba lenta e dormiente che verranno abbandonate alla loro sorte zoppa al momento del grande esodo.

 

 

ph. Vista di Mosul

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