Intervista a Ian McEwan – di Angelo Mastrandrea

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Il legame più forte tra le mie scritture è la realtà visiva

Dopo numerosi libri di racconti, Ian McEwan ha esplorato gli abissi del giornalismo in uno dei suoi primi romanzi, Amsterdam (Einaudi). Ci sono un direttore alle prese con il calo delle copie, uno scoop eticamente discutibile che potrebbe risollevarle e lo scontro con quel gruppo di redattori definiti ironicamente “l’Accademia”, che “uniti avrebbero portato il giornale verso la tomba, con il vanto di una sintassi impeccabile”. McEwan mostra di non parteggiare né per l’una né per l’altra parte del giornale, piuttosto gli interessa esplorare il lato oscuro delle ambizioni umane, quello che porterà il direttore ad autodistruggersi, vittima della propria ambizione e di quelle altrui. Scarsa simpatia per il giornalismo da parte di chi guarda a quest’ultimo dall’alto della Letteratura? Chi ha frequentato una redazione giornalistica, in verità, non farà fatica a immedesimarsi nei personaggi e a riconoscere le dinamiche. “In realtà non amo molto scrivere per la stampa, lo faccio solo quando l’argomento mi riguarda o mi tocca da vicino”, ha detto in passato lo scrittore scozzese, che pure di tanto in tanto collabora con il Guardian e ha sposato in seconde nozze una giornalista e scrittrice, Annaleena McAfee, conosciuta per via di un’intervista al supplemento culturale del Financial Times, che lei dirigeva. Di certo lo scrittore inglese, che incontro in un hotel del centro di Torino alla vigilia di una lectio magistralis sul tema dell’io e dell’identità in letteratura al Premio Bottari Lattes Grinzane (dove ha ricevuto un riconoscimento alla carriera nella sezione La Quercia), ha un rapporto complesso con la realtà. Quest’ultima è sempre presente nei suoi libri ma viene utilizzata come un’impalcatura necessaria a sostenere la finzione pura. Il suo metodo di lavoro è fatto di lunghe, approfondite e meticolose inchieste, ma le opere che vedono la luce sono rigorosamente frutto dell’immaginazione. McEwan è altrettanto metodico nei ritmi: in un’altra intervista ha raccontato che ogni mattina si siede al tavolo del suo studio alle 9,30 e si incontra con la moglie per cena.

Il protagonista del suo ultimo romanzo, Nel guscio(Einaudi), è un feto che osserva il mondo da una posizione particolare: quella di chi non è ancora nato. L’incipit merita a pieno titolo di essere ricordato come uno dei più folgoranti della storia della letteratura contemporanea: “Dunque eccomi qui, a testa in giù in una donna”.

Quando si è un feto, non si ha molta padronanza degli eventi, dunque si è in preda al fatalismo. Quando si è sotto sopra in una donna, si spera che si nascerà. Lo si può immaginare come una persona religiosa che parla della vita dopo la morte. Anche lui sa che nascerà ed è in una condizione ideale per speculare sul mondo. Questa voce narrante proviene da una lunga tradizione. Il mio modello è il Kafka che inventa un cane narratore o della lezione agli accademici nella quale il professore è una scimmia. Il mio istinto mi porta a una tradizione più realista, ma sono stato influenzato dal primo Calvino, quello delle Cosmicomiche, il più fantastico. Nel mio lavoro, cerco di scrivere quello che è reale e ciò che è plausibile. (…)

 

L’intervista completa è su  Reportage n. 33  in libreria e acquistabile qui in cartaceo e in ebook .

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