La Nigeria presa nella morsa della guerra di religione e del terrore di Boko Haram – testo di Daniele Bellocchio foto di Marco Gualazzini

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I mattoni di terra delle case di Dogon Hawa sono rossi, di un rosso vermiglio, come se il sangue che ha bagnato questo piccolo borgo nigeriano, a una decina di chilometri dal capoluogo dello stato del Plateau, Jos, fosse stato assorbito da ogni abitazione, da ogni sasso, da ogni granello di sabbia. Qui il colore dell’assassinio, dell’odio e della vendetta assale lo sguardo ovunque si posi. Quell’anatema di morte che ha travolto la Nigeria e la sua popolazione è qualcosa di abbacinante, che trafigge gli occhi, che penetra nelle narici col suo odore di fremito e di agonia e che urla nelle orecchie. Per comprendere ciò che è la Nigeria, il terrorismo, Boko haram e il jihad, bisogna immergersi nella profondità della storia e nelle viscere di quello che è il Paese più popoloso d’Africa e scandagliare, con un setaccio di pietà, il male che nel Centro nord della nazione ha creato il proprio fortilizio terreno.

È la notte del 7 marzo 2010, uomini coi volti coperti e i kalashnikov in mano avanzano nell’oscurità africana. Non c’è elettricità e solo alcune lampade a petrolio illuminano l’interno delle abitazioni delle case di Dogon Hawa. Le madri, coi bambini, riposano sotto le zanzariere e pochi uomini si intrattengono ancora nella stamberga che funge da bar, dove un vociare indistinto si alza dai tavolini, insieme al tintinnare delle bottiglie di Star. (…)

 

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