Caro Allen Ginsberg, ti devo delle scuse – di Valerio Magrelli

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Quella che segue è una ritrattazione. Confesso: non ho mai amato la Beat generation. È quando dico mai, mi riferisco addirittura agli anni del liceo, quando, in una fosca mattinata autunnale, Fernanda Pivano ci venne a tessere gli elogi della provocazione, della violazione, della trasgressione. Come accade a qualsiasi adolescente, reagii irritato, e da quel momento non potei più sopportare neanche il nome di uno dei quegli autori (con l’eccezione di Gregory Corso). Adesso, però, sono qui col capo cosparso di cenere, dopo aver letto la raccolta inedita di Allen Ginsberg dedicatagli a vent’anni esatti dalla sua scomparsa: Non finché vivo. Poesie inedite 1942-1996 (Saggiatore, p. 378, euro 28).

Corredati da fotografie, disposti in ordine cronologico, magistralmente tradotti da Leopoldo Carra (con una cura ammirevole specie nei riguardi dei sorprendenti giochi di rime), i versi qui riuniti vennero volta a volta composti su commissione, spediti per posta agli amici o inviati a editori più o meno conosciuti. Tuttavia, se il protagonista della controcultura americana non volle pubblicarli mentre era in vita, commise senz’altro un errore, in quanto, nella loro leggerezza, si tratta di pagine di grande slancio e comunicatività. Non per niente, è stato osservato, l’opera di Ginsberg costituisce un unico, ininterrotto flusso d’inchiostro che per cinquant’anni si riversò con la stessa forza in una produzione affidata a riviste, fogli di protesta, reading improvvisati e lettere.

Quando si dice predestinazione! Ginsberg nacque nel 1926 da una famiglia ebraica di Newark, la città in cui di lì a poco sarebbe venuto alla luce Philip Roth. Ma essere compatriota di uno fra i massimi romanzieri statunitensi, evidentemente non gli bastava: crebbe così nella vicina Paterson, la stessa in cui Jim Jarmush ha ambientato il suo recente, omonimo film. Interamente dedicata alla poesia, la trama ha per ideale eroe Williams Carlos William. Il motivo sta nel fatto che Paterson è appunto il titolo del suo vasto capolavoro in versi uscito fra il 1946 e il 1963. Inutile dire che, dello stesso Williams, Ginsberg fu uno studente fedelissimo, tanto da confessare d’aver trovato la propria ispirazione grazie a lui. La stima era reciproca, e il maestro, oltre a includere in Paterson varie lettere di Ginsberg, scrisse anche la prefazione a due suoi libri.

Introducendo Non finché vivo, Rachel Zucker ricostruisce l’affettuosa disponibilità di Ginsberg. In effetti, rispetto a autori difficili e inarrivabili quali Elizabeth Bishop, Marianna Moore, Silvia Plath o Wallace Stevens, è comprensibile che un adolescente di lingua inglese provi paura: “Anche se mi piacevano alcune loro poesie, mi sentivo ignorata o insultata […] Invece Allen fu per me una brava madre. Mi invitò nella cucina della poesia e mi preparò un panino. Mi offrì un tipo di poesia incasinato, imperfetto, aperto, esuberante ed erotico (sia a lui che a me piacciono gli uomini), che potevo condividere”.

Interessato al pensiero buddhista e talmudico, disponibile a ogni avventura nella vita come nell’arte, lo scrittore viaggiò in Messico, Europa, Amazzonia, India, Vietnam, Giappone, nella scia di quella libertà sviluppata da Walt Whitman. Accanto a tutto ciò, va ricordata la sua passione per la fotografia e la musica (vedi l’uso del mantra in Jukebox all’idrogeno, realizzato nel 1993 con Philip Glass). Curiosamente, questo ricorso alla cantilena veniva a convergere con il salmodiare tipico della tradizione poetica russa, praticato ad esempio nei reading di Josip Brodskij – parallelo che forse andrebbe sviluppato.

Ma per tornare all’ultimo volume, accanto a poesie di amore, amicizia, riflessione o quotidianità, va rilevata la forte presenza della denuncia politica, come nella lirica intitolata La guerra è magia nera. Ha spiegato la Zucker: “Sono impressionata dall’inquietante puntualità di questa raccolta, che denuncia la violenza della polizia, il razzismo, l’oppressione di classe e il sistema carcerario industriale”. Ed ecco la sua bella conclusione: “Le poesie di Ginsberg ci ricordano che l’arte deve infettare, contaminare, sconvolgere, turbare, mettere in dubbio, invadere, minacciare ed eccitare. Le poesie di Ginsberg l’hanno sempre fatto e continuano a farlo”.

Morale della favola: pur nella convinzione che Ginsberg non sia certo tra i più grandi poeti del secolo scorso, sono felice d’essere riuscito a riconoscere la sua figura generosa, trascinante, libertaria, così come l’innegabile grazie di molte sue poesie. E aldilà della sua effettiva incidenza sulla storia della letteratura, mi pare giusto, per quel che conta, ammetterlo, sia pure a tanti anni di distanza.

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