Riace, un modello di accoglienza che vivrà ancora – testo e foto di Nicola Zolin

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Il declino, la rinascita, l’utopia, l’arresto del sindaco. Riace, il paesino della Locride arroccato su aridi colli che svettano davanti alla costa ionica non si è mai risparmiato le emozioni forti. Negli anni Novanta ha rischiato la morte per spopolamento, il mondo rurale di antichi mestieri e tradizioni era svanito, lasciando nulla al suo posto. Molti abitanti migravano al nord e all’estero in cerca di migliori opportunità professionali e così Riace si addormentò, in un sonno dal quale avrebbe potuto non svegliarsi più. Perlomeno fino a quando, nel 1998, un’imbarcazione carica di esseri umani, in fuga dalle violenze al confine tra Turchia e Iraq, non approdò a Riace Marina.

Uomini e donne erano quasi tutti curdi, un popolo senza stato, vittima degli schemi geopolitici del Novecento. Si trovarono all’improvviso accolti da una comunità ospitale, che mise a loro disposizione le case in disuso e s’impegnò a dar loro sostentamento. Uno di essi, Bahram, vive tuttora a Riace: “Volevo lavorare e sono rimasto qui”, mi raccontò quando lo incontrai la prima volta, mentre costruiva un ponte nella fattoria didattica.

“Ho trovato una comunità che capiva la lotta del mio popolo. E queste montagne mi facevano sentire come a casa”, aggiunse. Quello sbarco cambiò la storia di Riace, che – da quel momento – diventò la città dell’accoglienza.

Nell’ufficio di “Città Futura”, la prima cooperativa del paese, qualche anno fa il sindaco Domenico Lucano, per tutti Mimì, mi descrisse la sua visione originaria. “Sognavamo una piccola città dove si potesse recuperare la cultura delle tradizioni, incontaminata dal capitalismo e dal consumismo dell’attuale società. Ci sembrava un segno del destino che, mentre i riacesi partivano, altre persone arrivavano, seguendo il flusso dei mutamenti della storia”. (…)

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