¿Que hago yo aquí? Messico, cronaca di una giornata balorda – di Virginia Negro

A lungo mi sono svegliata di buon’ora. Questo 19 di settembre, sono le 6 del mattino e sono già euforica. Ho la pessima abitudine di dormire col telefonino sul comò. Apro gli occhi e lo accendo. È uscito il pezzo che ho scritto sul femminicidio avvenuto qualche mese fa nel Campus Universitario, il mio editore mi ha mandato una mail, gli è piaciuto, un’ottima testata ci ha risposto dall’Italia dimostrando interesse per un lavoro video sulla speculazione edilizia che sta distruggendo la comunità nella periferia di Città del Messico e su cui sto scrivendo la mia tesi di dottorato.

Chiamo mia madre su Skype. Splende il sole nella Colonia Del Valle, il mio quartiere da ormai tre anni. Non ho neanche sentito il simulacro del sisma dell’85 previsto per le 11 di questa mattina. Perché giusto oggi è l’anniversario di uno dei terremoti più disastrosi del Novecento, che 32 anni fa ha messo in ginocchio la capitale messicana.

Mi metto a scrivere, sto aspettando un’amica che dovrebbe arrivare per pranzo, ma qui la puntualità non regna, viste le distanze, la metro sempre satura e la pioggia tropicale che può scoppiare da un momento all’altro. Shadia mi manda un messaggio: “Arrivo, ritardo. Entro in metro ora”. Vado in cucina e spizzico un po’ di quinoa che ho preparato davanti al pc, lavorando. Di punto in bianco la scrivania della mia stanza sobbalza. Per alcuni secondi, quanti non so – il primo effetto del terremoto è scuotere il tempo – penso che “se è questo il simulacro, che cattivo gusto…”. La potenza del sussulto mi dimostra chiaramente di no. È il terremoto. Un altro, di nuovo, per davvero. Ormai non c’è più tempo per scendere, l’unica cosa che mi ricordo: il triangolo di vita. Mi metto sotto la porta del mio ingresso, che dà alle scalinate interne dell’edificio. E poi, inizio a gridare.

Non ricordo bene com’è finito, cosa mi ha fatto capire che finalmente potevo scendere in strada; là fuori, dove la gente piangeva e si abbracciava. Dove tutti terrorizzati ci siamo incontrati a sondare i confini delle nostre paure.

C’è voluto meno di un attimo per reificare i dubbi. La palinodia ha funzionato per poco e ancora meno con me. Questo scherzo balordo della natura, la macabra replica di quel celebre 19 settembre ha attaccato di nuovo la capitale ricordando che i quartieri bobò di Città del Messico, sono stati costruiti su terra vulnerabile, dove una volta c’era un lago. Gli stessi punti, Roma, Narvarte, Condesa, che dopo 32 anni e un forte fenomeno di gentrificazione sono tornati ad essere più che mai i quartieri della bella vita, della festa, della gente fresa.

Intanto io sono in ciabatte in mezzo alla strada. Grandi pezzi di muro sono caduti tra il mio edificio e lo stabile accanto. Il cellulare è impazzito e la batteria quasi scarica, ma tra i vari messaggi riesco a rispondere a C., che vive qui vicino. Ci diamo appuntamento a metà strada. Quando la vedo ci abbracciamo strette. Attorno a noi un brulicare caotico di persone e animali: siamo spaventati.

Casa di C. è nuova, un palazzo dalle pareti spesse. Decidiamo che è il posto più sicuro e che passeremo la notte là. Non funziona la luce, né il gas e in due abbiamo 100 pesos (vale a dire cinque euro). Compriamo dell’acqua, come noi decine di altre persone stanno uscendo dal supermercato con pane, bottiglie, lattine.

Le ore in casa sono trascorse nervosamente, cercando di mettersi in contatto con il mondo là fuori, con i propri cari, con quello che è successo attorno a noi. Anche C. è straniera come me, lei è spagnola, di Madrid. Capisco che le notizie arrivano velocemente, dall’altra parte del globo già tutti sanno, sanno molto più di me. Dall’Italia molti amici mi scrivono preoccupati. Quando il flusso ossessivo delle comunicazioni si affievolisce, ritorna la fame e ci occupiamo nuovamente di noi. Inventiamo strategie più o meno probabili sul da farsi, mangiamo, ridiamo e stiamo in silenzio. “Que hago yo aqui?”, mi domanda C. rompendo una piccola quiete che si è creata.

Il giorno dopo decidiamo di lavorare insieme in casa, è tornata la luce. I singhiozzi disperati di un vicino sono per troppo a lungo la nostra triste colonna sonora.

Nei giorni seguenti andrò a stare da Dora, un’altra amica, perché C. parte per un viaggio di lavoro e lascia il suo appartamento ad Adeline, una sua collega francese che ha un bambino di tre anni e naviga nelle mie stesse condizioni, cioè con tutte le sue cose bloccate dentro a un edificio danneggiato. Non riesco a dormire. Dora lascia la porta della sua stanza aperta. Trovo un posto a Coyoacan, il famoso quartiere di Frida Khalo e Diego Rivera, dove mettere tutte le mie cose, quelle che ho accumulato in questi anni. Non sono poche. Gli amici mi aiutano.

Nel frattempo, nel mio palazzo scoppia il caos. Periti, esperti ufficiosi, architetti con titoli colombiani non riconosciuti in Messico, parlano di danni strutturali, edifici contigui pericolanti… Io semplicemente decido di andarmene. L’amministrazione vuole farmi pagare una penale per aver disdetto il contratto prima dei termini. Chiaramente mi nego, ovvio, mi rivolgo a un avvocato. Il problema è che se hai un contratto regolare e sei straniero significa che qualcuno, nel mio caso una dolce signora che lavora in una Ong, ti sta facendo da garante. Ho paura di metterla nei guai. Ecco a voi il mio presente.

Là fuori migliaia di persone si stanno mobilitando, di nuovo dopo 32 anni riappaiono centinaia di migliaia di piccoli eroi. Ma non mancano gli scandali. Perché la scuola elementare di Enrique Rebasamen è crollata? Perché ci sono ancora troppi edifici che non hanno retto dopo il 1985? Per non parlare della storia surreale della piccola Frida, la bambina che ha lasciato il paese senza fiato per ore di diretta televisiva, quella che tutti cercavano sotto le materie, e che non esiste.

Sono tante le domande adesso.

Sì, Shadia sta bene. Perché è tornato il terremoto? Di continuo arrivano messaggi su Gesù Cristo, la Cabala, il calendario maya. Forse, penso io, si è ripresentato per ricordarci il valore della sconfitta, come diceva Pasolini. Perché un’altra cosa che mi ha insegnato il terremoto è che le persone importanti tornano sempre. “Penso – scriveva Pasolini – che sia necessario educare le nuove generazioni al valore della sconfitta. Alla sua gestione. All’umanità che ne scaturisce. A costruire un’identità capace di avvertire una comunanza di destino, dove si può fallire e ricominciare senza che il valore e la dignità ne siano intaccati. A non trasformarsi in uno sgomitatore sociale.
In questo mondo di vincitori volgari e disonesti, di prevaricatori falsi e opportunisti, della gente che conta, che occupa il potere, che scippa presente e futuro, a tutti i nevrotici del successo, dell’apparire, del diventare… A questa antropologia del vincente preferisco di gran lunga chi perde”.

 

 

ph. Livia Radwanski

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