Leopoli, una città sospesa | Testo e foto di Ilaria Romano

L’odore della legna appena tagliata misto a quello della terra umida dei boschi d’inverno si confonde con quello delle salsicce che scoppiettano sul fuoco. Una ragazza vestita di verde controlla la cottura con un forchettone, con l’altra mano tiene la sigaretta elettronica. La cucina è un bidone di latta con una vecchia griglia deforme come piano d’appoggio, dove a fianco della padella con la carne, una teiera continua ad essere svuotata e riempita di acqua da far bollire. Pochi metri più in là due uomini sono intenti a tagliare un enorme tronco in tanti piccoli listelli, quanto più possibile l’uno uguale all’altro, che serviranno per costruire gradini e passatoie nei nuovi bunker scavati di fresco sottoterra.

Lungo la strada, altri giovani sono impegnati nel controllo delle auto in transito, in uscita ma soprattutto in ingresso nel paese, un piccolo centro urbano a est di Lviv (Leopoli), che a suo modo si prepara alla guerra. Finora non è servito ma dobbiamo essere pronti, si ripetono tutti, qui, giovani e meno giovani. Fra loro non c’è nessun militare professionista, ognuno fino a due settimane fa aveva un lavoro e mai avrebbe immaginato di doverlo accantonare in tutta fretta per dedicarsi alla preparazione di un posto di blocco, e a scavare rifugi antiaerei fra gli alberi. Oggi invece si ritrovano in queste “unità territoriali”, con compiti di coordinamento, controllo del territorio e delle persone, distribuzione degli aiuti agli sfollati, e realizzazione di postazioni come questa, rinforzate con sacchi di sabbia e vecchi copertoni, dotate di dispense e reti mimetiche. 

“Siamo divisi per gruppi e facciamo turni di quattro ore sulle ventiquattro – dice Anton, oggi a capo dell’unità e fino a ieri titolare di una concessionaria di auto da dieci dipendenti – nessuno di noi è armato, ma spesso siamo affiancati dalla polizia che passa di qua a controllare, oppure che allertiamo noi in caso di problemi.”

I “problemi”, spiega Anton, sono le persone che loro ritengono sospette e sulle quali decidono per un ulteriore controllo. “Guardiamo le targhe delle auto che transitano di qua e ci facciamo un’idea della provenienza. Fino all’inizio della guerra nessuno di noi ci avrebbe mai pensato, eppure in questa regione abbiamo scoperto che si erano già insediate piccole unità militari russe per le operazioni speciali. Oggi abbiamo capito che non possiamo abbassare la guardia, per quanto qui non ci siano bombardamenti e attacchi diretti, perché spesso il pericolo c’è anche dove non si vede.”

Ph. Una folla immensa alla stazione di Lviv/Leopoli.

In una cittadina di 25 mila abitanti come Lysynychi, nella prima periferia di un grande centro come Lviv, la sensazione di pericolo sembra essere percepita molto di più, e pure la responsabilità di dover essere i primi a fronteggiare un eventuale attacco, e difatti qui anche nel centro abitato sono comparsi i primi posti di blocco, gestiti sempre da civili. Uno dei volontari scuote un sottile bastone di legno per dare il via al passaggio delle auto oppure fermarle. Gli altri si scaldano attorno al fuoco acceso dentro a un bidone di latta, preparano un tè o un caffè solubile e aspettano la fine del turno.

Anton ha appena finito di realizzare uno dei nuovi bunker. “Dopo aver scavato per quattro giorni – spiega – abbiamo fatto arrivare la linea elettrica e quindi adesso c’è anche la luce. Due file parallele di panche di legno completano l’arredamento. “Ogni giorno arriva qualcuno e chiede cosa ci sia da fare – dice Anton – tutti si sono messi a disposizione e d’altra parte, anche se è un piccolo paese, è casa nostra e la difenderemo a ogni costo. Nessuno di noi è un militare, nessuno ha voglia di morire ma nemmeno di perdere la sua terra e quello che ha costruito in una vita.”

Scendono i primi fiocchi di neve e lui si perde con lo sguardo lontano, pensa al viaggio che aveva già prenotato per settembre in Croazia, forse avrebbe anche allungato il tragitto di qualche chilometro e preso il traghetto per l’Italia. 

Ph. Un bambino nei pressi della stazione di Lviv/Leopoli.

Nel frattempo nel cuore di Leopoli ogni edificio disponibile è stato riconvertito in dormitorio, o magazzino per lo stoccaggio e la distribuzione degli aiuti. Il Palazzo dell’Arte, in pieno centro, si è riempito di scatole di cartone e sacchi di plastica con vestiti, giocattoli, medicine, cibo a lunga conservazione, e in più ha aperto le porte per un pasto caldo a chi ne ha bisogno, con banchetti dove si cucina e si offre da bere. La sala cinema è stata adibita allo smistamento dei vestiti, la sala d’attesa del primo piano a quello dei giocattoli, e un’altra stanza allo stoccaggio di materassi, coperte, cuscini e sacchi a pelo. Il seminterrato è invece dedicato agli alimenti e ai farmaci, mentre nel cortile si alternano camion e furgoni che una volta pieni di aiuti partono per i rifugi della città o verso altre località più vicine alle zone di guerra, dove qualcun altro continuerà il trasporto. 

Ph. Lviv/Leopoli. Teatro Kurbash.

“Avevamo avviato la ristrutturazione quando è cominciata la guerra – racconta Irina, direttore artistico di un teatro di quartiere a poca distanza – ora che si è fermato tutto abbiamo arredato i camerini degli attori come camere per accogliere gli sfollati. Tutte le sere c’è qualcuno da ospitare per due, tre notti.”

Anche il teatro Kurbash sta facendo lo stesso servizio, solo che qui i letti sono finiti anche sul palco, oltre che in platea. Al centro della sala è stato posto un lungo tavolo con cibi e bevande, e ognuno può servirsi liberamente. Le scorte di vestiti qui sono finite per le scale, e alcuni dei palchi laterali sono diventati a loro volta altre piccole stanze per famiglie. 

“Oggi arrivano gli sfollati di Sumy – dice un volontario – quelli fuggiti con l’ultimo corridoio umanitario, e molti di loro andranno via domani. Ogni giorno abbiamo persone diverse, nessuno si stabilisce qui a lungo.” 

Ph. Un’anziana signora abbraccia un bambino alla stazione di Lviv/Leopoli.

Leopoli è diventata la tappa obbligata per chi fugge in treno dalle altre città ucraine verso l’Europa, e ogni giorno dalla sua stazione centrale si riversano per le strade decine di migliaia di persone alla ricerca di un autobus, un alloggio temporaneo, un pasto caldo, un conoscente o un amico che li accompagni in auto o minivan alla frontiera con la Polonia. Da quando è cominciata la guerra, i volontari dell’accoglienza hanno imparato dall’esperienza quotidiana, e hanno migliorato i servizi di informazione e di aiuto giorno per giorno, in base alle necessità che hanno imparato a conoscere e capire.  Sul piazzale davanti all’ingresso dello scalo ferroviario sono comparsi dei cartelli gialli con le indicazioni per i treni: in direzione Polonia partono tutti dal binario 5, uno dopo l’altro, in base a quando arrivano qui. Gli orari sono saltati e i tabelloni ormai non li guarda più nessuno. Si seguono solo i passi di chi sta in coda più avanti, se dopo ore di attesa si ricomincia ad avanzare. 

 

Ph. Immagine in evidenza: Lviv. (Leopoli). Al Teatro Kurbash anche il palco è stato adibito a dormitorio per ospitare gli sfollati.

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