Intervista a Sandra Petrignani. Un autore un libro – di Maria Camilla Brunetti

La corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg (Ed. Neri Pozza)
Intervista a Sandra Petrignani – di Maria Camilla Brunetti

 

Come e perché hai deciso di occuparti della vita e dell’opera di Natalia Ginzburg? 

Perché mi è sembrato scandaloso che un’autrice così importante nella storia, non solo letteraria, italiana non avesse una seria, grossa biografia in cui fosse raccontata e la sua vasta opera venisse interamente riletta. Ma non mi sarei messa in un lavoro così complicato se non fosse per me la scrittrice italiana che amo di più e che sento più nutriente.

Riferendoti a Leone Ginzburg scrivi che gli intellettuali torinesi antifascisti consideravano già la cultura in sé, con la sua indipendenza e libertà, un esercizio di cospirazione. Qual è il lascito della loro lezione nell’Italia odierna? Esiste ancora questo portato di libertà e di visione politica negli intellettuali?

Viviamo tempi completamente diversi, dove manca il profondo rispetto per la cultura che animava quella grande generazione. Spero con questo libro di resuscitare almeno un dibattito sul grande tema di cosa sia la cultura intesa come impegno totale, come estrema onestà verso se stessi e verso gli altri. Quando i giovani, nelle scuole, mi dicono: noi non abbiamo Maestri, non abbiamo grandi esempi, mi sento male per loro, e per tutti noi in verità. Allora, almeno, possono guardarsi indietro e cercare di stabilire un ponte fra i grandi esempi del passato e il loro futuro.

«Natalia Ginzburg non ha mai fatto della religione una questione di appartenenza. Pubblicamente si è sempre schierata dalla parte delle vittime, fossero gli ebrei perseguitati o gli arabi scacciati dalla propria terra o i vietnamiti attaccati dalle forze sproporzionate degli americani o il Cristo sulla croce …» Possiamo approfondire questo aspetto del carattere di Natalia Ginzburg, l’essere sempre dalla parte delle vittime?

Sì, per tutta la vita l’abbiamo vista schierata dalla parte dei deboli: degli sfavoriti, dei bambini, delle donne, quando vittime di soprusi e violenze. Come persona incuteva soggezione, per la sua aria sempre seria, severa, il suo sguardo penetrante. Ma chi l’ha conosciuta bene parla di una donna buona, capace di pietas per gli esseri umani, per gli animali. L’accompagnava un alone di tristezza, che – ha detto uno dei suoi più grandi amici, Vittorio Foa – le apparteneva da sempre, fin da piccola, prima di dover sopportare i duri colpi che la vita le ha riservato. Era stata una bambina solitaria, che si sentiva estranea alla famiglia, una famiglia di adulti (i fratelli e la sorella erano tutti molto più grandi di lei): era la piccola di casa, sempre inascoltata»

L’Italia contemporanea è scossa da preoccupanti ondate di insorgenze neo fasciste ed è un paese sempre più spaventato dal diverso, dallo straniero, dall’apolide, dal migrante. La vita e l’opera di Natalia Ginzburg mi sembrano – al contrario – una strenua e incessante difesa dell’idea estesa di diversità. É così?

Natalia, come anche la sua amica Elsa Morante, amava davvero “il popolo”. Le piaceva trovarsi in mezzo alla gente semplice. E rispetto al conflitto arabo-israeliano era contro la guerra, per un’accettazione reciproca semmai possibile. Era una persona inclusiva, curiosa degli altri. Tanto più che Leone Ginzburg, suo primo marito, nato in Russia, ma di padre naturale italiano, soffrì molto quando gli fu tolta la cittadinanza italiana dal fascismo e fu respinto nella schiera degli apolidi, dei senzapatria: proprio lui che tanto si era operato per la nostra cultura.

 

 

 

 

 

 

 

photo credit: Pasquale Comegna

 

 

Nota di redazione
Questa è la versione integrale corretta dell’intervista a Sandra Petrignani pubblicata su Reportage numero 34. Per un disguido di impaginazione, nella versione cartacea della rivista, compare un errore nella seconda domanda del quale ci scusiamo con i lettori e con l’intervistata.

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