Occupazione, c’è anche chi si dimette volontariamente – di Ilaria Romano

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L’occupazione in Italia riprende a salire? Secondo l’ultimo bollettino Istat, relativo al mese di novembre e diffuso il 9 gennaio scorso, la crescita mensile è stata dello 0,3 per cento e ha portato l’Italia a livelli occupazionali che non si registravano dal 1977. Ma l’aumento dei posti di lavoro, se si guarda al trimestre e non solo all’ultimo mese, non è trasversale: nel periodo settembre – novembre è cresciuta l’occupazione degli ultra cinquantenni e in parte dei giovani dai 15 ai 24 anni, a fronte di un calo nella fascia fra i 25 e i 49 anni. Inoltre si devono considerare anche le diverse tipologie di contratto, dato che l’aumento, dice l’Istat, è determinato esclusivamente dai dipendenti a termine (+3,5 per cento), mentre calano i permanenti (-0,1 per cento) e restano stabili gli indipendenti.

Se si considera l’intero 2017, la crescita ha interessato i soli lavoratori dipendenti per il 2,9 per cento, pari a 497mila persone, a fronte di un calo degli autonomi del 2,8 per cento. E fra i dipendenti sono cresciuti soprattutto quelli a tempo determinato, del 18,3 per cento (450mila), contro lo 0,3 per cento dei permanenti (48mila). Rispetto alle fasce d’età, diminuisce la disoccupazione fra i giovanissimi (-1,3 punti percentuali), che si attesta al 32,7 per cento. Il dato diventa più incoraggiante se nel calcolo rientrano anche i cosiddetti inattivi, cioè i 15-24enni che non cercano lavoro, molti dei quali fortunatamente per motivi scolastici: in questo caso l’incidenza della disoccupazione scende all’8,6 per cento.

Il tasso d’inattività torna invece a crescere nella fascia 25-34 anni, in questo caso non per motivi scolastici. Nel complesso una leggera ripresa del mercato del lavoro c’è, dice l’Istat, ma la questione è mantenerla nel lungo periodo.

Per avere un quadro più chiaro leggiamo anche i dati del Rapporto Censis 2017: la conferma che qualcosa si sia mosso per il lavoro dei giovani arriva confrontando gli occupati fra i 15 e i 34 anni del primo semestre dello scorso anno, cinque milioni e108mila, con quelli dello stesso periodo del 2016, cinque milioni e 41mila.

D’altra parte, a fronte di un aumento della popolazione over 50 di oltre un milione e centomila persone fra il 2013 e il 2016, cresce anche l’occupazione in questa fascia d’età (+16 per cento fra il 2013 e il 2016), portando a oltre sette milioni e 700mila persone gli occupati con più di 50 anni, e a oltre 500mila i disoccupati nella stessa fascia d’età, pari al 17 per cento. E se, dice il Censis, fra il 2013 e il 2016 il numero delle persone che cercano lavoro si è ridotto di 57mila, i disoccupati ultra cinquantenni sono aumentati di 60mila, in un quadro lavorativo, si legge, fortemente condizionato dalle scelte di contenimento della spesa previdenziale e dallo spostamento in avanti dell’accesso alla pensione.

Un altro dato da esaminare riguarda le libere professioni, quelle in leggero calo secondo l’ultimo bollettino Istat: nel 2017, l’80 per cento degli avvocati e il 74 per cento dei consulenti del lavoro ha indicato come principale problema della sua professione il ritardo o il mancato pagamento delle prestazioni da parte dei clienti. Nel lungo periodo, fra il 2006 e il 2016 l’attività indipendente dei professionisti con meno di 40 anni si  è ridotto del 10 per cento, con una perdita di circa 20mila giovani lavoratori autonomi; anche se negli ultimi anni questa tendenza negativa sta rallentando.

Da una ricerca condotta recentemente da InfoJobs, piattaforma online per la domanda/offerta di lavoro, emerge che fra le aziende iscritte al portale l’85,6 per cento pensa che continuerà ad inserire nel proprio organico nuove figure professionali e il 42,8 per cento dichiara di avere già in programma delle assunzioni. Solo il 12,6 per cento del campione non prevede assunzioni nel corso del 2018.

In crescita – leggera – anche la percentuale di donne al lavoro, + 1,4 per cento dal primo semestre del 2016 allo stesso periodo del 2017, dice il Censis, con un divario occupazionale fra donne e uomini che resta però molto ampio, il 18 per cento.

Eppure nell’Italia che cerca occupazione e che spera in questa lieve ripresa ci sono persone che il lavoro lo hanno e decidono di abbandonarlo. L’Ispettorato nazionale del Lavoro ha diffuso la relazione sulle dimissioni volontarie delle lavoratrici e dei lavoratori diventati genitori ed è emerso che nel 2016 in Italia quasi 38mila persone con figli fino a tre anni hanno deciso di licenziarsi; di queste 29 mila e 800 sono donne.

Solo 5.261 sono passate a un’altra azienda, mentre le altre 24.618 hanno dichiarato di sospendere l’attività lavorativa per dedicarsi alla cura del bambino, spesso a causa degli alti costi dei nidi, o alla carenza di strutture e di una rete parentale di supporto.  I padri che hanno lasciato il lavoro hanno numeri nettamente inferiori: 7.859, dei quali solo poco più di duemila per difficoltà familiari.

Solo in Lombardia, delle 6.767 donne che si sono licenziate nel 2016, 3.105 lo hanno fatto per ragioni legate alla nascita di un figlio e alla difficoltà di conciliare maternità e occupazione. Seguono il Veneto e il Lazio. A compensare – in negativo – il dato più alto del nord è il tasso generale di disoccupazione femminile che nel sud resta più alto. Le dimissioni volontarie sono tanto più numerose quanto più è bassa la qualifica dell’impiego: tra operaie e impiegate si arriva a oltre 28mila casi, per dirigenti e quadri – che chiaramente sono molti meno – ci si ferma a 680.

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