Il sonno dei nostri fantasmi – di Isabella Mattazzi

Leggendo in questi giorni le molte similitudini, i paragoni quasi immediati tra la strage di Parigi e l’attentato alle Torri Gemelle (“l’undici settembre dell’Europa” è una definizione che ha fatto il giro del web), ho avuto qualche perplessità. Certo, entrambi gli atti conoscono la stessa brutalità violenta, la stessa dimensione fortemente simbolica e hanno sollevato lo stesso tipo di risposta popolare – sia per profondità emotiva che per ampiezza della reazione – ma tra l’11 settembre 2001 (o l’attentato sul Rer a Parigi del ’95, se vogliamo restare in ambito francese) e il 7 gennaio 2015 c’è qualcosa di profondamente diverso.

Se i due grattacieli del World Trade Center sono stati, loro malgrado, l’epicentro simbolico del capitalismo globalizzato ed è per questo che sono stati fatti saltare in aria, la redazione di Charlie Hebdo è un luogo dove si fa cultura. Le caricature di Charb, Cabu, Wolinski, Tignous rappresentano un gesto critico, una lettura e un’interpretazione del mondo, ovvero sono a tutti gli effetti una “pratica di produzione culturale”. Al di là di tutte le riflessioni politiche su quanto è successo, il pensiero ossessivo che ha continuato a girarmi in testa dal giorno dell’attentato riguarda soprattutto questo: la reazione al salnitro tra produzione intellettuale e violenza, l’evidenza di una cultura occidentale – la nostra – che oggi sembra sempre più aver bisogno di un dispositivo di polizia per essere protetta e salvaguardata. Certo, per alcuni il collegamento tra i due elementi della mia ossessione è fin troppo ovvio.

I giornalisti di Parigi lavoravano per un giornale satirico, le loro vignette erano “pesanti”, trasgredivano le regole. Il loro non era un gesto culturale – mi è stato addirittura detto – ma una mancanza di rispetto tout court che con la cultura non ha nulla a che vedere. Molte, moltissime reazioni sulla stampa e sui social network più o meno timidamente hanno avanzato in questi giorni una serie di “se la sono cercata”, “un po’ certo è colpa loro”, “quei disegni erano troppo volgari e fuori luogo”, discorsi questi che presuppongono un’idea di naturale autocensura del sapere, una situazione di compromesso preventivo: ossia bisogna sempre procedere sacrificando le proprie pulsioni in nome della pacifica convivenza civile. Charb, Cabu, rispetto a una prospettiva come questa, con le loro vignette erano andati quindi troppo oltre, avevano recato offesa all’Islam, non avendo saputo fermarsi sulla soglia del rispetto dovuto a chi è diverso da noi, oltrepassando il limite tra cultura e insulto.

Ora, al di là del fatto che nessun gesto, nessuna azione mai merita di essere punita con la morte, io credo che il “se la sono cercata” sia comunque una riflessione sbagliata. Sbagliata strutturalmente dal momento che a mio avviso una pratica di produzione culturale si attua sempre all’interno del preciso sistema di codici che l’ha generata. Mi spiego meglio. I vignettisti e i giornalisti di Charlie Hebdo non sono entrati in una moschea con le scarpe, non hanno strappato il velo a una ragazza che stava pregando, non sono andati in Medio Oriente e hanno rovesciato per terra il cibo di chi li accoglieva o strappato i loro libri. No, i vignettisti e i giornalisti di Charlie lavoravano per un giornale satirico francese, cioè operavano un diritto di critica all’interno di uno Stato, di un sistema sociale che prevede questa pratica, anzi, che su questa stessa pratica ha di fatto fondato i propri valori identitari. L’articolo 19 della Dichiarazione universale dei diritti umani dice esattamente questo: “Ogni individuo ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere”.

Charb, Cabu e gli altri operavano all’interno di questo preciso sistema e non di un altro. La loro mancanza di rispetto – se vogliamo chiamarla così – era quindi ben diversa dalla strafottenza del turista che entra in shorts e ciabatte in moschea. La loro “mancanza di rispetto tout court” si inseriva all’interno di un preciso sistema di codici – quello di uno Stato occidentale fondato sulla libertà di stampa, di critica, di satira – di cui conoscevano perfettamente le regole e il funzionamento. La loro “mancanza di rispetto tout court” era semplicemente una delle chiavi di lettura con cui questo sistema guarda e interpreta il mondo. Era, appunto, un gesto di produzione culturale. E ritorniamo così al punto di partenza

Ora, che in Francia il lavoro intellettuale abbia dovuto ultimamente ricorrere a un sistema di protezione poliziesco non è un fatto isolato. A neppure venti giorni dalla strage, ero a Parigi per una performance allo spazio 104: “Exhibit B” di Brett Bailey. Tredici tableaux vivants, tredici “gabbie visive” (con attori di colore, immobili come manichini a fissare il pubblico che girava per le sale) ognuna delle quali riportava uno tra gli episodi più bui della storia coloniale europea in Africa tra il XIX e il XX secolo. “Portati dietro il passaporto” mi ha detto la mattina dello spettacolo chi mi ha fatto avere l’invito e il pass stampa.

Sulle prime sono rimasta abbastanza perplessa per la richiesta, poi, appena arrivata ho capito. L’isolato intero in cui si trova il 104 era stato circondato da automezzi blindati, controllo documenti e perquisizioni per chiunque entrasse, impossibilità di portare con sé il cellulare o qualsiasi atro dispositivo mediatico. Uno spettacolo, un teatro, un intero quartiere messi sotto protezione (sotto controllo) dalla polizia. E questo perché? Perché la performance aveva subito numerosi attacchi da una parte della comunità afro-francese (scontri, manifestazioni, feriti) che avrebbe voluto far vietare lo spettacolo a suo dire razzista e si temeva un attentato durante le serate (“mettere in scena gli zoo umani di inizio Novecento non significa altro che ricreare questi stessi zoo attraverso un’operazione di spettacolarizzazione e di sublimazione estetica: ancora una volta spettatori bianchi occidentali passeggiano tra carni esposte come merce, indifese, immobili, senza possibilità di reazione alcuna”, questo in sintesi il discorso di accusa).

A differenza di Charlie Hebdo, in questo caso niente battute volgari, niente grasse risate, ma solo attori di colore, immobili, nudi a fissarci in silenzio. In questo caso, niente vignette, niente satira, ma una reazione ancora una volta di una violenza incontrollabile da parte di una minoranza nata e cresciuta su suolo francese. Niente disegni o battute, ma uno stesso intervento di polizia chiamato a proteggere un gesto di produzione artistica. Se si accostano questi due episodi, si può facilmente vedere allora come il problema di questi giorni non sia tanto la “mancanza di rispetto” quanto piuttosto il confronto con l’Altro.

Un Altro estremamente problematico per una Francia post-coloniale composta da discendenti di coloni e colonizzati, da seconde-terze generazioni che, da una parte e dall’altra, devono fare i conti con un passato per nulla risolto. Mentre giravo per le sale di Exhibit B, passando tra le “gabbie” ho osservato la reazione degli spettatori: molti, moltissimi tra loro facevano fatica a incrociare lo sguardo muto degli attori-manichini, la sensazione più forte che ho registrato quella sera credo venisse proprio da questa condizione di continua tensione visiva, dal continuo allacciarsi e sfuggire e riallacciarsi ancora di uno sguardo-confronto diretto, secco, puro, senza distinguo, corollari, precisazioni. Uno sguardo non politicamente corretto, non preventivamente autocensurato. Uno sguardo così profondo da andare a turbare il sonno dei nostri fantasmi.

 

 

 

 

 

 

 

About author