“Beirut stories” Antigone of Syria. Storie di conflitto, di esilio e coraggio – di Maria Camilla Brunetti

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Dopo giorni di pioggia battente finalmente Beirut si era svegliata con una luce serena e calda; il sole di una tarda mattinata di primavera nei primi giorni di dicembre. Bloccati nel traffico di Hamra, come al solito, avevamo dovuto chiedere all’autista di farci scendere prima per continuare a piedi e arrivare in tempo a destinazione.

Avevo chiesto qualche giorno prima la possibilità di assistere alle prove di “Antigone of Syria”, un workshop teatrale quotidiano di due mesi, che ha debuttato con la prima di tre repliche, mercoledì 10 dicembre, nel più importante teatro di Beirut, il Madina.

Sono tutte donne e tutte siriane, le attrici protagoniste di questo progetto. Sono tutte rifugiate in Libano.

La storia di Antigone. Non riuscivo a pensare ad altro, la sua storia dentro le vite di giovani ragazze siriane rifugiate a Beirut. Quelle voci nel cuore di una metropoli – nel Levante destabilizzato nell’inverno del 2014 – che riportavano in vita la verità di Antigone, rappresentata per la prima volta ad Atene alle Grandi Dionisie del 442 a.C.

Antigone che si leva, che disobbedisce per amore di giustizia e non teme le imposizioni di Creonte nuovo re di Tebe, non teme la legge dello Stato. Antigone che per dare giusta sepoltura al giovane corpo di Polinice, il fratello amatissimo, verrà condannata all’imprigionamento a vita e sceglierà di darsi la morte. Una donna sola, in un tempo troppo violento. Il lutto, la perdita degli affetti, il vuoto disumano di sapersi sola, l’isolamento, l’ingiustizia, l’abbandono e il coraggio di portare avanti la propria storia per chi non può più farlo.

Le prove erano già in corso quando siamo arrivati, così ci siamo seduti a bordo sala in silenzio. Le ventuno attrici erano in cerchio. Stavano raccontando a turno la propria storia, intervallate da Mona, che nello spettacolo avrà il ruolo di voce narrante e fil rouge del racconto collettivo.

Durante la pausa caffè, con alcune delle ragazze, ci siamo sedute sulle scale appena fuori dalla sala prove. Sugli scalini mi hanno raccontano la loro quotidianità a Beirut e come la voce di Antigone giorno dopo giorno fosse entrata nelle loro vite.

Antigone of Syria - syrian_women_trainingHiba che si è seduta alla mia sinistra, ha ventitre anni, è arrivata a Beirut due anni fa fuggendo l’assedio durissimo di Yarmouk, il campo palestinese alle porte di Damasco nel quale è nata e cresciuta.

Al suo arrivo ha abitato a Chatila poi insieme alla madre, si è trasferita nel campo di Bourj el Barajneh.

Seduta sullo scalino appena sotto il mio, abbiamo fumato insieme un paio di sigarette, bevendo veloci il caffè, per potere poi usare il bicchierino di plastica come posacenere.

“Per me questa è la prima volta, non avevo mai recitato, mai fatto teatro, nulla del genere” parlava sorridendo a ogni parola, un sorriso bellissimo di un colore vivo che s’intrecciava alle lettere con un suono caldo e vivace. “Ho perso due fratelli”, ha continuato “la storia di Antigone l’ho sentita subito vicina, così mia. All’inizio di questo progetto – quando abbiamo iniziato a lavorare sul personaggio di Antigone e sulla sua storia – avevo paura, non pensavo di avere il diritto di esprimere apertamente il mio dolore, ciò che avevo dentro, non sapevo di potere raccontare a voce alta, davanti ad altre persone, il lutto per queste perdite. Se non avessi avuto questa possibilità non sarei mai riuscita a esprimere cosa abbia significato e cosa significhi per me ogni giorno la guerra in Siria, essere stata costretta a lasciare il mio Paese, avere perso due dei miei fratelli, avere dovuto lasciare tutto ciò che conoscevo. Qui per la prima volta ho capito di poterlo fare e ho avuto il coraggio di parlare della mia vita apertamente”.

Mentre raccontava ha fatto capolino tra noi Fadwa, la madre di Hiba, anche lei un’attrice del workshop. Durante le tre repliche dello spettacolo interpreterà Creonte ma in quel momento era con noi per farci scegliere da un grande contenitore i cioccolatini che ci piacevano di più. Così, in pochi istanti, ci siamo ritrovate a mangiare, uno dopo l’altro, dei mini mars, mini bounty e piccoli kit-kat. Ignorando gli ammonimenti dolci di Fadwa che, come ogni madre, ci pregava di non mangiarne troppi tutti insieme mentre noi ci leccavamo perfino le dita per non lasciare indietro niente. Il mio notebook non è riuscito a salvarsi e per scrivere ho poi dovuto fare zig-zag con le parole tra le macchie di cioccolato.

Ho chiesto a Hiba come fosse stato lavorare ogni giorno per quattro ore insieme alla madre, se e come fosse cambiato il loro rapporto con questa esperienza, come abbiano affrontato questo percorso insieme.

“Certo è cambiato” ha anniuto “ora siamo diventate amiche. Abbiamo trovato un modo più profondo, forse un po’ più sereno, per parlare dei nostri lutti, delle persone che non ci sono più, delle privazioni, di tutto quello che stiamo vivendo da quando è iniziata la guerra. Prima di questo progetto quando già vivevo a Beirut, dalla morte dei miei fratelli, ogni giorno tornavo dal lavoro e mi chiudevo nella mia stanza a piangere. Erano troppe cose tutte insieme. Un dolore troppo grande per me. Non riuscivo ad affrontarlo, ora invece io e mia madre abbiamo elaborato un modo nostro per affrontare questo vuoto”.

hiba 1-antigone-of-syriaLe ho chiesto della sua quotidianità a Beirut, quella fuori dalle quattro ore in cui è impegnata ogni giorno nel progetto di “Antigone of Syria”. “In Libano la situazione per noi è durissima, sia perché siamo rifugiati sia perché siamo palestinesi. Quando siamo stati costretti a lasciare Yarmouk e siamo arrivati a Beirut, in quei primi mesi, abbiamo vissuto a Chatila.

Pensavamo fosse la cosa migliore continuare a vivere all’interno di un campo ma è stato il momento più difficile, il più duro in assoluto. Il campo di Chatila è affollatissimo, ci sono troppe persone e le condizioni di vita sono terribili. Noi rappresentiamo gli ultimi arrivati, due volte rifugiati, i palestinesi-siriani. Forse perché la vita all’interno è già così dura, così misera, ma siamo stati discriminati perfino dalle persone del campo. È stata questa la cosa più dura da accettare per me, quello che non ci saremmo mai aspettati. Cercavamo salvezza dopo avere perso tutto e ciò che abbiamo trovato è stata altra umiliazione. Da quando ci siamo spostati le cose vanno un po’ meglio”.

La sorella di Hiba è riuscita ad arrivare in Svezia qualche settimana fa. Vive in un piccolo paesino nella regione di Malmö. Mi racconta il calvario del viaggio dalla Siria fino alla Svezia. 10mila dollari è quello che ha dovuto pagare nelle tappe dell’orrore per arrivare alla fortezza Europa. Affidandosi sempre a trafficanti di uomini.

Ognuna delle ragazze che è con noi sulle scale ha una storia simile, uno o più familiari che hanno affrontato il Viaggio per riuscire a mettersi in salvo, rischiando tutto. La vita e quello che possedevano. Sono tutti arrivati in Italia e poi hanno continuato il calvario fino al nord Europa, Svezia e Germania, soprattutto.

“Continuavano a dirgli che la barca era sicura, e invece si sono trovati davanti a un rudere, dovevano essere un paio di centinaia di persone – più della metà le donne e i bambini – e invece ne hanno caricate cinque volte tante. Quando il mare ha iniziato ad alzarsi gli scafisti hanno cominciato a liberarsi di ogni peso superfluo. Esseri umani compresi”.

“Se non siamo morti in Siria abbiamo buone possibilità che ci uccida il mare o il viaggio” questo è quello che la sorella le ha detto non appena arrivata in Europa ma Hiba vorrebbe raggiungerla, nonostante tutto. “Perché anche se il viaggio è disumano l’Europa per noi rappresenta un sogno. Bisogna provare ogni cosa per cercare di avere una vita che sia degna di questo nome. Per una vita degna si può anche rischiare di perderla. Si può rischiare tutto. Cosa c’è qui per noi? Niente, se non privazioni e umiliazioni continue. Almeno in Europa c’è una possibilità di speranza. Qui, ogni tre mesi, siamo costretti a dover rinnovare il nostro permesso di soggiorno. Non c’è nessuna possibilità, anche avendo la fortuna di trovare un lavoro, di ottenere dei documenti in regola.”

Il pensiero di Hiba è condiviso anche dalle altre ragazze, ognuna di loro ha una storia simile. Le guardo, sono così giovani e sono coraggiose, hanno già affrontato nelle loro brevi vite traumi e privazioni che avrebbero potuto ucciderle e invece sono qui e hanno scelto di lottare ogni giorno per sottrarsi al giogo di un ciclo di ingiustizia dopo ingiustizia, perdita dopo perdita, allontanamento dopo allontanamento. Non si sono arrese. Ogni loro parola è un insegnamento.

La vergogna è tutta per me, che sono europea.

***

Sono trascorsi pochi giorni da nostro primo incontro e il momento della prima di “Antigone” è arrivato. La sala del Teatro Madina è piena fino all’ultimo posto.

mona 1-antigone-of-syriaQuando si apre il sipario vedo Mona sulla destra del palco, la sua voce chiara collegherà le storie delle altre attrici. Quello che dalla scena dona al pubblico è un diario personale, intimo e vicinissimo, sulla quotidianità della sua vita nei due mesi complessivi del progetto. Dalla prima volta che le dissero del workshop, quando usarono l’espressione “theatrical aid” – di come rimase perplessa e si domandò cosa diamine significasse “aiuto teatrale” – a come giorno dopo giorno la storia di Antigone abbia iniziato a occupare tutti i suoi pensieri e i suoi giorni.

Le volte che si è domandata, settimana dopo settimana, chi fosse Antigone, cosa rappresentasse in rapporto alla loro vita di donne e madri rifugiate siriane in Libano. Se anche lei fosse coraggiosa come l’eroina della tragedia greca o se non fosse invece più simile alla sorella Ismene, se Antigone avesse avuto lo stesso coraggio se non fosse stata figlia di re, se fosse stata una persona normale come tutte loro, se fosse stata una madre come lei e come lei avesse dovuto sopravvivere per proteggere i propri figli.

Mona che ha perso uno dei suoi bambini, malato di cancro. In Siria non è stato possibile curarlo, per il conflitto che rende vano ogni accesso medico.

Riflessioni sulla paura, sul terrore. La paura di dire apertamente i propri pensieri. La paura di parlare della guerra. Di esprimere sinceramente un pensiero politico in pubblico, delle conseguenze per la propria vita e per quella dei propri familiari.

Il suo diario è una riflessione profonda sul terrore, i dubbi, la fatica quotidiana di essere donna, madre e rifugiata in tempo di guerra. Un diario aperto sulla morte, sulla perdita e sull’abbandono, e su ciò che nuovo può nascere in ogni attraversamento.

Tutte le storie di “Antigone of Syria” si intrecciano, una dopo l’altra, a creare un racconto collettivo di grande potenza. La storia di ognuna delle ventuno attrici, ogni singola verità, cade come una scure sul palco a spezzare il ghiaccio di ogni buonismo e di ogni coscienza pulita, portando gli spettatori al cuore della questione. È una polifonia dura, concreta come una vertigine, sul reale dei traumi di un conflitto, sui loro effetti quotidiani e sui loro lasciti.

Che cosa significa “giustizia”? Parola di cui tanto e con tanta facilità ci si riempie la bocca.
Quali sono gli effetti e le cause, sugli esseri umani, della sua assoluta mancanza?

A pronunciare il monologo di Antigone è Hiba. È sola al centro del palco, a qualche metro dalla prima fila di spettatori. Lo fa con sicurezza e forza, senza la minima indecisione. Il silenzio in sala è assoluto.
A me vengono i brividi.

Quando la luce cala sul proscenio e gli applausi scroscianti che non accennano a fermarsi sciolgono per lunghi minuti la tensione emotiva della sala, le attrici in fila si avvicinano alla platea. Cerco tra i visi il suo bellissimo, la vedo stringere forte la mano a una delle colleghe mentre con l’altra, in un istante impercettibile, si asciuga una lacrima. Sorride.

 

 

1) Antigone of Syria – Actresses training – photo credit Tabitha Ross Aperta Production
2) Hiba – Antigone of Syria – photo credit Tabitha Ross Aperta Production
3) Mona – Antigone of Syria –  photo credit Tabitha Ross Aperta Production

 

Antigone of Syria – 10/12 dicembre – Teatro Madina – Beirut
Aperta Production

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