Senza paura, senza memoria. Il presente di Gaza

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testo e foto della nostra inviata Francesca Mannocchi

“Stiamo per colpire casa sua, ha dieci minuti di tempo per evacuare e per avvisare i suoi vicini che il suo edificio sarà colpito”. Click.

Quello che segue non è solo il racconto di una fuga. Quello che segue è il racconto di un’attesa.

Sono le sei di sera quando, tornando da Kuza’a nel sud est della striscia di Gaza, mi imbatto in una strada bloccata. “Che cosa succede?”.

Gaza 2 - MannocchiLe mani di un ragazzo fanno il segno delle luci lampeggianti.È l’allarme, il modo per far capire  che l’esercito israeliano ha avvertito qualcuno che la zona andava evacuata. Il mio sguardo vola verso una fila di uomini, possono essere trenta, quaranta. Siedono sugli scalini di fronte l’edificio destinato a scomparire. E aspettano con il padrone di casa che quella casa venga giù.

Gaza è questo.

Gaza è l’attesa della distruzione. Gaza è un luogo in cui il passato e il futuro non esistono più. Esiste un presente che è consapevolezza della morte. Te lo ricordano i droni che volano ventiquattrore al giorno sulla tua testa. Te lo ricorda il rumore degli F16 che rompe l’aria quando sta per colpire.

Gaza 7 - MannocchiTe lo ricorda il suono delle ambulanze che fanno avanti e indietro dall’ospedale Shifa. A me l’hanno ricordato gli occhi di una donna, giovane, che ho incontrato nella scuola dell’Unrwa di Jabalya dove vive con la sua famiglia da quando il quartiere dove abitava è stato raso al suolo: “Io non ho più memoria – mi ha detto – non ho più nemmeno paura. Perché non ho più ricordi, mi hanno rubato la memoria, cos’è un uomo senza la sua memoria?”.

Marwa vive in una stanza, che è un’aula scolastica, con altre 49 persone. Nelle scuole gli sfollati sono divisi: le donne e i bambini da una parte, gli uomini dall’altra.

Marwa nelle macerie di casa sua non vuole più tornare. Le vedo solo gli occhi. E quando le chiedo che cosa sia il futuro per lei, si ferma, fissa i miei occhi con l’intensità di chi ha visto troppo e mi dice solo: “Black”.

Gaza è un posto da cui non puoi uscire. A nord c’è il valico di Erez. A sud quello di Rafah. A Ovest il mare. Dai valichi non si può passare e il mare è solo un orizzonte.

Mahmud fa il pescatore e, ieri, alle sei del pomeriggio, era al porto a fare l’asta del poco pesce che aveva nelle sue quattro cassette.

Ha 47 anni, ne ha trascorsi 40 in barca. Ma Mahmud non può superare le tre miglia dalla costa, ovvero il limite navale imposto dall’assedio israeliano. E se superi le tre miglia? “Morte”.

La marina israeliana presidia la costa, controlla, a volte spara e uccide.

Gaza 9 - MannocchiMahmud si tocca il braccio, batte la mano destra sull’avambraccio sinistro e mi dice: “Non sono un uomo anche io? Non ho diritto di portare da mangiare ai miei figli?”. Poi fa un movimento veloce verso il cielo e indica i droni, guarda a nord, a Erez e dice “Closed”, guarda a sud, Rafah, e ripete “Closed”. Alla fine guarda il mare.

E quel mare è solo un’illusione.

Gli domando come glielo spiega ai suoi figli che non possono uscire da Gaza.

“Qui i bambini non esistono – risponde – i bambini sono adulti che sanno di non dover chiedere.

L’idea di uscire non esiste. Non si dice”. L’idea di uscire non esiste. Non si dice.

Gaza 4 - MannocchiLa quotidianità della prigione. Questa è Gaza, nel primo giorno di tregua dopo la guerra. Le strade si riempiono di nuovo, la gente corre verso casa a cercare quello che è rimasto da portare via e fare la conta dei danni. Spesso è un televisore, spesso una fotografia, un paio di scarpe. Più spesso niente.

Gaza ha perso 1.840 persone, di cui 450 bambini, 214 donne. Il 73 per cento delle vittime di questa guerra è composto da popolazione civile. Interi quartieri, intere città sono state rase al suolo.

Così intensamente che quando ci arrivi è l’apocalisse.

Beit Hanun è una di queste. Beit Hanun è l’area industriale al nord della striscia, vicino al confine con Israele. Beit Hanun è il simbolo di un’economia distrutta. All’entrata dell’area industriale c’era un’azienda farmaceutica, finanziata con aiuti internazionali americani. Ci facevano 60 tipi di medicine diversi. Ora più niente.

Dopo un chilometro la puzza di cadavere invade l’aria: tutti gli allevamenti della zona sono pieni di carcasse di animali, morti sotto i bombardamenti e non ancora portati via.

Gaza 5 - MannocchiYoussef qui davanti aveva la più grande fabbrica di cassoni di acqua della striscia, perché a Gaza non c’è sempre l’acqua e bisogna tenerne da parte. I cassoni non ci sono più, della fabbrica resta poco e niente: “Ci ho messo quattro anni a costruirla – racconta – lavorando tutti i giorni. Quattro anni con le mie mani. E in cinque minuti me l’hanno buttata giù”.

Non c’è più il magazzino con le scorte alimentari, a Beit Hanun, non ci sono più le fabbriche di mattoni, né quelle di mobili per la scuola. Non ci sono più le scorte di cemento. Non ci sono più i vitelli che gli allevatori preparavano per la festa del sacrificio. Non ci sono più 67 moschee distrutte completamente, c’è poco anche delle altre 105 colpite parzialmente.

Non c’è più un intero edificio dell’università islamica. Non ci sono più 10 mila case.

Gaza 6 - MannocchiGaza sta scrivendo la propria storia sui corpi dei civili sopravvissuti. Ragazzi senza gambe, donne martoriate di ustioni dalla testa ai piedi, bambini senza occhi, che negli ultimi sei anni hanno dovuto affrontare tre guerre.

Gaza per me sono soprattutto gli occhi di una ragazza che ho incontrato nell’ospedale di Rafah. Dove resti fuori dalla porta ad aspettare che finiscano le urla di un’altra ragazza cui stanno medicando la gamba perché la coscia si è aperta a metà e l’hanno ricucita come potevano, mentre sua sorella, nel letto accanto, ha la testa aperta dai colpi ed è priva dell’occhio sinistro. Dove l’immagine che rimane più impressa è l’ondulare delle braccia delle donne che cullano i bambini. Dove resiste il pudore delle lacrime dell’unica donna che nel raccontare la sua storia piange e per la vergogna si copre il volto con le lenzuola.

La ragazza mi ferma sulla porta. Ha lo sguardo fiero di chi sta resistendo.

“It’s our destiny”. È il nostro destino. Poi torna a prendersi cura di quelle donne.

 

 

 

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2 comments

  1. Andrea 18 agosto, 2014 at 16:40 Rispondi

    Bello il pezzo asciutto e senza fronzoli, fa riflettere e colpisce. E ‘ esattamente quello che ci si aspetta da un reportage complimenti….

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