Saviano, le mille e una notte della coca

Riccardo De Gennaro

 

Spesso chi scrive lo fa per liberarsi da un’ossessione, Roberto Saviano per alimentarla. La sua ossessione non è la cocaina, che pure vede ovunque e che – a suo dire – muove il sole e le altre stelle, ma l’esistenza del male e di tutte le forme di distruzione e di autodistruzione collegate. Le prime righe, in esergo, che il lettore poteva leggere dopo aver aperto “Gomorra” erano di Hannah Arendt e dicevano: “Comprendere cosa significa l’atroce, non negarne l’esistenza, affrontare spregiudicatamente la realtà”, una sorta di dichiarazione politico-programmatica del suo lavoro prima ancora che Saviano diventasse “Saviano”. Con il suo nuovo libro-inchiesta, “Zero zero zero”, edito non più da Mondadori ma da Feltrinelli e atteso per sette anni dal suo pubblico, Saviano prosegue la sua indagine sulle strade del male, che questa volta lo conducono fuori dai confini nazionali attraverso innumerevoli diramazioni nei cinque Continenti.

C’è passione, ma anche un eccesso di enfasi e un po’ di retorica (più bravo con le anafore che con le metafore) nella scrittura di Saviano, il quale in più punti sembra quasi abbia la tentazione, come per un’attrazione tra poli opposti, di aderire ai modelli negativi che descrive, di giustificare i peggiori criminali (hanno avuto tutti un’infanzia difficile), di cercare in continuazione l’immagine più cruenta, perlomeno più cruenta della precedente (dall’omicidio con il machete al massacro con la motosega, come nel cinema pulp di Tarantino). C’è sempre un metodo più atroce per l’umiliazione e l’eliminazione del nemico rispetto a quello descritto poche righe prima, c’è sempre – come se si trattasse di un torneo dell’orrore, dove in palio ci sono il rispetto, il dominio e l’ergastolo – un boss mafioso (siciliano, calabrese, italo-americano, russo, nigeriano, messicano, colombiano…)  in grado di sorpassare gli altri per violenza e crudeltà, fino ai “kaibiles” guatemaltechi nei quali, dopo soli due mesi di addestramento, “tutto ciò che c’è di umano scompare” (poco importa che siano militari e non criminali).

“Zero zero zero” è costruito come un mosaico, dove le tessere sono le storie che si succedono rapidamente e formano la “Mille e una notte della coca”. Come Shehrazad, Saviano non ha ancora terminato un racconto che già ne comincia un altro, ambientato in un altro angolo del mondo, dove magari non arriva l’elettricità ma giunge indisturbata la polvere bianca: trasportata con i trucchi e nei nascondigli più impensabili, addirittura in forma liquida per poter essere assorbita nei tessuti, negli abiti, nei tappeti, oppure negli ovuli inghiottiti dai “muli” o ancora iniettata nelle patate, mischiata allo zucchero, tra i gamberi surgelati, nelle carcasse congelate di venti squali, dentro statuette che raffigurano Gesù Cristo, nelle protesi al seno di una modella…

“Ho passato anni a studiare e inseguire altrove tutto quello che avevo conosciuto a Scampia e a Casal di Principe, per ampliare la visuale, per dare alla mia ossessione tutto lo spazio del pianeta, forse tentando anche l’unica via di fuga a me possibile, la fuga in avanti”, riflette Saviano, che in queste pagine affianca al reportage il meta-reportage sul suo lavoro e la sua vita. Allargare la visuale sulla criminalità organizzata, rendendola “globale”, comporta tuttavia un guadagno e un costo. Il guadagno è un drastico ridimensionamento della realtà locale: la camorra, ad esempio, diventa immediatamente un fenomeno più che altro provinciale. Il costo è credere che la vita, la vita di ognuno di noi, non sia solo sfiorata, ma totalmente condizionata dal narcocapitalismo, e che – come ammette lo stesso Saviano – “tutto sia cospirazione, riunioni segrete, logge, spie”. Sposare il pensiero e la logica dei narcotrafficanti è un errore, che conduce peraltro a una serie di valutazioni sbagliate (affermare, ad esempio, come si legge nel libro, che “tutti vogliono tre cose: potere, pussy e dinero” è affermare una cosa falsa, perché non tutti vogliono quelle tre cose).

Nel suo “viaggio” lungo i tragitti internazionali della cocaina Saviano segue piste già seguite: ad esempio da Luca Rastello (“Io sono il mercato. Teoria, metodi e stile di vita del narcotrafficante”, Chiarelettere, 2009) e da Andrea Amato (“L’impero della cocaina”, Newton Compton, 2011) e racconta dunque dei primi cartelli colombiani, della trasformazione del ruolo dei messicani da trasportatori a distributori, della guerra tra gli stessi cartelli messicani (El Chapo contro i Carrillo Fuentes; la Familla Michoacana contro i terribili Zetas), della battaglia di Ciudad Juarez, un luogo infernale dove avvengono duemila omicidi l’anno. In particolare, si sofferma sulla figura di Salvatore Mancuso, detto anche Triple Zero, come il titolo del libro, la farina più pura, odioso leader delle odiose Auc (i servizi paramilitari di autodifesa delle imprese agricole e industriali dai guerriglieri delle Farc, servizi diventati poi organizzazioni terroristiche a tutto tondo e dichiarati fuorilegge) e sulla sorte della bellissima modella colombiana Natalia Paris che sposò Julio Fierro, uno dei pochi narcos pentiti. Poi “rientra” in Italia, dove padroneggia bene la materia, per dedicare un ampio capitolo alle ‘ndrine calabresi (secondo la Dia, il clan dei Piromalli è la più grossa cosca dell’Europa occidentale), direttamente in affari con i colombiani e con Los Zetas. Una volta qui, Saviano – che rifugge l’analisi ed è restìo a trarre facili conclusioni – aggiunge un nuovo tassello al suo mosaico: la droga non prevede soltanto produttori, trafficanti e distributori, ma anche intermediari, i cosiddetti manager o broker. Come Pasquale Claudio Locatelli, detto “Mario” e Roberto Pannunzi, detto Bebé, che cercano i finanziatori, procurano clienti, curano la movimentazione delle merce.

“Scrivere di cocaina è come farne uso”, dice a un certo punto. Ed è vero che le notizie non gli bastano mai, rischiando – confessa – la crisi di astinenza. Dopo una ricognizione  a Mosca per raccontare le gesta del boss Semen Judkovic Mogilevic, finito in carcere proprio come Al Capone (soltanto per evasione fiscale), si dedica anche alle storie dei cani poliziotto, elenca tutti i nomi con i quali è chiamata la cocaina nel mondo, descrive la vita di due donne capoclan (Griselda, detta la Madrina, che ha chiamato suo figlio Michael Corleone, il suo cane pastore Hitler e comanda un vero esercito di sicari detti i Pistoleros; Sandra Avila Beltran, detta la Reina del Pacifico per la sua bellezza). Infine commemora due colleghi giornalisti uccisi, Bladimir Antuna Garcia e Christian Poveda, l’autore quest’ultimo del documentario “Vida loca” sulle “maras”, le gang giovanili di strada nate nel Salvador, presenti soprattutto negli Stati Uniti. Pur avendo raccontato le “maras” assumendone le ragioni, Poveda è stato ucciso con quattro colpi di pistola alla testa da alcuni affiliati a una delle bande. È a questo punto che Saviano si chiede: “Per cosa sei morto Christian? La tua vita avrebbe più senso se il tuo documentario fosse presente in ogni casa?”. È una domanda che rivolge a se stesso. Valeva la pena rischiare, scegliere il giornalismo d’inchiesta e non dedicarsi, come uno scrittore “puro”, esclusivamente allo stile e ai problemi della narrazione? Valeva la pena vivere con una scorta che non ti permette di muoverti liberamente? No, non valeva la pena rinunciare ai piccoli momenti di felicità di una vita normale, ma “ho guardato nell’abisso e sono diventato un mostro”.

(pubblicato da “il manifesto” del 17 aprile 2013)

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