Nome in codice Caesar, le foto dei detenuti siriani al Maxxi

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Caesar è lo pseudonimo di un ex ufficiale del governo siriano che fra il 2011 e il 2013 ha avuto il terribile compito di documentare fotograficamente le torture subìte dai detenuti nelle carceri siriane. Quando nel 2014 ha lasciato il paese, è riuscito a portare fuori dalla Siria 55mila immagini di volti e corpi senza vita con addosso i segni inequivocabili degli abusi subiti.

Dal 5 al 9 ottobre una selezione di queste fotografie sarà esposta al Maxxi di Roma, grazie all’azione di Amnesty International, Unimed, Un ponte per, Focsiv, Fnsi e Articolo 21. La mostra, per la prima volta in Italia, ha già fatto il giro del mondo, dal Palazzo di vetro delle Nazioni Unite al museo dell’Olocausto di Washington, fino al Parlamento europeo.

La storia di Caesar è stata raccolta in un libro dalla giornalista francese Garance Le Caisne, intitolato Opération César, in uscita il prossimo 7 ottobre: prima del 2011 il poliziotto militare aveva il compito di fotografare le scene del crimine che coinvolgevano le forze armate, ma con l’inizio delle proteste gli venne chiesto di ritrarre i corpi dei morti in carcere, per la maggior parte oppositori politici arrestati durante le manifestazioni. Con l’intento di aiutare i parenti delle vittime a far luce sulla fine dei propri cari, Caesar cominciò a copiare di nascosto quelle immagini, e due anni dopo, temendo per la sua incolumità, decise di fuggire all’estero portandole con sé.

 

Nome in codice Caesar, 5-9 ottobre
Maxxi, Corner D – ingresso libero

 

Mercoledì 5 dalle 18.00 alle 20.00
Giovedì 6 e venerdì 7 dalle 11.00 alle 19.00
Sabato 8 dalle 11.00 alle 22.00
Domenica 9 dalle 11.00 alle 19.00

 

 

 

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1 comment

  1. Francesco Santoianni 5 ottobre, 2016 at 22:06 Rispondi

    Una mostra – come tutta l’Operazione Caesar, sponsorizzata dal governo del Qatar – che ha la stessa attendibilità delle “Armi di Distruzione di Massa” di Saddam o delle “Fosse comuni” di Gheddafi. Una mostra nella quale i visi lì fotografati (quando, al pari dei cartellini mortuari, non sono celati da rettangoli neri) sono in alcuni casi identificabili con quelli di soldati del governo di Damasco uccisi dai “ribelli”.
    La documentazione completa delle falsità della mostra in questo Report:
    https://drive.google.com/file/d/0B_WENlEYeAwqMWo2RTFVUW9HX2M/view

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