Buendía al potere sarebbe stato come il Patriarca – di Gabriella Saba

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A García Márquez  occorsero più di dieci anni per concepire e scrivere “L’autunno del patriarca”, pubblicato nel 1975 dopo un lungo anche se discontinuo lavoro di gestazione. Nel 1967 era uscito “Cent’anni di solitudine”, l’altro romanzo dietro il quale lo scrittore si affannava da mezza vita, e l’idea del tiranno – il caudillo, nella specialissima versione latinoamericana – era diventata a quel punto una priorità letteraria per Gabo, affascinato fin da ragazzino dalla relazione dell’uomo con il potere, dal suo valore antropologico e dalle trasformazioni che comportava. Aveva già letto tutto quanto poteva sulle dittature, ma decise di trasferirisi nella Spagna franchista per osservare il fenomeno sul campo e mettere in pratica quella che in innumerevoli interviste aveva dichiarato fosse la sua norma di scrittore: non raccontare niente che non avesse, almeno in parte, vissuto davvero. Il soggiorno spagnolo fu però una delusione. Quel tiranno europeo, algido e asettico era molto lontano dall’immagine eccessiva, ridondante del dittatore caraibico, e dopo un anno di tentativi infruttuosi l’ispirazione di Gabo era rimasta secca come al suo arrivo, tanto che decise di tornare a Barranquilla, in Colombia. Ai giornalisti che lo aspettavano spiegò di essere rientrato perché gli mancava l’odore della guayaba, dichiarazione in cui si riassumeva la semplicissima filosofia narrativa di Márquez e il suo rapporto con l’America Latina: aveva bisogno del suo Paese per scrivere, dove per Paese si intende non solo la Colombia ma l’intero subcontinente, anche se fu sempre il Caribe la fonte prediletta di ispirazione. “Feci un viaggio nel Caribe – racconta infatti nella lunga intervista realizzata dal giornalista nordamericano Peter Stone nel 1981 e pubblicata nel 1996 in Italia da Minimum Fax – e andando di isola in isola trovai gli elementi mancanti del mio romanzo”.

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Il fortissimo senso di appartenenza marqueziana all’America Latina non è, naturalmente, soltanto letterario. A differenza di altri scrittori latinoamericani e nonostante la lunga permamenza in Francia (e quella più breve e in altri Paesi), Gabo non si è mai nemmeno in parte europeizzato. In qualche modo, è sempre rimasto uno degli undici figli del telegrafista di Aracataca: un ragazzo nato e cresciuto nella vistosa allegria del Caribe, innamorato del vallenato i cui interpreti più popolari furono tra i pochi ospiti che riceveva negli ultimi anni messicani, quando lui era afflitto dai primi segni di demenza senile e la sua attività sociale si era praticamente ridotta a nulla. Interiormente convinto della superiorità vitale dell’America Latina su quell’Europa fredda e decadente in cui aveva vissuto per la prima volta dal 1955, quando era un giornalista morto di fame e dove scrisse comunque due romanzi, si sentiva a suo agio soltanto in Centro e Sudamerica. Benché riconoscesse che c’era differenza tra un Paese e l’altro, scrisse: “Nella mia mente e nel mio cuore è tutta una cosa sola (…). Sarà che faccio parte di una corrente minoritaria”.

È in questa cornice di aspirazioni e orgoglio continentale che vanno lette in parte le posizioni politiche dello scrittore: da sempre di sinistra anche se, come dichiarato in più occasioni, mai comunista, mai iscritto a un partito. Il fondamento ideologico di Gabo attinge in gran parte dalla consapevolezza del ruolo storicamente subalterno dell’America Latina, l’insofferenza verso la politica nordamerica e l’orgoglio per le proprie origini che ha sempre mantenuto anche quando diventò famoso, non certo per snobismo ma per un’intima consapevolezza delle proprie radici. La sua scrittura “magica” fu anche e soprattutto politica, l’impegno di Márquez è più nei suoi romanzi più che nei fatti (almeno da vent’anni a questa parte), anche se non si tirò indietro quando gli fu chiesto di fare da mediatore tra il governo di Andrés Pastrana (come ha raccontato in un libro appena uscito in Colombia l’ex presidente) e i paramilitari di Carlos Castaño, che per la verità non gli fecero nemmeno caso, probabilmente perché non era esattamente un simpatizzante. D’altronde, fu proprio a causa dei suoi presunti legami con il movimento guerrigliero M-19 che lasciò la Colombia, nel marzo del 1981: un amico lo avvertì che la polizia stava per arrestarlo e lui partì per il Messico con moglie e figli.

Cartagena de Indias

 

“Il problema è che molta gente crede che sia uno scrittore di narrativa fantastica, mentre sono una persona molto realista e scrivo ciò che credo sia il vero realismo socialista”, spiegò nell’intervista a Stone. E nella conversazione che ebbe a Parigi con Neruda del 1971, trasmessa alla tv nazionale, chiese non solo all’anziano Nobel se la poesia non lo allontanasse dalla vita, ma spiegò che gli sarebbe piaciuto riprendere l’attività di reporter perché “a mano a mano che si va avanti nel lavoro di scrittore si comincia a perdere il senso della realtà”. Insomma, non fu soltanto per provocazione che si recò a ritirare il Nobel, nel 1982, vestito con una liquilique bianco come quella che indossava il nonno. Aveva viaggiato su un volo speciale in cui lo accompagnava un’orchestra di salsa, e nel discorso di ringraziamento tuonò contro l’imperialismo nordamericano che opprimeva l’America Latina.

La stima per Castro nasceva proprio dalla speranza che da Cuba partisse un progetto socialista per tutta l’America Latina, anche se è probabile che l’amicizia che ha legato i due uomini per tanti anni fosse dovuta anche a un feeling personale, che Gabo non ebbe invece con Daniel Ortega o con Chavez. Su quest’ultimo, in particolare, non sciolse mai la riserva che lo portò a scrivere, pochi anni dopo l’ascesa al potere del colonnello, che poteva trattarsi allo stesso modo dell’uomo che avrebbe salvato il Venezuela o di un illusionista che si sarebbe trasformato in un nuovo despota.

Era, alla fine, meno ideologico di come è stato dipinto ed era troppo intelligente e conosceva troppo bene la natura umana, se – in un libro intervista – alla domanda del suo ex vecchio amico Plinio Apuleyo Mendoza su come sarebbe diventato Aureliano Buendia se fosse andato al potere rispose: “Avrebbe somigliato enormemente al Patriarca. A un certo punto, mentre scrivevo il romanzo, ho avuto la tentazione di far andare al potere il colonnello. Se lo avessi fatto, anziché Cent’anni di solitudine avrei scritto L’autunno del Patriarca”.

Eppure, per gli scrittori latinoamericani del dopo Márquez, quest’ultimo non è un modello da seguire ma uno straordinario caso a sé, una pietra miliare che non ha aperto una strada, un genio a volte amato, spesso no, i cui sempre più esigui epigoni ne hanno riproposto in genere una scopiazzatura banalizzata e di maniera. Per Bolaño, che lo detestava, Gabo amava soprattutto il potere e la compagnia dei grandi, e alla fine degli anni Novanta il regista e scrittore cileno Alberto Fuguet fondò il movimento McOndo che opponeva al realismo magico una letteratura urbana e contemporanea, storie di metropoli intasate e non più di ragazze che salgono in cielo e di farfalle gialle. Per le generazioni del dopo Márquez il realismo magico è stato un avversario da neutralizzare più che la tappa di un percorso. Per parecchi decenni gli editori europei hanno cercato in chi scriveva dal Subcontinente gli stereotipi ritagliati sulle atmosfere marqueziane e gli scrittori hanno impiegato parecchio per convincere il pubblico che la letteratura latinoamericana era un panorama più variegato.

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Molti hanno sottolineato il rapporto controverso che Márquez aveva con il suo Paese, sia pure per ragioni politiche. Ma, come spiegò lui stesso in un celebre discorso del 1981, quando lasciò Cartagena per rifugiarsi in Messico e venne accusato dall’allora presidente della Repubblica Julio César Turbay di averlo fatto per screditare la Colombia, non gli è mai successo, nella sua vita, di dire una sola parola contro il suo Paese, né contro il suo governo, non certo quando si trovava all’estero.

Un gesto d’affetto, anche quello, un po’ come dire che i panni sporchi si lavano in famiglia. In ogni caso, le relazioni con l’attuale presidente Juan Manuel Santos non dovevano essere malvagie se quest’ultimo è andato a trovarlo due volte per parlargli degli accordi di pace con le Farc e del Paese in genere. E per quanto sia ipotizzabile che a Márquez non piacesse Uribe, l’ex presidente autoritario e teorico della nefasta dottrina di sicurezza democratica che ha governato per due mandati fino al 2010, alla festa per l’ottantesimo compleanno di Gabo, a Cartagena, c’era anche lui, molto compreso e affettuoso. Il quale Uribe ora si è dispiaciuto calorosamente per la morte del Nobel, unendosi al coro bipartisan che ha unito un arco politico che va dalle Farc alle varie forze parlamentari. Non è escluso fosse, per molti, un dispiacere sincero, se non altro perché, come disse pragmaticamente lo stesso Nobel prima ancora di diventarlo, ma quando già “Cent’anni di solitudine” aveva conquistato i lettori di mezzo mondo: “Ho l’immenso onore di avere dato più prestigio al mio Paese nel mondo intero che nessun altro colombiano in tutta la sua storia”.

foto di Fausto Giaccone – Macondo, edizioni Postcart

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