Lola, una fotografa nel Messico post-rivoluzionario – di Isabella Mattazzi

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Di profilo è una rubrica mensile nata per il sito di Reportage. I testi sono di Isabella Mattazzi. La scelta delle immagini è a cura di Maria Camilla Brunetti.

 

Autoritratto Lola Alvarez Bravo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tutta la foto è di un’unica materia. Un’unica, sola, immobile metamorfosi unisce la superficie grezza del muro, le rughe delle mani, la ragnatela rigida della tela di ferro che queste mani trattengono, la trama della lana che avvolge i polsi, le onde dei capelli ormai non più bruni, i solchi del collo, la pelle del viso (le ombre sulla pelle del viso, le incisioni, i ricami, le ferite sulla pelle del viso). La donna è distaccata e nello stesso tempo immersa, incisa nel mondo che la circonda. Potremmo scambiarla quasi per un pezzo di muro, o per una ninfa sprovveduta di quelle che gli dei, per un capriccio, a volte trasformano in alberi, pozze d’acqua, rocce. Probabilmente è lì da anni, da secoli, a sentire il calore del sole intermittente sulle gote. L’orologio al polso e lo smalto sulle unghie però stridono con il mito. Le unghie dipinte raccontano di una donna decisa a rimanere tale anche di fronte al capriccio di un dio. L’orologio stabilisce un tempo, un ritorno, una via di fuga. La donna dello scatto presto abbandonerà il muro, poserà a terra le ragnatele di ferro e si avvicinerà alla macchina fotografica per controllare che tutto sia andato a buon fine. È un autoritratto questo. Sono le due e dieci di un giorno qualsiasi del 1950. La divinità e la sua vittima sono la stessa persona: l’oggetto-Lola costretto all’immobilità eterna dell’immagine e Lola Alvarez Bravo, la prima donna fotografa professionista messicana. La doppia identità di Lola – acquiescente oggetto della volontà del dio e divinità lei stessa – le appartiene da sempre. Il suo vero nome è Anda Dolores Concepción Martínez, nata nel 1907 a Jalisco, cresciuta in un collegio di suore, educata al rispetto, al silenzio e all’obbedienza. Nel 1925 si sposa a Città del Messico con Manuel Alvarez Bravo, suo amico di infanzia. Lui è appassionato di fotografia e presto diventerà uno tra i fotografi più significativi della rinascita artistica post-rivoluzionaria in Messico. Si trasferiscono a Oaxaca. Manuel allestisce una camera oscura in cucina. Lola lo guarda, la sicurezza dei gesti, le foto appese ad asciugare in mezzo alle pentole. Mentre prepara da mangiare per il loro bambino appena nato osserva le prospettive, le linee del bianchi e dei neri prendere lentamente forma sulla carta bagnata. Il suo rapporto con Manuel è quello di una moglie sollecita. Gli fa da assistente, prepara gli acidi, impara lo sviluppo e la stampa. Ma non fotografa. Non è lei il demiurgo. Bisogna stare un passo indietro. Tornano a Città del Messico. La loro casa è anche una galleria fotografica, ci si possono incontrare spesso Diego Rivera e Frida Kahlo, Rufino Tamayo, Maria Izquierdo, David Alfaro Siqueiros. Un giorno Tina Modotti, amica di Manuel, bussa con insistenza alla porta dell’appartamento. È stata espulsa dal paese, deve andarsene in fretta e ha bisogno di soldi. Sta vendendo tutta la sua attrezzatura da fotografa. Manuel le propone di comprare due macchine. C’è anche Lola in casa, mentre Tina gliele mostra. Una delle due – lo decide all’istante – la Graflex, sarà la sua. Inizia a fotografare. In poco tempo diventa un’ottima fotografa. I rapporti con Manuel si incrinano. Che Lola il demiurgo abbia preso il sopravvento su Lola l’oggetto non va molto a genio al marito. Divorziano nel 1934, ma lei terrà per sempre il suo nome da sposata. Con un figlio piccolo da mantenere, Lola in quegli anni lavora senza fermarsi un istante. La vita quotidiana nei villaggi in Messico, le strade delle grandi città, la scultura pre-ispanica, l’architettura, è attratta da tutto, tutto sotto i suoi occhi diventa immagine. Ma la sua passione più grande sono i ritratti. Sono sue le fotografie fatte a Frida Kahlo alla Casa Blu di Coyoacan tra il 1944 e il 1946. Frida Kahlo subisce vari interventi chirurgici in quegli anni, e Lola scatta. Conosce e rappresenta le carni, le cicatrici, le ossa spezzate sotto la pelle. Impara a trattare i corpi come materia metamorfica, come trame di lana, ragnatele rigide, muri scabri, gabbie fatte di ferro e di pelle al sole. Muore nel 1993.

 

ph. Lola Alvarez Bravo. Autoritratto, 1950.

 

 

I contributi precedenti della rubrica

Charlotte Delbo, nessuno di noi ritornerà

 Eva Besnyö. Fotografia e identità

Una fotografa nella Grande Depressione

Mika Etchebéhère, la rivoluzionaria

Freya Stark, le metamorfosi di uno sguardo

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