Charlotte Delbo, nessuno di noi ritornerà – di Isabella Mattazzi

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Di profilo è una rubrica mensile nata per il sito di Reportage. I testi sono di Isabella Mattazzi. La scelta delle immagini è a cura di Maria Camilla Brunetti.

 

Charlotte Delbo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La foto è piccola, quasi marginale rispetto all’elenco ordinato dei dati scritti a mano. Cognome, nome, indirizzo, professione, data di nascita. Apparentemente potrebbe essere la foto di una carta di identità. Il documento di una ragazza nata negli anni Dieci. Charlotte Delbo, segretaria, sguardo gentile, fierezza di un’età adulta appena dischiusa contenuta in una sigaretta accesa e un vestito di lana morbida (l’immagine è con ogni evidenza una foto di ragazza, scattata molti anni prima della redazione del documento). Ma poco più a sinistra, sulla stessa linea della piccola foto, quattro francobolli dicono che non si tratta di un documento di identità. È una tessera. La scritta sui francobolli, FNDIP, sta per Fédération nationale des déportés et internés politiques. Le righe bianche e blu sono il ricordo di una casacca da deportato. Il triangolo rosso rovesciato è una delle varie declinazioni cromatiche del pantone nazista. Giallo, ebrei. Rosa, omosessuali. Verde, criminali comuni. Marrone, zingari. Rosso, prigionieri politici. Il triangolo sui francobolli della ragazza dal vestito di lana è rosso. Charlotte Delbo – ce lo dice il documento – è stata deportata il 24 gennaio del 1943 come prigioniera politica.

Figlia di immigrati italiani, bambina curiosa cresciuta nella periferia parigina. Charlotte Delbo lavora nella Parigi degli anni Trenta come steno-dattilografa, non ha soldi per fare studi regolari, ma frequenta i corsi dell’ Université ouvrière tenuti da un Henri Lefebvre allora giovanissimo. Si iscrive alla Jeunesse communiste e qui conosce Georges Dudach, funzionario di partito che nel 1936 diventerà suo marito. Vivono a Parigi, in un piccolo appartamento nel III arrondissement, Charlotte legge quanto può, fa politica, scrive per i “Cahiers de la jeunesse”, incontra Leon Jouvet, diventa la sua segretaria e con lui impara a conoscere il teatro, la scrittura, la parola poetica. Nel 1939, dopo la dichiarazione di guerra della Francia alla Germania, Georges è chiamato alle armi. Smobilitato dopo la capitolazione, nel settembre 1940 entra attivamente nella resistenza francese e con lui Charlotte. Cambiano nome, per tutti adesso sono i signori Delépine. La mattina del 2 marzo 1942 le Brigades Spéciales bussano alla porta del loro appartamento con un mandato di arresto. Il 23 maggio Georges viene fucilato. Il 24 gennaio 1943 Charlotte sale, insieme ad altre prigioniere politiche su un camion per il centro di smistamento di Compiègne. Lì l’aspetta un convoglio-merci di quattro vagoni. Sono 230 donne in tutto. Arrivano ad Auschwitz il mattino del 27 gennaio.

Nelle foto segnaletiche che le vengono fatte ad Auschwitz la ragazza della sigaretta e del vestito di lana morbida è del tutto irriconoscibile. La mascella contratta, il cranio rasato, gli occhi inespressivi che guardano in macchina senza vedere. Sembra un uomo. O meglio non sembra nulla. Nessun’ombra di qualcosa di umano negli occhi, nessuna scintilla, nessun accenno di intelligenza. Di Charlotte Delbo in quelle foto non c’è traccia. Unico elemento che ci riconduce all’unicità del suo nome e della sua persona: il numero di matricola 31661 (che qui, nella tessera, compare appena sopra i francobolli).

Delle 230 donne del convoglio-merci di Compiègne ne sopravvivranno 49, riuscendo ad arrivare vive al 23 aprile 1945. Charlotte è tra loro. La testa rasata, lo sguardo ancora non umano, viene portata a Parigi. Il primo oggetto del suo ritorno alla vita è una vestaglia color malva che le regala un amico. Charlotte la guarda, la tocca, sorride. I capelli le ricrescono (non li porterà mai più così lunghi come nella foto) ricomincia di nuovo a fumare, ritorna a lavorare con Pierre Jouvet, diventa assistente di Lefebvre. A Parigi incontra Pietro Nenni, si parlano, Charlotte gli racconta delle ultime ore di Vittoria, sua figlia, morta davanti a lei a Birkenau. Inizia a scrivere. Come Primo Levi (anche lui nel suo stesso campo di Auschwitz III-Monowitz, ma che non conoscerà mai di persona) Charlotte Delbo sceglie di farsi memoria attraverso la scrittura. La parola – dice – è l’unico modo per perdonare a se stessa l’empietà del suo ritorno, lo scandalo di essere sopravvissuta. La sua trilogia di Auschwitz è forse la testimonianza più profonda e complessa della deportazione che sia stata scritta in lingua francese. Il manoscritto del primo volume è pronto nel luglio del 1946, ma viene pubblicato da Minuit solo nel 1965. Il titolo è un verso di Apollinaire. Aucun de nous ne reviendra. Nessuno di noi ritornerà.

 

 

I contributi precedenti della rubrica

 

Eva Besnyö. Fotografia e identità

Una fotografa nella Grande Depressione

Mika Etchebéhère, la rivoluzionaria

Freya Stark, le metamorfosi di uno sguardo

La donna dal cappello di piume

La ragazza della foto

 

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1 comment

  1. simona cantoni 20 Gennaio, 2016 at 09:28 Rispondi

    Mi permetto di segnalare l’attività svolta dall’Istituto di Storia della Resistenza e dell’età contemporanea di Bergamo per far conoscere e diffondere le opere di Charlotte Delbo in Italia.
    L’Isrec Bg ha tradotto e pubblicato con la casa editrice Il filo di Arianna già tre volumi della scrittrice francese; ha allestito diverse mostre (pubblicandone anche un catalogo) e promosso diverse rappresentazioni teatrali e reading.
    L’ultimo volume, tradotto e pubblicato, “Nessuno di noi ritornerà” sarà presentato in più località, in occasione del Giorno della Memoria.
    Per info: http://www.isrecbg.it e http://www.isrecbg.it/web/?project=charlotte-delbo-2

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