Eva Besnyö. Fotografia e identità – di Isabella Mattazzi

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Di profilo è una rubrica mensile nata per il sito di Reportage. I testi sono di Isabella Mattazzi. La scelta delle immagini è a cura di Maria Camilla Brunetti.

 

eva_besnyo_self_portrait_1932

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La ragazza di questa immagine si sta fotografando allo specchio. Non può guardarsi negli occhi. Non può guardare neppure noi. Chi fotografa con una Rolleiflex, infatti, deve inquadrare per forza di cose chinando la testa. Le macchine 6×6 – come quella della foto – non hanno mai il visore sullo stesso asse delle lenti. Lo sguardo del fotografo, prima di arrivare all’oggetto, si deve perdere per un istante nel labirinto della macchina, seguendo un percorso obbligato di rifrazioni. Non c’è equivalenza immediata tra occhio e reale, ma è sempre presente un leggero scarto, come a stabilire una priorità. Per vedere il mondo – sembra dire la macchina alla ragazza – ci devo essere io. Per vedere te stessa, per sapere chi sei, devi per forza prima fissare me. Delle parole così perentorie della sua Rolleiflex però Eva Besnyö – è questo il nome della ragazza – non sembra curarsene. Qui ha vent’anni, ma è da quando era bambina – da quando le è stata regalata la sua prima, rudimentale macchina fotografica – che ha deciso quale sarebbe stato il suo destino. Eva è una fotografa. La sua identità stessa coincide con la macchina fotografica. Per vedersi, per vedere sé e il mondo, avrà sempre bisogno dell’intermediazione di un medium tecnico, del gioco meccanico della Rolleiflex. Questa per Eva non è una condanna. Al contrario, rappresenta un privilegio. Forse il più gran regalo che una ragazza si possa fare nell’Europa dell’est tra gli anni Venti e Trenta. Figlia più piccola di una famiglia borgese di ebrei ungheresi, Eva Besnyö non conosce il destino già scritto di quasi tutte le sue coetanee. Suo padre, Bela Blumengrund (che cambierà il proprio cognome in Besnyö per far fronte a un antisemitismo sempre più pericoloso e radicale), è l’avvocato difensore a Budapest dei movimenti femministi ungheresi di inizio secolo. Eva, proprio come le sue due sorelle, potrà studiare, imparare le lingue e scegliere di fare quello che più le piace. Per lei non sono previsti corsi di cucina, di puericoltura o rammendo. Un’educazione questa, mai così salvifica come nel suo caso, dal momento che avere un lavoro, possedere una reale competenza e parlare più lingue le permetteranno letteralmente di salvarsi la vita quando i pogrom nazisti la costringeranno a scappare in Olanda. Ma al momento della foto Eva ancora tutto questo non lo sa, ha vent’anni, è appena arrivata a Berlino e ha semplicemente voglia di lavorare nello studio di Peter Weller. Influenzata dal cinema sovietico, dalla plasticità della Neue Sachlichkeit, Eva fotografa tutta la città. Il progresso tecnico ha ormai creato apparecchi che non necessitano del cavalletto, macchine relativamente leggere e poco costose che permettono di essere trasportate in giro facilmente. Insieme a Gerda Taro (la fotografa compagna di Robert Capa che a breve partirà per la Spagna), Eva cammina per le piazze, osserva le persone, fotografa volti, palazzi sotto una luce tagliente fatta di pieni e vuoti, di ombre geometriche aguzze, sbilenche proprio come quelle che nell’autoritratto con la Rolleiflex le incorniciano la massa selvatica dei capelli. Nel ‘32 Berlino inizia a essere troppo pericolosa per una giovane ragazza ebrea. Da un giorno all’altro Eva decide di partire per Amsterdam. Appena arrivata conosce Charley Toorop, figlia di Jan Toorop, il pittore. A casa di Charley, a Bergen, incontra Piet Mondrian, Bart van der Leck, Henk Chabot, Pyke Koch. Da lì assiste alla parabola nazista, ricomincia a scattare foto, i suoi lavori di quel periodo sono marcati sempre più dall’urgenza politica. Nel 1936, entra nella BKVK, federazione di artisti per la protezione dei diritti culturali e partecipa a “D.O.O.D. – De Olympiade Onder Dictatuur”, esposizione di foto, caricature, fotomontaggi sui Giochi olimpici di Berlino e sull’orrore che si nasconde dietro la manifestazione. Il suo amore per l’attivismo politico non la lascerà più. Le leggi antisemite, dopo l’invasione tedesca dei Paesi Bassi, le impediscono di lavorare. A Budapest suo padre Bela, la sua amica Dora Gerson sono scomparsi nel nulla, caricati sui convogli diretti a Birkenau. Eva entra nella resistenza realizzando le foto per i documenti d’identità falsi dei partigiani. Dopo la guerra, il suo sguardo fotografico si fa sempre più documentario. Dai servizi sulla condizione operaia nel nord Europa al reportage sul movimento femminista “Dolle Mina”, il modo che Eva ha di guardare il mondo è sempre mediato dal suo sguardo in macchina. Proprio come nell’autoritratto di Berlino, l’identità, l’essenza più radicale e profonda di Eva Besnyö coincidono sempre con la sua maniera stessa di fotografare. Muore a Amsterdam nella primavera del 2003.

 

Eva Besnyö. Self Portrait, 1932. Silver gelatin photograph
Private Collection, Berlin
© Eva Besnyö / Maria Austria Instituut Amsterdam

 

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