Una fotografa nella Grande Depressione – di Isabella Mattazzi

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Di profilo è una rubrica mensile nata per il sito di Reportage. I testi sono di Isabella Mattazzi. La scelta delle immagini è a cura di Maria Camilla Brunetti.

 

foto dorothea langeNon si direbbe che ha avuto la poliomielite da bambina. Non si direbbe proprio. Eppure, questa donna seduta sul tetto di una Ford in piena estate, nella realtà, nella sua vita fuori dall’immagine che stiamo osservando, zoppica. Nulla di trascendentale, però. Nulla che le impedisca di arrampicarsi su lampioni, automobili, scale per far sì che il suo sguardo spazi il più lontano possibile. Poco importa la zoppia, lei è una fotografa. Il suo mestiere è guardare. Guardare e soprattutto riportare qualcosa di tangibile da questo sguardo.

Dare una concretezza tattile alla visione, una concretezza che possa trasformare il soffio di vento di un gesto, di un volto in un simbolo. Dorothea Lange, questo è il suo nome, è stata una delle documentariste più importanti della fotografia statunitense. I suoi servizi sui braccianti agricoli durante la Grande Depressione sono stati un potentissimo mezzo di diffusione delle notizie e un vero e proprio schiaffo in piena faccia per l’America. The migrant mother, immagine di una raccoglitrice di piselli nell’Imperial Valley che guarda lontano – il volto asciutto, gli zigomi sporgenti – mentre tiene il proprio bambino tra le braccia, il 10 marzo del 1936 fa salire alle stelle le vendite delSan Francisco News. Accompagnata dalla didascalia “Cosa significa New Deal per questa madre e i suoi bambini?” nel giro di poche ore diventa il simbolo di un’epoca.

Ma se nella nostra immagine la ragazza seduta sul tetto della Ford si staglia contro il cielo di mezzogiorno e fotografa con un fazzoletto in testa perché il sole non la faccia impazzire, Dorothea Lange non ha sempre avuto una vita così. Figlia di immigrati tedeschi, nasce nel 1895 a Hoboken, nel New Jersey. Si chiama Dorothea Margaretta Nutzhorn, ma a dodici anni, dopo che il padre ha abbandonato la famiglia, decide di cambiarsi il cognome e prendere quello di sua madre: Lange. Non è semplice farle fare qualcosa, se non è lei stessa a volerlo. Studia fotografia a New York nella scuola di Clarence White, dopo il diploma si trasferisce a San Francisco e apre uno studio. È brava, tutta l’alta borghesia della città è ai suoi piedi, ha sposato un artista da cui ha avuto presto due figli, potrebbe passare il resto della vita tra scatti ufficiali, signore sedute in poltrona in abito da sera, mazzi di fiori. Ma nel 1933, dalla finestra del suo laboratorio vede un gruppo di uomini ammassati sul marciapiede di fronte, sono disoccupati, aspettano che venga distribuito loro il pane. La colpisce un uomo anziano, appoggiato a una ringhiera, in mano tiene una tazza, vuota. Nasce così una delle sue foto più famose: White Angel Breadline. Per scattare questa foto Dorothea è uscita in strada. Ha aperto la porta, è scesa per le scale e da adesso in poi niente sarà più come prima. Fuori dello studio ci sono 13 milioni di persone in cerca di lavoro. Fuori dello studio c’è un nuovo modo di fotografare.

La macchina che tiene in mano nella foto sul tetto della Ford è una Graflex Speed Graphic. Le macchine di quel modello sono banchi ottici che, in fase di chiusura, hanno la caratteristica di “collassare” sulla loro base trasformandosi così in una piccola scatola più o meno quadrata facilmente trasportabile all’interno di uno zaino. Sono macchine poco ingombranti, leggere, fatte apposta per chi si sposta continuamente, per chi indossa pantaloni lunghi di tela grezza, porta fazzoletti a pois in testa e ha abbandonato tacchi e collant di nylon per sandaletti comodi che permettono di arrivare dappertutto. Nel 1935 viene contattata dalla Farm Security Administration per documentare le condizioni di vita nelle aree rurali degli Stati Uniti. Gira per le strade della California scattando centinaia di foto. La spinta politica del suo gesto fotografico non l’abbandonerà mai. Il suo servizio sull’internamento dei cittadini statunitensi di origine giapponese dopo Pearl Harbor verrà giudicato “scomodo” dal governo americano, i suoi scatti saranno sequestrati e tolti dalla circolazione.

“La macchina fotografica è stata il mio scudo – scrive – Per essere in prima linea non è necessario che tutti ti vedano. Puoi essere invisibile e squarciare il velo restando coperta, se credi. Puoi schermarti con macchina fotografica, macchina da presa, pennello, tastiera. Usa ciò che ti pare ma stai dove infuria la battaglia, dove sale la polvere, dove si torna a casa con le scarpe sporche. Sii pure zoppicante, discreta, fai come se dovessi camminare dietro a un ubriaco senza dargli fastidio. Ma non cambiare marciapiede”.

Non importa se da piccola hai avuto la poliomielite, appunto, se hai una passione a sostenerti mentre sali sul tetto di una macchina.

 

Dorothea Lange by Paul S. Taylor, 1934.

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