Mika Etchebéhère, la rivoluzionaria – di Isabella Mattazzi

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Di profilo è una rubrica mensile nata per il sito di Reportage. I testi sono di Isabella Mattazzi. La scelta delle immagini è a cura di Maria Camilla Brunetti.

 

Ci guarda, ci guarda e non sorride. Dai pochi elementi dello sfondo dovremmo essere in un ufficio. Una macchina da scrivere a sinistra (sfuocata, ma di cui si riesce a distinguere il foglio bianco inserito nel rullo in attesa di una dattilografa). La fila traslucida dei pomelli di uno schedario sulla destra. Il rigore geometrico di una scrivania da segretaria, in primo piano in basso. Tutto è perfettamente ordinato, pulito, un mondo in cui nulla è fuori posto e di cui la donna ritratta sembra accettare le regole armoniche, appoggiandosi al tavolo con una compostezza quasi austera, rigorosa. Siamo in un ufficio, quindi. Ma non in un ufficio qualsiasi. Non è certo lo studio di un notaio, nessun passaggio di proprietà da registrare nel rullo della macchina da scrivere. Non è il reparto commerciale di un’azienda, nessun bilancio da approvare appoggiato sul tavolo. Non è la segreteria di una scuola, nessun bambino in attesa dietro la porta di ingresso. E d’altra parte non siamo neppure in un tempo qualsiasi. La foto è stata scattata nel 1937, in Spagna, in piena guerra civile e questo, con ogni probabilità, è il quartier generale del Poum il Partito Operaio di Unificazione Marxista di cui Mika Etchebéhère, la donna che ci sta guardando, fa parte.

mika largeLe sue mani appoggiate alla scrivania, la posizione del suo corpo indicano una calma statica, un equilibrio stabile, ma non troppo. Lei non è seduta, è solo appoggiata, come a sapere che in un quartier generale in tempo di guerra si va per poi uscirne subito dopo. L’ordine perfetto dell’ufficio non è che un piccolo spazio protetto, una piccola porta chiusa contro il caos disperato del mondo. È per questo che Mika tiene una pistola nella fondina appesa alla cintura. È per governare il disordine, la paura, le urla, gli spari che l’aspettano di sotto, appena finita la tromba delle scale. Suo marito, Hipólito Etchebéhère, anarchico rivoluzionario a capo di una colonna motorizzata del POUM, pochi mesi prima è stato ucciso dai franchisti. Non c’è molto da sorridere, e infatti lei ci guarda e non sorride. Non c’è molto da riposarsi, e infatti lei è appoggiata, ma non seduta. Ma chi è Mika Etchebéhère? Da quale storia mai viene fuori una donna che all’indomani dell’uccisione del marito assumerà lei stessa il comando della sua brigata, si farà accettare dai suoi combattenti, andando avanti con la rivolta e diventando ufficiale della 14° divisione dell’anarchico Cipriano Mera?

Figlia di ebrei russi fuggiti in Argentina per sfuggire ai pogrom, Michèle Feldman – questo è il suo vero nome – nasce nel 1902 in una piccola comunità vicino a Santa Fe. Suo padre insegna yiddish ai rifugiati mentre lei, nascosta sotto il tavolo, ascolta le storie dei rivoluzionari sfuggiti dalle prigioni zariste in Siberia. A quindici anni entra nel gruppo anarchico di Rosario e fonda con Eva Vives, Joan Pauna e altre militanti libertarie l’associazione femminista Louise Michel. A venti, a Buenos Aires, si iscrive a odontoiatria e conosce Hipólito Etchebéhère, militante del gruppo marxista libertarioInsurrexit. Pochi mesi dopo lui diventerà suo marito e lei cambierà il suo nome per sempre da Michèle Feldman a Mika Etchebéhère. Nel 1924 si iscrivono entrambi al Partito Comunista Argentino, ma un anno dopo ne vengono allontanati per «tendenze anarchizzanti». La vita di Mika da qui in poi – lo dicono le sue foto – sarà fatta di cappotti da uomo troppo grandi per lei, pantaloni pesanti, sciarpe che non sono le sue, fucili a tracolla, cinturoni stretti in vita per tenere a portata di mano una pistola. Anche la sua vita privata ha la stoffa ruvida della pasionaria, “non essere gelosa di me, non abbiamo tempo per queste cose” le scrive il marito poco prima di essere ucciso. La rivoluzione prima di tutto, la vita come lungo, ininterrotto, gesto politico.

Nel 1968, in pieno maggio parigino, a quasi settan’anni Mika è sulle barricate di Saint-Germain-des-Près a regalare agli studenti guanti bianchi perché la polizia non possa riconoscerli dalle loro mani sporche. È amica di Sartre e di Simone De Beauvoir, aiuta Cortazar a trovare lavoro. Nel 1975 scriveMa guerre d’Espagne à moi, sul colpo di stato franchista e sugli anni – i suoi anni – della guerra di Spagna. Nel 1992 muore a Parigi e le sue ceneri, secondo le sue volontà, saranno disperse nella Senna.

 

Mika Etchebéhère, 1937.

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