Freya Stark, le metamorfosi di uno sguardo – di Isabella Mattazzi

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Di profilo è una rubrica mensile nata per il sito di Reportage. I testi sono di Isabella Mattazzi. La scelta delle immagini è a cura di Maria Camilla Brunetti.

 

freya-stark 2Non guarda verso di noi, il suo sguardo è altrove. È in posa, certo, ce lo dicono le mani giunte, la tranquillità del respiro, la compostezza del corpo. Siamo in un interno, sullo sfondo una pianta e un quadro troppo sfuocato perché ci possa raccontare qualcosa di chi abita in quella casa, niente altro. Tutta la forza dell’immagine è concentrata su di lei. La donna che osserva un punto fuori campo come a evitare la sfida con lo spettatore. O meglio, come a evitarne la fascinazione medusea, la reciprocità che inchioda un volto nella fissità speculare dello sguardo con l’Altro.Freya Stark, questo è il suo nome, di questa continua fuga dalla frontalità ha fatto l’emblema della sua vita. Nessuno è mai riuscito a inchiodarla. Nessuno ha mai saputo trattenerla a lungo immobile. Nessuno è mai riuscito a far volgere il suo sguardo verso i propri occhi.

Figlia di due artisti inglesi, Robert e Flora Stark, vive per i primi anni della sua vita ad Asolo, in Italia. Di fatto nasce già in fuga, è già straniera in una terra non sua (seppur amatissima). Nel 1911 va in Inghilterra, ancora ragazzina, per studiare al Bedford College e si laurea alla London School of Oriental Studies. Da subito l’Oriente diventa il suo orizzonte, è lì che puntano i suoi occhi. Studia l’arabo, il persiano, legge Le mille e una notte, inizia a prepararsi per la sua prima lunga fuga. Il 18 novembre del 1927 Freya Stark parte per Beirut. La foto è di quegli anni. Vestita all’orientale, il suo caftano di stoffa grezza racconta della sua volontà assoluta di trasformazione. Non è sposata, viaggia da sola, parla benissimo la lingua dei posti in cui si muove. Il suo viaggio in Libano, i suoi successivi viaggi in Siria, Irak, Persia, Egitto, Yemen, Kuridstan non sono i soggiorni avventurosi di un’occidentale annoiata, ma vere e proprie metamorfosi. Metamorfosi di sguardo ancor prima che di abito. The Valleys of the Assassins, The Southern Gathes of Arabia (mai tradotti in italiano così come tutti i suoi scritti) sono mappe visuali, percorsi scopici, lenti molate per vedere il Medio Oriente con una nuova vista.

Non a caso, oltre a penna e quaderni per scrivere i suoi reportages, oltre a ago, filo e ritagli di lino (“una donna che in viaggio lavora al proprio cucito – racconta – sembra molto più ingenua che intelligente”) porta sempre con sé una Leica II, macchina fotografica leggerissima con cui fotograferà praticamente tutto il Medio Oriente. Nel 1939, allo scoppio della guerra, inizia a collaborare con il Ministero dell’ Informazione di Sua Maestà. In Egitto entra in contatto con gli ambienti dello spionaggio, creando la “Fratellanza”, una rete clandestina filobritannica con il compito di diffondere messaggi di propaganda a favore dell’ Impero nell’ intero Medio Oriente.

Si dice che fosse freddissima, glaciale, priva di qualsiasi dolcezza. Le mani della foto, sono mani grandi, da uomo. L’abito della foto non è quello di una fanciulla, ma è lo stesso caftano con cui i pastori portano le greggi al mercato. Il volto della foto, nascosto per metà a cancellare sotto le ombre della stoffa le cicatrici di un incidente avuto all’età di sei anni, è massiccio, forte. Chi sente continuamente il bisogno di fuggire, chi storna sempre lo sguardo, è raro che possa portare dentro di sé il dono della cura, degli affetti. Nel 1947 si sposa con Stewart Perowne, studioso di storia greco-romana, omosessuale. Il matrimonio, durato cinque anni, sarà un disastro. Dal divorzio in poi Freya Stark tornerà a vivere in Italia, ad Asolo, dove era stata da bambina e da lì riprende a viaggiare in Cambogia, Cina, Nepal, Kashmir, a Samarkanda, a Bukhara, a Tashkent.

Muore il 9 maggio del 1993, centenaria. “Aspettare a lungo la morte, dirà spesso ad Anna, la sua assistente-infermiera italiana negli ultimi anni, è come essere in un vecchio treno a vapore pronto a partire per un lungo viaggio. Tiri giù il finestrino e i tuoi amici sono sul marciapiede, sventolano i fazzoletti e agitano le mani in segno di addio. Ma il dannato treno non si muove”.

Sempre con lo sguardo altrove Freya Stark. Sempre con gli occhi puntati verso ciò che in lontananza si staglia indistinto oltre la locomotiva.

 


Freya Stark
, 1928

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