In Siria, rapita da Al Qaeda – Come vuoi morire? Intervista a Susan Dabbous – di Maria Camilla Brunetti

 

Il 3 aprile 2013, Susan Dabbous viene rapita in Siria da un gruppo di uomini di Jabhat al Nusra insieme a tre colleghi della Rai, nel villaggio cristiano di Ghassianeh, nel distretto di Jisr al-Shughur – provincia di Idlib – non lontano dal confine con la Turchia. Stanno documentando ciò che è avvenuto in una dei luoghi più importanti della cristianità siriaca, la Chiesa di San Simeone Stilita. Ad accompagnarli c’è padre Francois Mourad, che sarà brutalmente ucciso nel giugno seguente, da uomini afferenti allo stesso gruppo qaedista, sempre a Ghassianeh. La troupe Rai, composta dal giornalista Amedeo Ricucci, dal cameraman Andrea Vignali e dal fotografo Elio Colavolpe sta facendo riprese dell’interno della chiesa; la statua della Madonna decapitata, il corpo di un cane sventrato ma ancora in vita, resti di bivacco ovunque. È una meravigliosa giornata di sole, mite. Quel paesaggio idillico è l’anticamera dell’inferno che inghiottirà i giornalisti per undici giorni. Mentre stanno ultimando le riprese, sul luogo arriva un pick-up con un gruppo di uomini in abiti scuri, con il volto coperto e la bandiera della sharada, la dichiarazione di fede islamica. Interrogano i giornalisti, vogliono vedere il girato, ogni fotografia. Impongono che tutto il materiale sia cancellato, ma questa accortezza non basterà. Tutti gli uomini della troupe, il fixer siriano, il Covertraduttore e le altre persone che accompagnano i giornalisti sono sequestrati. Vengono portati alla base del gruppo, dove sono interrogati e perquisiti. Susan sarà poi separata dai colleghi e portata in un’altra casa, appartenuta a una famiglia siriana costretta a fuggire e abitata da Miriam, la giovane sposa di uno degli uomini che ha partecipato al rapimento. Un tunisino, uno dei migliaia di combattenti che dal Maghreb, dall’Iraq, dalla Cecenia, dall’Europa, hanno raggiunto la Siria per unirsi al Jihad islamico. Come vuoi morire? Rapita nella Siria in guerra (Castelvecchi editore) è il diario intimo di una prigionia, la cronaca lucida, a tratti struggente, di un sequestro. È la discesa profonda e senza concessioni nell’anima di una giovane donna, una reporter, chiamata ad affrontare la prova più dura mentre sta facendo il suo lavoro. È il coraggio di incontrare la propria paura e imparare a mettere in gioco tutto per sopravvivere. Imparare a pregare, a trovare l’Islam nel fondo più nero del fondamentalismo, cercare di comprendere le ragioni dei propri carcerieri, di ascoltarne ogni pensiero interiore, ogni movimento, ogni messaggio. Essere donna, essere sola, in mani sconosciute che in ogni istante possono decidere della sua vita e della sua morte. Essere dipendente per sopravvivere da quelle mani che imbracciano khalashnikov e uccidono in nome di Dio, le stesse mani che la nutrono ogni giorno, che le portano coperte e libri della preghiera. Le mani che la velano e che la privano della libertà, che la tengono in vita e la tirannizzano. Con le sue mani Susan lava le loro divise nere, pulisce e prepara le loro cene e il loro nutrimento, scrive e riscrive le preghiere del mattino e quelle della sera. Con le sue mani scrive, a grafia minutissima, questo diario di prigionia e tortura, annotando ogni minimo dettaglio, con una metrica dell’anima e dell’ascolto. Un ascolto sconvolgente per quanto assoluto. L’apertura di un percorso intimo, profondissimo, nel cuore di una giovane donna che non smette di volere capire, di credere che ci sia vita anche nel momento del dolore più grande. L’umanità di chi sa abbracciare la propria carceriera, di chi vuole ascoltarne la voce, di chi teme per i propri cari che sono senza notizie, appesi a un filo sottilissimo di speranza. Susan Dabbous, in quel giorno di aprile di un anno fa, è in Siria per raccontare la tragedia di un Paese schiacciato tra la violenza di un regime sanguinario e l’avanzare delle fazioni più estreme del fondamentalismo jihadista. Dal giugno del 2011 è entrata più volte in territorio siriano, sconfinando dal confine turco, ha raccolto le testimonianze dei primi profughi al confine libanese, a nord, a ridosso della città di Tripoli, in cui di giorno in giorno si fanno sempre più duri gli scontri tra i sostenitori di Asad e i gruppi dei suoi oppositori. Ha dato voce alle famiglie siriane che nel conflitto hanno perso tutto. Interi quartieri sventrati dai barili bomba sganciati dal regime sui civili, le scuole distrutte come gli ospedali, il fuoco incrociato dei cecchini delle opposte fazioni, le razzie di casa in casa, la mancanza di cibo, di medicinali, di acqua. Le carceri del regime in cui sono rinchiusi e torturati a migliaia i giovani attivisti che nella primavera del 2011 – esattamente tre anni fa – erano scesi in strada a fiumi, disarmati in cori pacifici, per chiedere libertà e giustizia sociale, rispetto dei diritti, democrazia e sviluppo. Chiedevano un futuro migliore per un Paese governato con pugno di ferro tirannico da più di quarant’anni dalla famiglia Asad. Una Siria migliore, sulla spinta delle rivoluzioni che stavano scuotendo il Maghreb. Sono stati repressi nel sangue dal primo giorno. La Siria di oggi, che entra nel quarto anno di un conflitto tra i più violenti che la regione abbia conosciuto, è un paese in frantumi – ring di conflitti altrui – caduto nel baratro e dal quale arrivano sempre meno notizie perché per i reporter è diventato quasi impossibile documentarlo. I siriani dispersi fuori e dentro il Paese sono più di nove milioni su una popolazione totale che prima del conflitto – che è costato la vita a 140mila persone – era di poco più di venti milioni. Costretti all’esilio, allo sradicamento, alla spoliazione più tragica. Rifugiati in gran parte in Libano, in Turchia, in Giordania e in Egitto, vivono una crisi umanitaria di conseguenze incalcolabili e di emergenza assoluta. L’intera troupe viene rilasciata dopo undici giorni di prigionia e dopo le estenuanti trattative di Ali Kamal, il loro fixer siriano, la persona senza l’impegno della quale questa storia forse sarebbe andata a finire in tutt’altro modo. Poco dopo il rilascio Susan torna in Libano per continuare a documentare il conflitto. La tragedia, le speranze, la dignità e il coraggio di un popolo che continua a lottare per non soccombere all’orrore che vuole risucchiarne il futuro. Un popolo che non deve e non può essere abbandonato.

Ne abbiamo discusso insieme a Susan Dabbous, in questa lunga conversazione.

Partiamo dall’inizio. A tre anni dalle prime dimostrazioni pacifiche scoppiate dopo che ragazzini di Daraa, per avere scritto sui muri slogan anti regime, sono stati incarcerati e torturati, il conflitto siriano sta diventando una spirale violentissima, un buco nero. Il silenzio della comunità internazionale in quei primi dodici mesi di proteste represse nel sangue – quando l’estremismo qaedista non era ancora così radicato sul territorio – ha avuto un impatto devastante negli sviluppi futuri. Una responsabilità gravissima. In che modo è avvenuta la radicalizzazione del conflitto? Come hanno iniziato a formarsi gruppi fondamentalisti estranei al Free Syrian Army? Quali sono state le prime testimonianze che hai raccolto?

susan dabbousSono davvero felice di questa domanda, perché mi permette di ricordare che in Siria c’è stato un Free Syrian army, oggi ridotto a forza minoritaria, nato dai primi disertori del regime con una visione dello Stato nazionalista e multiconfessionale. Ho visto i primi mujahedin (combattenti) stranieri ad agosto del 2012, erano per lo più libici e si rifacevano alla tradizione della Jihad islamica. Successivamente a gennaio del 2013 quando il gruppo qaedista nato in Iraq, Jabhat al Nusra si era già affermato, sono venuta a contatto con un gruppo di miliziani ceceni, che avevano costituito un campo di addestramento a parte. Nell’area in cui si trovano c’era una brigata del FSA, chiesi a loro il permesso di incontrare i ceceni, e di tutta risposta ne negarono l’esistenza. Mi sentii presa in giro non solo perché li avevo visti, ma perché l’intero villaggio di Jabal al Turkman non faceva altro che parlarne. Il FSA iniziava a perdere seriamente i colpi, nonostante l’apparenza.

Nel libro descrivi il passaggio, nell’aprile del 2013, dal gruppo di Jabhat al-Nusra alla formazione dello Stato Islamico dell’Iraq e Sham (Levante). ISIS o, in arabo, Daesh. Questi due fronti armati dell’opposizione, nati dalla stessa affiliazione qaedista, oggi si stanno combattendo a vicenda. In molti pensano che Daesh e il regime abbiano, in realtà, obiettivi vicini. L’Isis è stato disconosciuto da Al-Qaeda in Iraq e il Free Syrian Army è impegnato sia a combattere l’Isis che Asad. Qual è la tua visione a riguardo?

Durante il nostro sequestro sabbiamo assistito, nostro malgrado, alla genesi di Isis, che appunto nasceva col progetto di unire Siria e Iraq sotto lo stesso Califfato islamico qaedista. Vista l’intensità con cui venivamo bombardati ogni notte dal regime (cosa presente nel libro) mi viene difficile pensare che ci trovassimo nelle mani di un gruppo protetto da Assad. Altra cosa sono invece i legami reali tra regime e gruppi terroristi di matrice islamica finanziati dal regime stesso per scopi terzi. Di solito destabilizzare paesi limitrofi in particolare Libano e Iraq.

Troppi sono i giornalisti e i fotoreporter, siriani e stranieri, che hanno perso la vita per documentare al mondo il conflitto siriano. Per fare in modo che nessuno potesse dire “non sapevo”. Di molti missionari, attivisti, operatori ancora nelle mani di chi li ha sequestrati non si hanno notizie. Tra queste persone c’è anche padre Paolo Dall’Oglio – rapito nel luglio del 2013. Eppure continua a esserci un silenzio assordante da parte della comunità internazionale, una paralisi violenta. Che spettro ti figuri per il futuro?

Purtroppo quella siriana è destinata a diventare una guerra civile lunga e di bassa intensità. Si ridurranno i finanziamenti, quindi anche i combattimenti e il numero di morti. Ma nessuno è seriamente intenzionato a ritirarsi. Il regime, di stampo totalitario, non potrebbe dividere il potere con nessuno, per sua natura è nato sulla prevaricazione e si basa su questa. L’inerzia della comunità internazionale è sostanzialmente una conseguenza della politica rinunciataria degli Usa. Colpiti dalla peggiore crisi economica dal ‘33, gli Usa hanno deciso di deporre le armi e lasciare lo scacchiere ad altri attori, il caso dell’Iran e della Russia ne è prova. Tuttavia è difficile non notare come gli interessi energetici, come nel caso della Libia, restino prioritari.

La Siria era un paese multi confessionale, dove vivevano da secoli differenti sensibilità religiose. Sunniti, cristiani, palestinesi, curdi, armeni, drusi, alawiti. È anche stato il paese che ha accolto ondate di profughi iracheni che fuggivano dal conflitto del 2003. Questa apparente tutela delle minoranze da parte del regime – in uno stato laico e socialista – era reale o piuttosto un ventaglio demagogico dietro il quale la famiglia Asad – appartenente alla minoranza alawita – riusciva a garantire e a fare proliferare i propri interessi stringendo la popolazione in un giogo?

La politica inclusiva delle minoranze è stata per questo regime vitale. Gli alawiti, mi si permetta la similitudine, sono stati a lungo denigrati con la stessa altezzosità con cui in Europa si guarda ai Rom. Più che un fattore religioso, erano visti come “i poveri delle montagne”. Il fatto che uno di essi sia riuscito a prendere il potere nel ‘70 e mantenerlo per così tanto tempo trasmettendolo al figlio, fa capire come ben oltre la forza sia stata usata anche l’astuzia. La Siria è per il 70 % sunnita, i sunniti hanno fatto affari col regime, se i sunniti avessero combattuto insieme gli Assad, all’inizio del regime, forse ce l’avrebbero fatta. Ma così non fu, sono noti i nomi di grandi imprenditori sunniti che con gli Assad hanno fatto affari d’oro. Ai vertici, la questione non ha nulla di confessionale. Nella società certo è diverso. La politica di accoglienza dei profughi è data ovviamente dalla posizione geografica, centrale, della Siria. Anche per questo è un paese particolarmente ricco di cultura.

Mi è capitato di recensire ultimamente La conchiglia di Mustafa Khalifa. Il libro testimonia i tredici anni che l’autore siriano ha passato – a partire dai primi anni ’80 quando era un giovane regista appena rientrato da Parigi a Damasco – nelle carceri del regime. Fu accusato – lui di famiglia cristiana e di orientamento laico – di essere parte della Fratellanza musulmana, perseguitata dal regime. Nel carcere di Tadmur, nel deserto vicino a Palmyra, non poteva avere con sé né carta né penne. Ha dovuto imparare a scrivere con la memoria, imponendosi ogni giorno di registrare gli orrori di cui era testimone. Scrivere per non impazzire. Quanto è stato importante, potere scrivere, nei giorni del tuo rapimento?

Ho letto il libro di Mustafà Khalifa e devo dire che mi sono rivista completamente in quella che lui chiama “la scrittura mentale”. È sicuramente un metodo per non impazzire. Di fatto quando si è abituati a scrivere per vivere come nel mio caso, è una questione del tutto naturale. Durante i primi otto giorni di detenzione ho avuto un quaderno. In un primo momento è stato davvero insolito risperimentare la scrittura manuale a cui mi ero del tutto disabituata. Quando me lo hanno sequestrato mi sono sentita come se mi avessero tolto un pezzo di anima, o di cervello, o di tutte e due. Ho dovuto giocare un ruolo per tutto il tempo con i miei carcerieri, dovevo piacergli per non farmi ammazzare e per piacergli dovevo annientare me stessa, perché non c’era niente che a loro stesse bene di me. Ero “sbagliata”, tutta, dalla testa ai piedi. E non bastava coprirmi con una coperta, non volevano avere solo in controllo del mio corpo ma anche della mia mente. Il quaderno era l’unico ponte con il mio intelletto. Era la prova materiale del rispetto che da qualche parte avevo ancora verso me stessa, ovvero il risultato di 31 anni di esperienze che mi hanno portato ad essere una donna indipendente, laica, curiosa ed empatica. Mentre annuivo a tutte le assurdità che mi venivano dette riguardo questa o quella regola superstiziosa pensavo a Cartesio, a quando studiavo gli autori del Seicento in Filosofia. Io sono cresciuta applicando “Il metodo del dubbio”, loro invece vedevano solo il bianco e il nero, il male e il bene, il Paradiso e l’Inferno. Sono arrivata persino a invidiare quel loro modo cieco e sereno di vivere in un mondo fatto unicamente di certezze.

La Siria della tua infanzia, della famiglia di tuo padre, è un luogo che riporti alla luce attraverso l’amore per i colori, i sapori dei cibi, e per quel lessico intimo che si instaura tra donne. Una gestualità antica – gioiosa e segreta – che arriva prima della parola ed è terreno di identità. Nel libro, diverse parti di Susan dialogano tra loro, lo spirito iper-critico e allertato della reporter, consapevole del pericolo, attenta a cogliere e discriminare ogni minima ipotesi, e una parte più profonda che sentiva familiari anche tratti molto lontani tra loro. Ho sentito leggendo, forse sbaglio, che il rapporto con Miriam – la giovane moglie del combattente jihadista, con la quale hai vissuto negli ultimi giorni della tua prigionia – ha avuto anche un valore profondo, di indagine interiore, alla quale non ti sei sottratta.

Miriam è stata una proiezione di come sarei potuta essere se a tre anni non fossi venuta a vivere in Italia con la famiglia, se mio padre non avesse sposato una donna italiana. Miriam non era così diversa dalle mie cugine siriane, era solo più fondamentalista. Per questo con lei c’è stata un’intesa gestuale, affettiva, perfetta. In più aveva anche un carattere solare e sorrideva spesso, cosa che in una circostanza simile aiuta più di quanto si possa pensare. Nonostante ciò Miriam non era siriana e questo è stato un grandissimo vantaggio perché abbiamo parlato in francese, era infatti tunisina. I nostri dialoghi mi hanno aiutato a umanizzare il mondo dello jihadismo fatto di diversi aspetti che hanno sfumature che vanno dal culto della violenza (mascherata dalla santa causa) al leale condivisione di una vita di gruppo. L’indagine interiore è partita quando Miriam mi ha messo a nudo con una domanda: che ci fai in Siria? Nel risponderle, ho provato per la prima volta un atroce senso di solitudine.

 

 

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