Nelle celle del Madagascar con la peste e la tubercolosi – di Riccardo Bononi

Al di fuori delle gabbie dorate in cui sono confinati i turisti europei, il Madagascar si è guadagnato silenziosamente alcuni dei primati meno ambiti del mondo: una posizione di rilievo nelle classifiche dei Paesi più poveri del pianeta, con oltre il 33 per cento della popolazione in stato di denutrizione (Indice globale della fame, 2015). L’isola, poi, soffre di una profonda instabilità politica, sfociata in un colpo di stato nel 2009, per non parlare di una serie di disastri naturali tra cui alluvioni stagionali e invasioni di cavallette. Alcuni luoghi specifici, come il carcere di Antanimora nella capitale, hanno il potere di condensare tutte queste dinamiche in uno spazio circoscritto, riproducendo in piccolo gli stessi meccanismi e le stesse tensioni che operano nella società malgascia.
Antananarivo, la capitale del Madagascar, è l’unica metropoli del Paese e conta oggi un milione e mezzo di abitanti. È qui che si trova il carcere di Antanimora, i cui edifici originari risalgono all’epoca coloniale: costruito per contenere un massimo di 800 prigionieri, attualmente ospita tra i 3.500 e i 3.900 detenuti, le camerate – pensate per 30-35 ospiti – arrivano oggi a contenerne anche centocinquanta. Quando vi si entra per la prima volta si ha quasi l’impressione di visitare un modello in scala della capitale: un dedalo di corridoi tra alte cinte di pietra separa un “quartiere” dall’altro, ognuno con un cortile centrale da cui si accede ai dormitori. Esistono i “quartieri” per i detenuti politici, sede di veri e propri mercati per soddisfare le esigenze dei condannati più abbienti. Più numerosi sono invece i “quartieri” per i criminali comuni, decisamente più affollati e accomunati dalla scarsità di servizi igienici, di acqua potabile e, soprattutto, di spazio abitabile. Per evitare di calpestarsi tra loro, i detenuti possono lasciare i dormitori solamente a turno e a orari prestabiliti. Qualsiasi movimento o attività e subordinato ad estenuanti attese in spazi di passaggio strettissimi. (…)

 

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benin

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