Avere quindici anni a Annawadi, slum di Mumbay – “Belle per sempre” di Katherine Boo

Avere quindici anni ad Annawadi, slum di Mumbay.

di Maria Camilla Brunetti

“Belle per sempre” – Katherine Boo  (Piemme ed. traduzione di Cristina Pradella)

www.behindthebeautifulforevers.com

cover 1 - belle per sempreAbdul ha sedici anni, o diciannove, forse non ancora quindici. Ha un lavoro privilegiato che tutti gli invidiano. Un lavoro di responsabilità e impegno grazie al quale mantiene tutta la famiglia. Il padre malato, che non può più lavorare, la madre e i fratelli che grazie a lui forse un giorno riusciranno a ottenere un diploma. Abdul non è più solo un semplice raccoglitore di immondizia nelle enormi discariche a ridosso di un aeroporto internazionale. Ora ha il potere di acquistare e selezionare l’immondizia che altri bambini gli portano ogni giorno. Fuori dalla baracca di fango, due metri per due, nella quale vive la sua famiglia, c’è una bilancia ben calibrata alla quale il ragazzino passa tutto il giorno, dall’alba fino a notte fonda. Uno a uno i piccoli cercatori d’oro tra i rifiuti vanno da lui per farsi pesare e pagare il lavoro del giorno. Hanno segni di morsi di topo sul viso, qualcuno sta iniziando ad assumere un colore sempre più giallognolo, i corpi scavati e ricurvi. Abdul sa che quel giallo è il segno peggiore, dal quale non si torna indietro. Ma non dice nulla, il ragazzo è taciturno e timido – un gran lavoratore – dicono tutti di lui.

“E ora Abdul aveva sì afferrato l’assoluta necessità di scomparire, ma la sua immaginazione non riusciva ad andare oltre. Per questo motivo iniziò a correre, ma poi tornò a casa. L’unico luogo dove pensava di potersi nascondere era la sua immondizia. Aprì la porta e si guardò intorno. La loro baracca si trovava al centro di una fila di casupole tirate su a mani nude dai loro stessi abitanti; il deposito sbilenco in cui accumulava quello che raccoglieva era subito lì accanto: raggiungerlo senza farsi vedere avrebbe tolto ai vicini il piacere di consegnarlo alla polizia”.

A poche centinaia di metri dallo scintillio delle luci dell’aeroporto internazionale di Mumbay, giusto qualche metro al di sotto di Airport Road, la grande autostrada che porta i viaggiatori fino al cuore della megalopoli, si trova Annawadi, 3000 persone stipate i 335 baracche, o sul loro tetto, topi, maiali e galline. Nell’India dei software e delle nuove tecnologie, in questa economia in fortissima ascesa dell’era del mercato globale, vive ancora un terzo dei poveri e un quarto delle persone denutrite del pianeta.

“Abdul e i suoi vicini vivevano su terreni che appartenevano all’autorità aeroportuale indiana. Solamente un viale delimitato da palme di cocco separava lo slum dall’ingresso del terminal internazionale. Cinque hotel dalle forme stravaganti circondavano Annawadi e servivano i clienti dell’aeroporto: quattro megaliti di marmo generosamente decorati, e uno Hyatt sottile di vetro blu, dalle cui finestre nei piani alti, i diversi insediamenti di baracche abusive sembravano villaggi lasciati cadere dall’alto nelle fessure lasciate libere da un’elegante modernità. «Tutto attorno a noi ci sono rose. E noi siamo la merda tra le rose» era la descrizione di Mirchi, il fratello minore di Abdul”.

Quali sono le reali aspettative di vita per gli indiani medi che vivono negli slum? Come stanno reagendo all’avvento dei mercati globali? Che impatto, se ve ne è stato alcuno, ha avuto e continua ad avere quest’impennata economica improvvisa sulla loro vita di tutti i giorni? Quali sono gli strumenti di fuoriuscita dalla povertà che un’economia in forte ripresa, offre ai suoi abitanti socialmente ed economicamente più fragili? Alle sue donne e ai suoi bambini? Quali sono, per loro, le aspettative di giustizia e di opportunità?

Con “Belle per sempre”, la giornalista americana Katherine Boo ha cercato di rispondere a queste domande. Dal 2007 alla fine del 2011 ha vissuto tra la gente di Annawadi, ha ascoltato le loro storie, la loro verità, è stata accolta nelle loro case, seguendo passo a passo lo sviluppo delle loro vite. Non c’è nulla di inventato nelle pagine di questo libro-reportage, che è valso nel novembre dello scorso anno a Boo, già vincitrice nel 2000 del Premio Pulitzer per una serie di reportage dalle comunità più disagiate degli Stati Uniti (scritti per il Washington Post), il National Book Award per opere di non-fiction. Tre anni di interviste, registrazioni audio, appunti, video e fotografie. Tre anni di studio, di vita, di tentativi di comprendere, di conoscere, di fallimenti e riprese. Tre anni per un’opera che mostra il lato più crudele e fragile della vita di milioni di persone, centinaia di giorni, voci e storie, qualche metro al di sotto di una grande autostrada, a un passo dagli hotel a cinque stelle che accolgono i viaggiatori e gli uomini d’affari in arrivo a Mumbay. Boo riesce a scriverne con talento da scrittrice vera, senza concessioni all’immaginario precostituito per lettori occidentali, senza pietismo, semplificazioni o buonismo. Incrocia testimonianze e dati, interviste e rapporti di specialisti. Ma in primo luogo rende giustizia alla storia di famiglie vere, tra le pagine di questo reportage, genitori come maschere tragiche di farse sociali, spietate e spesso inconsapevoli, adolescenti con il peso amaro degli adulti, che lottano per riuscire a vedere se esiste qualcosa per loro, oltre le luci di un grande aeroporto.

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